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Il potere dell’otaku

Inattualità, Internazionale a Ferrara, Internet/blog, ITALIANO, pensieri sparsi su 21 marzo 2010 a 5:15 pm

Noi bloggers, noi facebookiani, noi twitteriani, noi ragni sociali (da social network), siamo un bocconcino prelibato dei nuovi pubblicitari. Dico nuovi perché la pubblicità come la conosciamo sta scomparendo, così come il pubblico di massa e la tv generalista. Oggi il nostro tempo libero è poco e il numero di prodotti sul mercato è aumentato a dismisura per cui, il 90% dei prodotti pubblicizzati spesso non ci interessa minimamente. Io per esempio, non ho nessun interesse nelle mille pubblicità di cereali che mi propinano, i cereali non mi interessano. Invece, se il Mulino Bianco proponesse un nuovo prodotto, quello si che mi interesserebbe e potrebbero contare su di me per provarlo e diffondere le voci, perché sanno che sono così appassionata da aver fondato un gruppo in fb a loro dedicato. Queste nicchie più piccole ma più esigenti di potenziali clienti sono quelle su cui punta la nuova pubblicità. E le reti sociali ed i blogger saranno lo strumento di questo cambiamento. Oggi i target sono minuscoli, ma con un interesse altissimo per il tema attorno al quale si creano. Di qui, il titolo di questo articolo che è una parola giapponese che il guru della pubblicità, Seth Godin, ha cominciato ad utilizzare proprio per raccontare dell’interesse che lega i gruppi nel nuovo mondo che si profila all’orizzonte. Otaku è la voglia improvvisa e scatenata di qualcosa per la quale faremmo di tutto. Ed è il sentimento che guida una parte del nuovo pubblico, quella più entusiasta, quella su cui bisogna fare leva per arrivare a tutti gli altri. Questi appassionati di un prodotto o servizio X, sono così presi dall’otaku che se soddisfatti del prodotto iniziano a diventarne i migliori pubblicitari, i migliori creativi, instancabili e soprattutto sinceri. La sincerità è quasi assicurata perché si sta parlando del loro otaku, qualcosa che li racconta, che li rappresenta fortemente. Anche se un giorno uno arrivasse a fare dei soldi con il proprio otaku (con un blog o un gruppo), l’interesse rimane il motore principale che fa convergere la comunità attorno alla passione comune. Inoltre per un blogger con un otaku, la cosa più importante è l’onestà. Se un blogger non è onesto, i membri del gruppo, in quanto esperti del tema, lo smaschererebbero subito. Pensate a Steve Jobs, che tiene due ore di conferenza davanti ai fan della Apple per presentare il nuovo IPad. E’ pubblicità? Si, però forse i fan della mela presenti, lo stavano vivendo più come un’esperienza mistica, un momento di aggregazione tra “pari” in passione, una cosa per iniziati. Non dubitate però che gli stessi fan, sarebbero i primi a scagliarsi contro la Apple se un nuovo modello avesse dei difetti. Sarebbero implacabili.

Il cambiamento di cui parlo è già evidentissimo. Le grandi aziende, le più avanzate, già organizzano conferenze stampa per i bloggers che tengono in maggiore considerazione che i giornalisti perché, mi ha detto un’addetta stampa di Nokia: “i bloggers sono più esigenti”. E’ un cambio epocale di cui ancora non vediamo i contorni, ma che a mio giudizio porterà aria nuova nella pubblicità e una maggiore onestà verso i potenziali acquirenti. Attenzione però che per entrare nel cuore di queste nuove tribù, bisogna essere molto creativi, attenti e onesti. Bisogna sapersi adattare rapidamente alle situazioni, dedicarsi e chiedere perdono quando ci si sbaglia, proprio il codice etico che i bloggers cercano da tempo di rispettare. La buona notizia e che i soldi non sono più una determinante del successo di una campagna. Lo è la capacità di fare community, di aggregare gente che condivide un otaku. E l’evento non deve per forza essere on line, può essere un evento “reale” che, per la sua unicità, si diffonde immediatamente alla rete tra le comunità di fan.

Un caso per tutti è quello dell’Internazionale, la rivista che ogni settimana pubblica i migliori articoli dei giornali di tutto il mondo traducendoli all’italiano. Che io conosca, in Italia è l’unico caso d’utilizzo, così ben riuscito della nuova parabola pubblicitaria e l’effetto sembra essere stato dirompente.

Prima copertina di Internazionale con frase di Shakespeare (Amleto)

Internazionale nasce nel 1993 con una grafica per i tempi curiosa, che già integrava in sé i fumetti e la fotografia di qualità. Con il passare degli anni, da essere solo una rivista che traduceva articoli stranieri di politica internazionale, ha cominciato a dare un taglio più personale alla testata con l’aggiunta di articoli che parlavano dell’Italia raccontata dagli stranieri. Primo colpo di genio, peraltro a lungo sollecitato dai fan. Poi hanno cominciato a chiedere ad alcune firme italiane e straniere di produrre articoli in esclusiva. Ed era un primo passo per darsi maggior spessore editoriale. Negli ultimi 3 anni, c’è stata la rivoluzione. Internazionale è entrato a forza in internet. Oggi, è presente con un sito pieno zeppo di link, libri, abbonamento on line e soprattutto, una comunità in fb che ormai raggiunge i 60.000 fan ed è parecchio attiva con scambi di link, foto, opinioni, commenti sugli articoli ed idee. Sono presenti anche su flicker con le foto dei festival di Internazionale a Ferrara, altro evento geniale che ha permesso che la comunità virtuale si conoscesse “realmente” e convergesse in un posto per festeggiare il suo otaku. Alcune conferenze dei festival sono finite on line, altre sono state raccontate dai blogger che all’ultima edizione del festival sono stati invitati anche ad accreditarsi con gli stessi privilegi della stampa che intanto, per la maggior parte, continuava ad ignorare l’evento (32.000 presenze!). Al festival del 2009, Internazionale ha presentato la nuova grafica del giornale e l’ha discussa con i suoi lettori così come la nuova impaginazione del sito, facendo votare la versione preferita. Internazionale pubblica i suoi articoli firmati in esclusiva, con licenza creative commons che ne permette la libera distribuzione nella rete. Un esempio quindi di come la distribuzione dei contenuti e la comunità siano stati il cuore del cambiamento. Quella in fb è una comunità che parla, che litiga per alcuni articoli, che invia le sue foto e chiede cambiamenti e suggerisce nuovi sviluppi. Quando uno ha questo potenziale, è come un forziere magico che si autoalimenta e si riproduce. I lettori di Internazionale condividono l’otaku dell’informazione di qualità, libera e plurale. Sono attivi e collaborano. Per esempio in flicker è nato un gruppo per aggregare le foto de “la tua prima copia di Internazionale” (il confronto con un figlio o un primo amore è incredibile, no?). E’ stata l’iniziativa di un fan a cui si sono aggregati altri e infine l’Internazionale nella sua veste ufficiale, premiando l’iniziativa individuale. Altri esperimenti simili stanno nascendo sotto l’ombrello di questa rivista.

Una copertina a caso di Internazionale del 2010

Un altro esempio diverso ma con risultati simili, è quello di Roberto Saviano che ha una comunità attivissima nella condivisione di opinioni e valori. E non posso dimenticare neppure il Popolo Viola, nato da una concentrazione in fb per cacciare il premier Silvio Berlusconi dal potere, e arrivato nelle strade e nei giornali di tutto il mondo con folle di manifestanti vestiti di viola.

Creare reti di questo tipo, non permette solo di conoscere direttamente i fan, ma dà loro la possibilità di sfogare il loro otaku, di condividere, di creare, di sentirsi parte di qualcosa che li tocca da vicino, li emoziona. E se qualcuno anni fa, mi avesse detto che la promozione di una rivista avrebbe contribuito a farmi crescere come persona, e a farmi sentire parte di una comunità, gli avrei riso in faccia. Però oggi è così. Noi che abbiamo l’otaku per l’Internazionale, crediamo nella frase di Amleto che, da quando io ricordi è il motto della rivista: “vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano nella vostra filosofia”. Siamo dei curiosi del mondo, dei fanatici delle sue notizie!

Mordendo l'Internazionale

E il vostro otaku, qual è?

Samara Croci

P.S: Malgrado il mio entusiasmo, posso assicurarvi che non lavoro per Internazionale! E’ solo il mio otaku dal ‘98. E non ero neppure tra i blogger accreditati all’ultimo festival, benché Internazionale abbia citato il mio blog nella pagina ufficiale. Ho fatto le lunghe code con gli altri fan e ho respirato il sudore e l’entusiasmo del popolo del festival. Credo che da quell’esperienza nasca quest’articolo.

Bellissima conferenza di Seth Godin sul tema

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Percorsi verso l’estasi

Inarte, fotografia, Islam, ITALIANO, religione su 17 luglio 2010 a 5:52 pm

Torre del Canal Isabel II, Madrid ©Samara Croci

Il mio interesse per i sufi risale ad un tempo più lontano, però quando ho visto “sufismo” e Christian Caujolle uniti in un unico articolo che parlava di una mostra fotografica a Madrid, mi sono detta che non potevo perderla. Ed è stata meravigliosa anche se sono cosciente dell’impossibilità di spiegarvi quanto sia stata bella.

Ma iniziamo dai dati. Il titolo è “El amor y el extasis” e la fotografa è Isabel Muñoz. Se volete vederla, dovete affrettarvi perché sarà a Madrid, in occasione di Photo España 2010, fino al 29 agosto, presso la Sala del Canal Isabel II (Santa Engracia 125 – Canal/Rios Rosas).

Secondo il sufismo la vita è un cammino fatto di strade che si incrociano, di esperienze che ci cambiano. Io a questa mostra ci sono arrivata seguendo vari cammini.
Isabel Muñoz è una fotografa che ha dedicato tutta la sua carriera allo studio del corpo. Sfoglio il suo libro, è ci sono foto di ballerini di tutto il mondo, artisti cistercensi, statue, toreri, dettagli di corpi, curve, arti marziali, tatuaggi tribali e riti religiosi. In ogni caso i corpi, il movimento e la plasticità delle forme sono i protagonisti delle sue foto, sempre in bianco e nero, fino a quest’ultimo lavoro sull’estasi, a colori. Secondo elemento che mi ha portata a questa mostra, è stato Christian Caujolle, un photoeditor eccezionale che ho potuto vedere di persona e ascoltare all’ultimo festival di Internazionale a Ferrara, e mi ha lasciata senza parole. In questo caso, Caujolle è curatore della mostra insieme a Blanca Lleó. Terzo percorso sul quale mi trovavo, e che mi ha portato alla mostra, è stato ovviamente il sufismo. E’ vero che la mostra non riguarda solo i sufi, ma anche i fedeli della confraternita Al Qadiriya, però è anche vero che la mostra è costruita come un percorso e il termine ultimo, sono i dervisci rotanti (che appartengono al sufismo).
E’ quasi impossibile descrivere cosa sia il sufismo dato che secondo questa filosofia, dare un etichetta, una definizione, alle cose è mettergli un limite e distruggerle. Dato che è impossibile fare anche solo un riassunto di ciò che è il sufismo, rimaniamo con due idee importanti: il concetto di cammino e quello di spiritualità. Si potrebbe dire che per il sufismo, la vita è un percorso continuo di crescita e d’esperienze, per raggiungere l’amore puro. E, parte di quell’amore puro che i sufi e molte delle religioni del mondo cercano, è l’estasi, cioè il momento, fragilissimo e purissimo, in cui l’anima si distacca dal corpo e si avvicina e Dio. Alla ricerca di quel momento è andata Isabel Muñoz quando ha deciso di fotografare da un lato i riti iniziatici della confraternita di Al Qadiraya in Iraq (corpi tagliati e perforati con pugnali, aghi e coltelli) e dall’altro, la cerimonia dei dervisci rotanti in Turchia.
La magia della mostra però, non è costituita solo dalle foto, ma dal fatto che, quello stesso percorso che i fedeli di queste due tradizioni religiose seguono per raggiungere l’estasi, sia il percorso che lo spettatore compie nel visitare la mostra. L’esposizione infatti si trova in una vecchia torre di raccolta dell’acqua ristrutturata. All’entrata, c’è una foto gigante nel mezzo dell’oscurità totale, in alto, come il crocifisso di una chiesa. E’ un uomo con una ferita al costato, che guarda verso l’alto, lontano, con un sentimento di vero distacco, d’estasi. Girando, al piano terra, alle pareti della torre circolare, ci sono altri ritratti e poi, si sale, sempre circolarmente, per una scala centrale in ferro. E i pianerottoli superiori dove si sviluppa la mostra sono ringhiere circolari. Anche la luce è dosata secondo il momento ed il livello in cui ci troviamo del nostro percorso di risalita verso l’estasi divina. Al secondo piano, continuano le mutilazioni rituali dei corpi, con alcuni video visibili attraverso fessure nelle pareti, perché i riti religiosi non sono qualcosa che dovrebbe essere pubblico. Siamo spettatori che spiano, che possono vedere, ma difficilmente capire vedendo. E poi, al terzo piano ci aspettano le foto dei dervisci. Indimenticabili. E infine, ultima scala, passiamo ad una stanza che si trova nascosta in quella che era la cupola che si vedeva dal basso con la proiezione del video di un derviscio rotante. In questa stanza segreta, nel punto più alto della torre, e con tutto ciò che abbiamo già visto e vissuto, ci è finalmente concesso sdraiarci su dei divanetti e guardare una danza di dervisci rotanti in movimento circolare, di colori che si mescolano, di forme che si fondono e svaniscono nell’oscurità. Il sancta santorum della visita, la materializzazione, o sarebbe meglio dire, la smaterializzazione del corpo mentre siamo sospesi, in alto, al centro di quella torre di corpi straziati, il cui ricordo è già lontano. E tutto diventa solo musica, colore, luce, movimento e pace. Perfetto!

Samara Croci

So che è difficile credermi solo sulla base delle parole, ma se c’è tra voi qualche appassionato di fotografia, questa è una mostra che vale il viaggio a Madrid.

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Intervista a Christian Caujulle

Articoli di Caujolle su Internazionale

“Lo cierto es que el cuerpo habla, y habla mucho… Intento atrapar el cuerpo porque así atrapas a la persona, sus sentimientos, que habrán vivido esos ojos. También habla de su civilización”. (Isabel Muñoz) trad: E’ vero che il corpo parla, e parla ampiamente…Cerco di catturare il corpo, perchè così si cattura la persona, i suoi sentimenti, ciò che avranno vissuto quegli occhi. Parla anche della sua cultura.

Quando il pensiero supera il gesto…GRAFFITI

Inarte, ITALIANO, pensieri sparsi su 28 marzo 2011 a 11:06 am

Grattifi @SamaraCroci

…Quando il pensiero supera il gesto…un graffito non è uno schizzo illegalmente abbozzato su un muro, ma una finestra verso qualcos’altro. Quando il pensiero supera il gesto, Neo, il protagonista di Matrix, non ha più bisogno di schivare le pallottole, semplicemente le ferma nell’aria. Sembrano due elementi non correlati, ma in quanto figli dello stesso tempo, la filosofia di Matrix, così come quella dei graffiti, hanno molte affinità.

Matrix è stato un film sconvolgente alla sua uscita. Gli autori, raccogliendo tanti altri stimoli precedenti, postulavano che il reale, così come noi lo conosciamo, non è che illusione. Con il dilemma tra pillola rossa o blu, Neo deve scegliere se vivere nell’illusione o scoprire quello che c’è al di la del “velo di Maya”.

Da Matrix in poi, si può dire che qualcosa sia cambiato, abbiamo perso la nostra innocenza e Neo sarà lì a lottare per farci vedere che esistono delle fratture in quel muro apparentemente così solido che è la nostra realtà. Torniamo ora all’arte dei graffiti e in particolare ad un graffittaro che ha fatto fortuna, Banksy.

Quando un graffitaro come lui si lascia catturare dal fascino di un muro, vi vede un limite, un ostacolo, ma anche la potenza dell’inconoscibile che esso nasconde. Vede il muro, ma anche la possibilità di immaginare ciò che sta dietro, le crepe del sistema, le imperfezioni, come in Matrix. Per questo, quando Banksy sceglie il muro tra Israele e Palestina come canovaccio per alcuni dei suoi graffiti, esso non è più solo un muro ma diventa, nei suoi disegni, una possibilità, una crepa verso un mondo diverso. Diventa un muro squarciato attraverso cui si vede un paesaggio alpino o una spiaggia con le palme, o ancora, il muro si annulla, con il disegno di una scala che lo supera o di una bambina che, portata via da un palloncino, lo sorvola.

Banksy l’ha saputo esprimere con una forza e una costanza senza precedenti, ma tutta l’arte dei graffiti è intrisa di questa filosofia, e ad essa si ispira. I disegni dei graffittari si prendono gioco della realtà, spesso ne stravolgono le leggi, ci mostrano, con giochi ed effetti ottici, le imperfezioni del visibile e della quotidianità, giocano con il paesaggio urbano, lo modificano e lo criticano. Spesso sono arte effimera: veloce, fatta in poco tempo, clandestinamente e destinata ad essere presto rimossa, ma non per questo sono meno necessari. La provocazione e l’invito a scoprire una diversa realtà o interpretazione di essa è la loro missione. La Monna Lisa di Banksy ha in mano un lanciamissili, la Regina d’Inghilterra accoltella con lo scettro una donna, i poliziotti inglesi disegnati, fanno pipì sui muri, si baciano tra loro e disegnano a loro volta graffiti sui muri. La realtà è stravolta. Banksy è a volte scanzonato, a volte cinico e altre volte incredibilmente poetico.

Free speach Assange, Madrid ©Samara Croci

Oggi tutti noi, forse proprio come in Matrix, siamo immersi nel mondo dell’informazione globale e della comunicazione, e crediamo, grazie a questa ricchezza di informazioni e di immagini, di essere al corrente di ciò che ci capita intorno e di riuscire a comprenderlo. Ma l’arte contemporanea non vuole lasciarci in questa comoda placenta ovattata, vuole squarciarla, divorarla e riplasmarla, vuole conficcarci in gola, che lo vogliamo o no, quella pillola del risveglio di Matrix. Che sia Neo, un graffittaro come Banksy, un hacker o, per stare aderenti all’attualità, Julian Assange, è innegabile che ci sia un movimento culturale con il proposito di frantumare questa realtà che sempre di più ci mostra le sue crepe e le sue falle. E’ un movimento di contestazione che cammina al limite tra legalità e illegalità, tra legittima espressione e delitto, che infastidisce i potenti e mette in discussione il sistema.

Oggi, le foto dei graffiti di Banksy sono raccolte nel suo libro“Wall and piece”. Prima della stampa del libro, Banksy ha chiesto al responsabile della polizia urbana se avesse delle dichiarazioni da fare prima della pubblicazione. La risposta fu: “Scordati che ti concediamo una dichiarazione da usare nella tua quarta di copertina!”. Proprio sulla quarta di copertina è dove oggi troneggia la dichiarazione del poliziotto. Geniale!

Samara Croci

Questo è il trailer di un documentario recentemente realizzato da Banksy sul mondo dei graffiti. Molto bello, divertente e per niente banale. Lo consiglio vivamente!

Questo articolo è uscito sulla nuova rivista trimestrale “HESTETIKA“, in edicola da febbraio 2011.

Guerrilla Art, a cura di Samara Croci, Hestetika n°1

“…quando il pensiero supera il gesto…” è il nome di un nuovo museo che aprirà a Tradate (VA), dedicato all’arte contemporanea, soprattutto di giovani artisti emergenti.

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