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United for #globalchange: 15 ottobre

Inattualità, ITALIANO, politica internazionale, politica italiana su 12 ottobre 2011 a 4:11 pm

So che c’è un che d’idealista nel sognare che il 15 ottobre le manifestazioni siano come i fuochi di Amon Din nell’ultimo capitolo della trilogia del Signore degli Anelli. Fuochi che si accendono in maniera coordinata, a grande distanza, nell’oscurità più totale, e che portano un messaggio di rivolta ma anche di speranza: non siete soli e tutti combatteremo.

So che c’è molto idealismo in questo, ma mi chiedo anche: “qual è l’alternativa?” Forse l’idealismo quando si persegue un cambiamento del sistema tanto inimmaginabile, non è poi tanto fuori luogo. Qualche secolo fa sarebbe stato idealistico anche il pensare alla fine della schiavitù e ai diritti delle donne. E’ vero, sono cose che non esistono ancora in tutto il mondo purtroppo, ma almeno sono considerati crimini la schiavitù così come la violenza sulle donne. Molte cose sono migliorate, lentamente, forse impercettibilmente, e spesso l’hanno fatto grazie alla mobilitazione popolare. E poi, stare qui a pensare che nulla può cambiare può solo portare al fatto che nulla cambi. E pensare che tanto la popolazione non avrà mai il potere di cambiare le cose, è la miglior arma che ha in mano il potere per dividerci e toglierci la speranza.

"A cosa serve l'utopia? Potrò camminare all'infinito, ma non la raggiungerò mai". "Proprio a questo serve, a camminare" Eduardo Galeano.

Ripensate a quel broker di Borsa negli Stati Uniti, che è stato intervistato qualche settimana fa e si è pavoneggiato di come stia facendo i soldi sulla crisi e di come non possiamo cambiare nulla perché il potere è in mano a Goldman Sachs e a Merryl Linch. Beh, quella è pura strategia terrorista. Quello è un poveraccio che pur dicendo cose purtroppo in parte vere, è un personaggio triste perché trae profitto da quelle minacce, proprio come i terroristi dalla paura e i politici dal disinteresse dei cittadini. Il potere fonda la sua forza sulla segretezza, sulla paura che suscita tra i cittadini e sul disgregamento del tessuto sociale. Beh, noi iniziamo da li, e ci getteremo il realismo dei disillusi dietro le spalle, perché di quello non ce ne facciamo nulla. Siamo anche noi coscienti e realisti di fronte al compito, non basterà una manifestazione, non smuoverà le coscienze civili di tutti in un colpo solo e non cambierà il sistema dalla notte alla mattina, ma sarà un avviso, sarà la richiesta di una giustificazione da parte nostra a chi ha il potere. Voi perché siete li a rappresentarci? Che cosa state facendo per meritare questo potere che temporaneamente vi abbiamo ceduto? Cosa state facendo per noi? Sarà il caso di chiedergli giustificazioni, non vi pare? E poi potrebbe essere l’occasione per trovare sistemi alternativi di società civile. Certo, non in un giorno, ma guardarsi in giro non fa male e sicuramente da casa, dai nostri computer, non verrà fuori nulla di concreto. Per esempio, i comitati di quartiere nati dalle manifestazioni degli indignados spagnoli resistono, sono attivi, e aiutano la gente che viene cacciata di casa e rovinata dalle banche che dopo essersi presi le loro case mettono ancora una taglia sulla loro testa e intanto prendono i nostri soldi per “salvarsi” e dare gratifiche stratosferiche ai loro bravi dirigenti.

Va beh, tutto questo ormai lo sappiamo tutti, ma la questione è: forse non c’è nulla che noi possiamo fare per cambiare questa struttura di potere che beneficia solo il famoso 1% della popolazione. Forse le cose ormai ci sono sfuggite di mano ma io per lo meno mi sento molto meglio cercando di mettere i bastoni tra le ruote del potere, cercando di rompergli le uova nel paniere. Insomma, se potete comunque guardarvi allo specchio senza aver provato a fare nulla, allora beati voi, io non ci riesco. Da sola non ho la minima idea di cosa potrò fare, intanto scendo in piazza il 15 e comincio da li. Poi tenterò, un passo alla volta!

Mi sembra ottima in questo senso la risposta di Chomsky quando uno del pubblico gli chiese in una conferenza nel 1999: “ma lei, personalmente, cosa ne pensa? Crede che negli Stati Uniti il grosso della popolazione resterà emarginato per il resto della storia o ha la sensazione che ci sarà un movimento che cambierà le cose?” E Chomsky risponde e conclude dicendo: “Quindi, ciò che penso è irrilevante. La risposta alla sua domanda è: se rimarrete emarginati non ci sarà una storia di cui preoccuparsi. La gente reagirà o no? Chissà. Lei lo sa? Ognuno deve decidere che cosa vuole fare”.

Murales degli indignados, Plaza del Sol, Madrid ©Samara Croci

Quello che vorrei io è che ci fosse una democrazia più rappresentativa, prima di tutto a livello europeo, e poi un controllo brutale sul sistema finanziario e un rilancio del sistema industriale in Europa. Produciamo qualcosa di tangibile tanto per cambiare! Come farlo? Non lo so, per ora, davanti a questo computer sono da sola, ma credo che essendo noi il 99%, potremo venire fuori con qualcosa che funzioni meglio, no? Spero anche che ci saranno delle nuove sinistre in piazza,  i sindacati e i gruppi di attivisti con noi, e che saranno pronti a offrirci mezzi di organizzazione nuovi o almeno, che saranno pronti a discuterne, perché avremo bisogno di penetrare nelle istituzioni e non di rimanere solo li impalati in una piazza.

Sarà un pensiero utopico, ma ricordo una frase sentita qualche giorno fa, che, a memoria, fu pronunciata da uno dei padri della Comunità Europea, Monet, che disse: “l’Europa si farà nella crisi”. Credo che sia vero, una delle opzioni che abbiamo è che le strutture politiche e di governo della Comunità europea si rafforzino e abbiano maggior peso. Forse questo è il momento, forse la crisi è l’opportunità che abbiamo per farlo, in fondo nessuno nei paesi europei è molto contento del proprio governo e ci rendiamo conto che nessun paese può uscire da questa crisi da solo. A molte delle misure che chiederemo, i nostri governanti ci diranno che sono misure che faranno scappare gli investitori e i capitali. Beh, che scappino, perché se sono venuti qui per avere nuovi schiavi, per vampirizzarci, per inquinare le campagne, le falde acquifere, i fiumi e i laghi, forse è meglio perderli che trovarli. In mezzo al nostro 99% ce ne saranno altri pronti a sostituirli con idee migliori che non mettano a repentaglio le nostre vite e il nostro futuro.

Samara Croci

“Si no nos vais a dejar soñar, no os vamos a dejar dormir” (Se non ci lascerete sognare, non vi lascieremo dormire), giovani in piazza a Madrid

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Tutte le manifestazioni città per città: http://map.15october.net/

Il movimento globale si chiama take the square: http://takethesquare.net/


Le ragioni per cui vivo altrove:

Inpensieri sparsi su 10 settembre 2011 a 4:24 pm

foto alle montagne ©Samara Croci

-       i treni partono puntuali

-       la gente ti tiene la porta in metrò, nell’ascensore…

-       in ascensore salutano entrando ed uscendo e ti sorridono

-       si può fare e modificare la dichiarazione dei redditi on line e non è necessario una pluri-laurea in economia

-       posso non avere la macchina

-       i ragazzi possono andare a vivere fuori casa e tirare avanti

-       se c’è un lavoro decente disponibile, posso accedervi come chiunque altro

-       posso trovare casa on line

-       posso vestirmi come voglio in ufficio e non c’entra con la mia professionalità

-       posso dare del tu al mio capo e comunque portargli lo stesso rispetto

-       gli amici e i conoscenti si abbracciano e si baciano quando si ritrovano e quando si lasciano

-       posso passeggiare di notte da sola senza paura

-       posso tornare in metrò fino all’1.30 di notte e poi prendere un taxi senza lasciarci più di 7/8 euro

-       posso attraversare sulle strisce quasi senza guardare

-       posso andare in diversi musei bellissimi gratis

-       la sera, di nuovo, posso vestirmi come mi pare perché si esce per uscire con gli amici e non per fare la passerella.

-       si fanno le code per tutto, anche per salire sull’autobus

-       perché è pieno di cinema in lingua originale

-       perché ci vive e ci passa gente da tutto il mondo che convive a stretto contatto

-       perché le presentatrici in tv non sono tutte modelle e alcune hanno anche una certa età (che si vede dal livello professionale)

-       perché i tg e i quotidiani danno notizie e non opinioni e le opinioni le metteno tra virgolette

-       perché qui sono indignati!

-       perché qui si dice molto di più quello che si pensa, in modo diretto e senza peli sulla lingua

-       la gente non è sempre incazzata come a Milano

-       la gente esce e vive la città continuamente

-       i politici non si vantano di andare a prostitute o con minorenni e non si vantano di non pagare le tasse

-       non ci sono le zanzare

-       perché ci sono tunnel preparati per le linee metropolitane future (Chamartin). Si pensa al futuro e ci si prepara ad esso.

-       perché ci sono 12 linee di metò, 3 tram leggeri e varie linee di treni urbani

-       perché in quattro anni la città è cambiata ed è migliorata

-       Porque cuando la gente aquí dice que su presidente está loco, miro al de mi país y digo: “Nah!” – Perchè quando la gente qui dice che il loro capo del governo è matto, guardo a quello del mio paese e dico: “Naaa!” – Suggerito da Cri,Venezuela. Però vale anche per me! :)

-       (continua…)

Samara Croci

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Espatrio o…?

Inattualità, pensieri sparsi su 10 settembre 2011 a 4:04 pm

Lavatoio pubblico abbandonato, Spagna ©Samara Croci

Un elemento che mi ha colpito del libro della Cucchiarato (Vivo Altrove) è come la maggior parte degli italiani espatriati intervistati dicessero che non era stata un’emigrazione obbligata la loro, ma una scelta volontaria. Avevo dei dubbi su tutto ciò, non capivo questo timore nel dire che era stata una fuga e, a volte, una scelta obbligata come invece mi sembra che sia per molti.

Poi ho capito. E’ vero, nessuno di noi se né andato perché non aveva scelta, una scelta e un’alternativa c’era sempre. Ce ne siamo andati spesso per fare un’avventura che la maggior parte delle volte prevedevamo sarebbe durata un annetto o due. Poi però le motivazione per cui facciamo di tutto per non tornare, sono tutta un’altra cosa secondo me. Li sì che diventa una scelta obbligata. Dopo un po’ di anni fuori, è difficile che uno scelga liberamente di tornare in quest’Italia.

La partenza, la famosa fuga di cervelli, non è in realtà questo grande problema. In tutti i paesi europei i giovani vanno quasi sempre all’estero a fare un’esperienza di lavoro (oltre l’Erasmus) e poi tornano a farsi la loro vita in patria. Io l’ho visto a Madrid in questi 4 anni, quasi tutti gli stranieri come francesi, tedeschi e inglesi sono tornati in patria dopo 1 o 2 anni. Gli italiani sono qui, con le unghie infilate nel terreno, costi quel che costi. E non solo qui. Ho saputo dal consolato di Barcellona ma soprattutto da quello di Berlino, che non riescono a stare dietro agli arrivi nuovi, ogni mese, di connazionali.

Lavatoio pubblico abbandonato, Spagna ©Samara Croci

In questi mesi sto avendo l’onore di sentire tante storie di espatriati e non sono tutti successi stellari. Molti italiani all’estero non stanno vivendo situazioni idilliache, alcuni hanno fatto passi indietro in termini di carriera, sono pagati meno o hanno meno sicurezza sul lavoro, eppure rimangono fuori dall’Italia.

Questo è il problema, non la fuga di cervelli. I cervelli devono fuggire per nutrirsi della diversità, di esperienze nuove, per imparare. L’hanno fatto fin dai tempi del Grand Tour degli intellettuali europei, è la filosofia dell’anno sabbatico. Ora però, nel caso degli italiani, queste menti viaggianti, non tornano più, e preferiscono intraprendere anni di lotte con culture diverse, una burocrazia spesso ostile con i “pellegrini del lavoro”, con lingue diverse e spesso con la continua sfida di ricominciare daccapo più volte, in paesi diversi. Tutto, però il ritorno no!

Le ragioni le sappiamo, e credo ci sia ben poco che a breve termine possa accadere per farci cambiare idea. I giovani italiani continueranno ad espatriare e diventeranno sempre più spesso, e con buona pace dei leghisti, degli immigrati che piomberanno in altri paesi per “rubare il lavoro ai locali”.

Lavatoio pubblico abbandonato, Spagna ©Samara Croci

Ora è l’Europa, ma sempre più spesso sarà la Cina, gli Emirati, l’India, la Turchia… Sarà così perché l’Europa si sta sfaldando e i giovani, da quando il mondo esiste, sono alla ricerca di spazi da conquistare e di sfide che li stimolino.

Il nostro paese non ha più sogni e i sogni ce li mette chi ci vive. Noi italiani non sognamo più, non almeno per il nostro paese, e non in un numero o in una maggioranza adeguata. Forse qualcuno, con sogni diversi, vorrà piantarli qui, mentre noi andremo altrove a farlo. Non vuol dire che abbiamo smesso di sognare in assoluto, o che l’Italia sia spacciata. Sarà un’altra Italia, piena di altri sogni, magari anche migliori. Non è che nel nostro “Bel Paese” non ci siano sfide stimolanti. Ci sono, eccome! Ma non attraggono noi giovani, viziati, se volete, che avevamo una certa idea del nostro futuro e che ora non possiamo far altro che seguire, ovunque ci porti. D’altronde da qualche anno è diventato più che visibile come il nostro paese sia profondamente diviso a livello sociale. Purtroppo, per quello che mi riguarda, la maggioranza non mi rappresenta, e mi sento sempre più in minoranza.

Lavatoio pubblico abbandonato, Spagna ©Samara Croci

E chi salverà quest’Italia? Se succederà, credo che a salvarla saranno gli immigrati che proprio ora stanno sbarcando sulle coste italiane. D’altronde sono proprio loro che già adesso tengono in piedi interi settori dell’economia del nostro paese. Loro che arrivano da situazioni disastrate, che fanno tutte le rinunce possibili per restare e lottare. Forse loro vorranno rimanere e lottare per questo paese, migliorarlo e farne la loro patria. E forse non è giusto, non lo so, forse è un modo di lavarsene le mani, ma io non posso nascondere il fatto che, dopo quattro anni in Spagna, sono molto più entusiasta all’idea di lottare e lavorare sul futuro di questo paese, piuttosto che sull’Italia. E’ triste, lo so, però volendo essere onesti, è così. E non sarà diverso finché molte cose non cambieranno, e magari anche nel mio paese, come qui, tornerò a sentirmi parte di un maggioranza con concrete possibilità di influenzare il futuro del paese. Credo che una cosa per me sia la chiave di tutto: il clientelismo, le raccomandazioni, le spintarelle. Tolto quello, avremo risolto la maggior parte dei problemi di politica, criminalità, lavoro ed economia. Se  questo sarà risolto, chiunque abbia dei meriti, delle idee e della capacità, potrà arrivare a risolvere le cose. Al momento però non è così.

Lavatoio pubblico abbandonato, Spagna ©Samara Croci

Penso sempre che c’è anche chi ha fatto scelte diverse, forse migliori, forse più coraggiose, non lo so. Ci rifletterò su. Penso soprattutto ai ragazzi che durante la guerra civile risposero alla chiamata internazionale e da molti posti arrivarono in Spagna per combattere. Ora mi sono presa due libri che magari mi aiuteranno a conoscere le loro ragioni: “Omaggio alla Cataluña” di Orwell e “No pasarán!” di Upton Sinclair. Ora che ci penso, comunque, anche loro trovarono una ragione di lotta e di vita in una patria che non era la loro.

Samara Croci

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Mi piacerebbe condividere con voi un frammento letterario che ho scoperto durante la lettura di “Vivo Altrove” di Claudia Cucchiarato. Questa citazione che si trovava all’inizio di uno dei capitoli del libro, mi aveva colpito particolarmente. La riporto qui.

IL DISPATRIO, di Luigi Meneghello

“Il dispatrio non è un esilio. Indica qualcosa di profondamente diverso. Il dis suggerisce un’idea diversa, di mancanza, di separazione e di ‘altro’ che l’esilio identifica subito in un luogo preciso: il fuori, il suo ex. Tuttavia, il dispatrio si vive anche dentro, non solo fuori. Sembra una condizione che resta con noi indipendentemente da dove sia l’origine e la meta del nostro viaggio; indipendente dal luogo delle origini, dalla nostra stessa casa. Un sentire che resiste anche quando siamo nel nostro paese. La strana sensazione di non sentirsi mai davvero là dove si è. Una specie di dislocamento interno, o magari interiore, di chi spesso non si riconosce in ciò che vede e sente al di fuori di sé, nonostante si muova dentro un luogo familiare. Una condizione che, forse, nasce dalla sovrapposizione di nostalgia e nausea. Certamente dalla dialettica del punto di vista, da quella sua continua oscillazione con cui abbiamo imparato a convivere proprio nel nostro dispatrio.”

Elogio della lentezza e dei piccoli

Incinema, letteratura, politica italiana su 27 maggio 2011 a 1:33 pm

Montagna ©Samara Croci

Oggi ho finito di leggere La leggenda dei monti naviganti di Paolo Rumiz. La dedica che Rumiz fa all’inizio del libro è in onore dei “giardinieri di Dio rimasti sull’Arca” e già in apertura ci chiarisce che “l’Arca è la montagna di casa nostra”, le Alpi e gli Appennini, che lui percorre instancabile per raccontare una storia di resistenza: vite di italiani che resistono “malgrado l’Italia”. Rumiz li paragona ai monaci che meditavano in Cappadocia tra i “nidi di fata” dei monasteri abbandonati, e che con le loro preghiere garantivano la continuità e la sopravvivenza del mondo.

Il racconto però vira prestissimo alla catastrofe imminente, i guerrieri di cui racconta sono quasi sempre vecchi e stanchi, sono soli e spesso dimenticati. Grazie a Rumiz però, abbiamo la possibilità di aggrapparci a questo scampolo di speranza: loro sono lì che lottano contro il potere che li ignora, gli mette i bastoni tra le ruote e si divora interi pezzi della nostra bella Italia. Rumiz ondeggia, a passi di valzer e mazurke, o zampetta, sull’onda di una tarantella tra le storie di quelli che incontra, sulle sillabe affascinanti dei posti che attraversa. In noi, mentre leggiamo, penetra la rabbia e l’orrore per quello che abbiamo già perso per sempre, per l’incuria che riserviamo a chi resiste e per gli stupri del potere al nostro territorio di cui non ci siamo quasi mai occupati di sapere di più.

Quello che facciamo con Rumiz è un viaggio sacro, alla scoperta di luoghi, persone e tradizioni profonde che una volta erano il sale delle nostre vite. La domanda quindi diventa: come abbiamo potuto dimenticare tutto ciò e sopravvivere? E poi, siamo sopravvissuti veramente? O il viaggio di Rumiz è un viaggio lungo l’Acheronte tra anime morte, convinte d’essere ancora vive e di costituire una nazione, ma in realtà immobili nella nebbia e ormai immerse solo nei loro sogni infranti? Rumiz è più ottimista di me, vede in queste persone delle resistenze che possono riscattare il paese, ma io, vedo in loro dei “giardinieri di Dio” rimasti a bordo di un’Arca che ormai vive solo nel racconto. I personaggi di Rumiz rischiano di avere la consistenza dei ricordi di Ulisse che decanta le lodi della sua lontana Itaca. Come l’eroe omerico essi vivono nella leggenda che Rumiz battezza “dei monti naviganti”.

Qualcuno si ricorderà il bellissimo film di Lynch, “Una storia vera”. Raccontava la storia di un vecchio, Alvin Straight, che per andare a trovare il fratello malato che vive lontano da lui, decide di mettersi in viaggio con un trattore, attraversando gli infiniti spazi della campagna americana dove entra in contatto con mille piccoli universi umani che incontra sul suo percorso. Come il libro di Rumiz, anche il film vuole essere un elogio alla lentezza, al viaggio di scoperta, alla riflessione su un mondo che va pazzamente veloce e rischia di schiantarsi, come le macchine che seminavano sprezzanti i contadini di “Furore” di Stenbeick in fuga dalla Grande Depressione lungo le strade polverose di un’America, come oggi, umiliata dalla crisi e dai potenti.

Appena finito il libro di Rumiz, mi è venuta voglia di rivedere il film di Lynch che mi ha fatto pensare ad un altro elemento triste: nel libro di Rumiz, sono quasi assenti i giovani. Un po’ perché non abitano più i territori attraversati dalla Topolino del giornalista e un po’ perché forse non sono tra i “giardinieri di Dio” rimasti sull’Arca, ma lottano in altri mondi, oppure si sono perduti in alto mare.

L’Arca, la montagna di Rumiz, così come il trattore del film di Lynch, da lontano, sembrano fermi, immobili, ma avvicinandosi, gustandone le mille storie che contengono, ci si accorge che essi si muovono vorticosamente e raccontano ciò che chi rimane a distanza, come “i politici sui loro elicotteri”, non vede. Forse in questo modo, avvicinandosi con pazienza, con lentezza, i personaggi dell’Arca, da sogni, da leggende, diventeranno realtà.

Da lontano le cose si possono interpretare un po’ come ci conviene, per poi passare ad altro con la coscienza pulita. Il nostro mondo, d’altra parte, viaggia veloce ormai, chi si ferma è perduto e chi va piano è un fallito. E’ un sistema facile in fondo per lavarcene le mani, c’è tanto a cui pensare e non c’è tempo per avvicinarsi. Ma è quello che Rumiz ci invita a fare, ad avvicinarci, a rallentare e a non guardare le cose da lontano cercando scuse, ma a fermarci per parlare, schietti, diretti, senza intermediazioni, ne scuse, ne distanze sicure. Lo fa anche Alvin Straight, il protagonista di “Una storia vera”, che poi nel titolo originale era “A Straight Story”, cioè una storia schietta, diretta. Lo fa infine anche Steinbeck, con i suoi contadini di “Furore”: storie singole che ci si appiccicano addosso con le loro gioie e le tragedie, ci contagiano, senza possibilità di distanza, ma proprio per quello, ci entrano dentro e ci smuovono. Forse le persone di cui parla Rumiz sono solo personaggi, come i contadini di Steinbeck, già umiliati dalla velocità e dalla spocchia dei potenti, già schiacciati, già vecchi come Alvin, ma il racconto delle loro storie ha una funzione importante, quella di avvicinarci a loro e poi di pervaderci per raccontarci di un altro mondo, di un altro modo di fare, di una resistenza possibile.

Samara

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Quando il pensiero supera il gesto…GRAFFITI

Inarte, ITALIANO, pensieri sparsi su 28 marzo 2011 a 11:06 am

Grattifi @SamaraCroci

…Quando il pensiero supera il gesto…un graffito non è uno schizzo illegalmente abbozzato su un muro, ma una finestra verso qualcos’altro. Quando il pensiero supera il gesto, Neo, il protagonista di Matrix, non ha più bisogno di schivare le pallottole, semplicemente le ferma nell’aria. Sembrano due elementi non correlati, ma in quanto figli dello stesso tempo, la filosofia di Matrix, così come quella dei graffiti, hanno molte affinità.

Matrix è stato un film sconvolgente alla sua uscita. Gli autori, raccogliendo tanti altri stimoli precedenti, postulavano che il reale, così come noi lo conosciamo, non è che illusione. Con il dilemma tra pillola rossa o blu, Neo deve scegliere se vivere nell’illusione o scoprire quello che c’è al di la del “velo di Maya”.

Da Matrix in poi, si può dire che qualcosa sia cambiato, abbiamo perso la nostra innocenza e Neo sarà lì a lottare per farci vedere che esistono delle fratture in quel muro apparentemente così solido che è la nostra realtà. Torniamo ora all’arte dei graffiti e in particolare ad un graffittaro che ha fatto fortuna, Banksy.

Quando un graffitaro come lui si lascia catturare dal fascino di un muro, vi vede un limite, un ostacolo, ma anche la potenza dell’inconoscibile che esso nasconde. Vede il muro, ma anche la possibilità di immaginare ciò che sta dietro, le crepe del sistema, le imperfezioni, come in Matrix. Per questo, quando Banksy sceglie il muro tra Israele e Palestina come canovaccio per alcuni dei suoi graffiti, esso non è più solo un muro ma diventa, nei suoi disegni, una possibilità, una crepa verso un mondo diverso. Diventa un muro squarciato attraverso cui si vede un paesaggio alpino o una spiaggia con le palme, o ancora, il muro si annulla, con il disegno di una scala che lo supera o di una bambina che, portata via da un palloncino, lo sorvola.

Banksy l’ha saputo esprimere con una forza e una costanza senza precedenti, ma tutta l’arte dei graffiti è intrisa di questa filosofia, e ad essa si ispira. I disegni dei graffittari si prendono gioco della realtà, spesso ne stravolgono le leggi, ci mostrano, con giochi ed effetti ottici, le imperfezioni del visibile e della quotidianità, giocano con il paesaggio urbano, lo modificano e lo criticano. Spesso sono arte effimera: veloce, fatta in poco tempo, clandestinamente e destinata ad essere presto rimossa, ma non per questo sono meno necessari. La provocazione e l’invito a scoprire una diversa realtà o interpretazione di essa è la loro missione. La Monna Lisa di Banksy ha in mano un lanciamissili, la Regina d’Inghilterra accoltella con lo scettro una donna, i poliziotti inglesi disegnati, fanno pipì sui muri, si baciano tra loro e disegnano a loro volta graffiti sui muri. La realtà è stravolta. Banksy è a volte scanzonato, a volte cinico e altre volte incredibilmente poetico.

Free speach Assange, Madrid ©Samara Croci

Oggi tutti noi, forse proprio come in Matrix, siamo immersi nel mondo dell’informazione globale e della comunicazione, e crediamo, grazie a questa ricchezza di informazioni e di immagini, di essere al corrente di ciò che ci capita intorno e di riuscire a comprenderlo. Ma l’arte contemporanea non vuole lasciarci in questa comoda placenta ovattata, vuole squarciarla, divorarla e riplasmarla, vuole conficcarci in gola, che lo vogliamo o no, quella pillola del risveglio di Matrix. Che sia Neo, un graffittaro come Banksy, un hacker o, per stare aderenti all’attualità, Julian Assange, è innegabile che ci sia un movimento culturale con il proposito di frantumare questa realtà che sempre di più ci mostra le sue crepe e le sue falle. E’ un movimento di contestazione che cammina al limite tra legalità e illegalità, tra legittima espressione e delitto, che infastidisce i potenti e mette in discussione il sistema.

Oggi, le foto dei graffiti di Banksy sono raccolte nel suo libro“Wall and piece”. Prima della stampa del libro, Banksy ha chiesto al responsabile della polizia urbana se avesse delle dichiarazioni da fare prima della pubblicazione. La risposta fu: “Scordati che ti concediamo una dichiarazione da usare nella tua quarta di copertina!”. Proprio sulla quarta di copertina è dove oggi troneggia la dichiarazione del poliziotto. Geniale!

Samara Croci

Questo è il trailer di un documentario recentemente realizzato da Banksy sul mondo dei graffiti. Molto bello, divertente e per niente banale. Lo consiglio vivamente!

Questo articolo è uscito sulla nuova rivista trimestrale “HESTETIKA“, in edicola da febbraio 2011.

Guerrilla Art, a cura di Samara Croci, Hestetika n°1

“…quando il pensiero supera il gesto…” è il nome di un nuovo museo che aprirà a Tradate (VA), dedicato all’arte contemporanea, soprattutto di giovani artisti emergenti.

“Se non ora, quando?”, Milano, 13 febbraio 2011

Inattualità, donne, ITALIANO, pensieri sparsi, politica italiana su 14 febbraio 2011 a 5:50 pm

Piazza Castello, Milano, 13 feb 2011

Parto dalla stazione ferroviaria di un piccolo paese satellite della provincia di Milano. Siamo a soli 20 km, ma un mondo ci divide dalla “metropoli”. La gente di qui normalmente si cura più che altro delle “cose di qui” e non si fa certo scuotere dai milanesi che anzi, quando si trasferiscono da queste parti sono chiamati forestieri a vita. Qui la spesa si fa in paese, le notizie si leggono su “La Provincia” o si vedono in “tivvù”, e a Milano, si va al massimo la domenica pomeriggio, a fare le vasche in Vittorio Emanuele e a dare un’occhiata divertita alle vetrine in cui sono esposte scarpe dai prezzi pari allo stipendio mensile di un operaio medio. Insomma, Milano è lontana dai pensieri della gente di qui per la maggior parte del tempo, e Roma, con gli affari di Governo, ancora di più.

by Samara Croci

Eppure qualcosa è successo, me ne sono resa conto subito, quando alla stazione di questo paesello vedo delle signore di paese con le sciarpe bianche che ridacchiano e chiacchierano sulla banchina d’attesa del treno per Milano. Sono visibilmente eccitate, come delle ragazzine in gita di classe. Io sono diretta alla manifestazione di Milano e penso che forse loro scenderanno prima, a Saronno, non arriveranno fino alla “grande città”. Invece il treno del primo pomeriggio domenicale, sotto una pioggia torrenziale, ad ogni stazione si riempie di donne, uomini, ragazze e perfino ragazzini diretti a Milano. Siamo in piedi, stipati in ogni angolo, e per una volta il trattamento “bestiame” che le Ferrovie Nord dedicano tutti i giorni a noi pendolari, non ci pesa così tanto. Più siamo, meglio sarà. Eh già, chissà quanti saremo. E’ una domanda che mi assilla. Anche un’amica mi chiama per informarsi: “sei già li? Quanta gente c’è?”. La giornata non poteva essere peggiore. Dopo una settimana di giornate calde e primaverili, ci tocca un giorno grigio, uggioso e carico di una cappa di smog che presto si riverserà sulla città in una pioggerellina velenosa e fitta.

by Samara Croci

Finalmente arriviamo tutti, mi guardo intorno e la stazione di Cadorna pullula di gente in arrivo dalla provincia, una massa che mi sorprende e che si muove un po’ spaesata per una stazione che non conosce molto. Qualcuno chiede: “dov’è il Castello?”. “Di là signora, a 2 minuti a piedi”. Gruppi di donne, e non solo, si avviano festose lasciandomi allibita, è una provincia che non pensavo avrei mai visto.

by Samara Croci

Sono le 14.30 e la manifestazione inizia. Arriviamo dietro la fontana del Castello e vediamo giù, piazza Cairoli che si riempie di gente. Facciamo il giro del palco per stare davanti e intanto curiosiamo in giro scrutando le facce della gente. Ci sono tante donne, ragazze, signore anziane, uomini giovani e mariti più anziani, famiglie e nonne con i passeggini. Iniziano gli interventi, alcuni più riusciti, altri meno, alcuni eterni, altri che incendiano la folla e fanno iniziare cori di “dimissioni” o di “vergogna”. Ci sono signore di una certa età che ascoltano e controbattono urlando all’aria come se potessero discutere veramente con i relatori.

by Samara Croci

Io, più che dagli interventi, sono affascinata dalla gente: gente normale, brillante, arrabbiata ma cortese, una folla eterogenea eppure educata e unita. Ho visto solo una bandiera dei PCI, e non mi sorprenderei se gliel’avessero fatta togliere. Il resto della gente era lì, indignata per la deriva culturale dell’Italia. Più che il problema politico, era presente, nella nostra preoccupazione, un problema morale, culturale ed etico. Anche se l’ira e i cartelloni erano contro Berlusconi, si sentiva anche, che la rabbia era più ampia: contro un sistema politico corrotto, incapace, debole e lontano dai cittadini.

by Samara Croci

Ci siamo chiesti se tra la gente in piazza ci fosse chi aveva votato Berlusconi alle ultime elezioni. Io credo di sì, e mi piacerebbe anche che fosse così. Qualche cartello diceva: “bastava non votarlo”. E’ vero, ma credo sia ancor più rilevante che anche chi gli aveva dato il suo voto e con esso la sua delega, gliela stesse ritirando, lo stesse licenziando. Credo veramente che ieri in piazza non ci fosse solo chi appoggia la sinistra, c’era tanta gente anche di centro destra, ex berlusconiani, finiani, leghisti… Va bene così. Perché lo sdegno non può essere di tutti? Giunti al punto in cui ci ritroviamo, perché non possiamo tutti chiedere ad ogni partito un cambiamento?

by Samara Croci

C’era però un tarlo che mi rodeva mentre ero in piazza ad ammirare con passione e affetto tutta quella gente. E se nessuno saprà prendere le redini della legittima protesta e delle richieste di questi italiani? Sarebbe così facile, basterebbe così poco dopo il baratro oscuro in cui siamo stati trascinati. Eppure sembra che anche quel poco, l’opposizione non lo sappia offrire con decisione e unità. Neppure gli egiziani hanno qualcuno che stia prendendo in mano le redini della loro rivolta. Il loro dittatore è caduto e presto cadrà anche il nostro. Quello che verrà dopo sarà la parte più difficile: mantenere l’unità e ricordare le nostre richieste malgrado la caduta del nemico, ritrovare e pretendere un’integrità che si è persa in politica, non fermarci qui.

by Samara Croci

Intanto gli interventi si succedono, so che altre mie amiche stanno seguendo la manifestazione qui a Milano, a Madrid e in altre città. Con alcune abbiamo cercato di incontrarci, ma muoversi qui è impossibile, la piazza è densa di gente.

by Samara Croci

Tornata a casa, accendo la tv per guardare alcuni servizi. Finalmente la BBC, la CNN e TVE possono parlare dell’Italia con dignità ed energia e senza più quei toni pietosi e pieni d’incomprensione che abbiamo spesso sentito nei mesi scorsi. Poi passo alla tv italiana: Sky TG24, RAI TG24 e vedo interventi di gente in piazza che mi stupiscono di nuovo. E’ gente come me, finalmente in tv. Gente che non parla per slogan come i politici, che si esprime fluidamente, con onestà, pacatezza, decisione ed ironia, gente giovane, donne mature e veraci, signore anziane con la saggezza e la simpatia di una vita di lotte e altre, con la schiettezza e la loquacità di una casalinga di provincia. Finalmente vedo una tv che mi piace, in cui mi riconosco, e mi sorprendo di sorprendermi. Dov’è questa gente nella tv di tutti i giorni? Dov’è nella politica? Dove si nasconde questa gente nella rappresentazione che la tv fa del nostro paese? E dove, nella politica che si fa nei municipi, nelle sale delle province e in quelle del potere romano? Perché abbiamo smesso per tanto tempo di parlare e di tenere desta l’attenzione? Perché abbiamo delegato tutto e abbiamo smesso di interessarci della cosa pubblica? Dopo oggi, mi sento meno sola, so che ci sono tanti italiani come me, che vogliono le stesse cose, che meritano e reclamano un’Italia migliore e che faranno molta attenzione alla crocetta che metteranno sulla prossima scheda elettorale. Se così sarà, l’Italia avrà una speranza, avrà una nuova opportunità e noi potremmo far crescere la destra e la sinistra che vorremmo per il prossimo futuro, dando più spazio alle donne e dando nuove opportunità alle facce ancora sconosciute della politica.

by Samara Croci

Signore e signori, questo è solo il prelavaggio! Per il lavaggio in profondità contro lo sporco più duro, c’è da alzare la temperatura delle piazze e inserire il ciclo energico fino a quando non avremo ripulito tutto per bene e andremo alle elezioni. Quello sarà il nostro momento. Lì, è quando dovremo tutti scegliere con attenzione e ricordare il grido delle piazze: “Vergogna!”

by Samara Croci

Samara Croci

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Una video-intervista in piazza a Concita De Gregorio

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