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“Se non ora, quando?”, Milano, 13 febbraio 2011

Inattualità, donne, ITALIANO, pensieri sparsi, politica italiana su 14 febbraio 2011 a 5:50 pm

Piazza Castello, Milano, 13 feb 2011

Parto dalla stazione ferroviaria di un piccolo paese satellite della provincia di Milano. Siamo a soli 20 km, ma un mondo ci divide dalla “metropoli”. La gente di qui normalmente si cura più che altro delle “cose di qui” e non si fa certo scuotere dai milanesi che anzi, quando si trasferiscono da queste parti sono chiamati forestieri a vita. Qui la spesa si fa in paese, le notizie si leggono su “La Provincia” o si vedono in “tivvù”, e a Milano, si va al massimo la domenica pomeriggio, a fare le vasche in Vittorio Emanuele e a dare un’occhiata divertita alle vetrine in cui sono esposte scarpe dai prezzi pari allo stipendio mensile di un operaio medio. Insomma, Milano è lontana dai pensieri della gente di qui per la maggior parte del tempo, e Roma, con gli affari di Governo, ancora di più.

by Samara Croci

Eppure qualcosa è successo, me ne sono resa conto subito, quando alla stazione di questo paesello vedo delle signore di paese con le sciarpe bianche che ridacchiano e chiacchierano sulla banchina d’attesa del treno per Milano. Sono visibilmente eccitate, come delle ragazzine in gita di classe. Io sono diretta alla manifestazione di Milano e penso che forse loro scenderanno prima, a Saronno, non arriveranno fino alla “grande città”. Invece il treno del primo pomeriggio domenicale, sotto una pioggia torrenziale, ad ogni stazione si riempie di donne, uomini, ragazze e perfino ragazzini diretti a Milano. Siamo in piedi, stipati in ogni angolo, e per una volta il trattamento “bestiame” che le Ferrovie Nord dedicano tutti i giorni a noi pendolari, non ci pesa così tanto. Più siamo, meglio sarà. Eh già, chissà quanti saremo. E’ una domanda che mi assilla. Anche un’amica mi chiama per informarsi: “sei già li? Quanta gente c’è?”. La giornata non poteva essere peggiore. Dopo una settimana di giornate calde e primaverili, ci tocca un giorno grigio, uggioso e carico di una cappa di smog che presto si riverserà sulla città in una pioggerellina velenosa e fitta.

by Samara Croci

Finalmente arriviamo tutti, mi guardo intorno e la stazione di Cadorna pullula di gente in arrivo dalla provincia, una massa che mi sorprende e che si muove un po’ spaesata per una stazione che non conosce molto. Qualcuno chiede: “dov’è il Castello?”. “Di là signora, a 2 minuti a piedi”. Gruppi di donne, e non solo, si avviano festose lasciandomi allibita, è una provincia che non pensavo avrei mai visto.

by Samara Croci

Sono le 14.30 e la manifestazione inizia. Arriviamo dietro la fontana del Castello e vediamo giù, piazza Cairoli che si riempie di gente. Facciamo il giro del palco per stare davanti e intanto curiosiamo in giro scrutando le facce della gente. Ci sono tante donne, ragazze, signore anziane, uomini giovani e mariti più anziani, famiglie e nonne con i passeggini. Iniziano gli interventi, alcuni più riusciti, altri meno, alcuni eterni, altri che incendiano la folla e fanno iniziare cori di “dimissioni” o di “vergogna”. Ci sono signore di una certa età che ascoltano e controbattono urlando all’aria come se potessero discutere veramente con i relatori.

by Samara Croci

Io, più che dagli interventi, sono affascinata dalla gente: gente normale, brillante, arrabbiata ma cortese, una folla eterogenea eppure educata e unita. Ho visto solo una bandiera dei PCI, e non mi sorprenderei se gliel’avessero fatta togliere. Il resto della gente era lì, indignata per la deriva culturale dell’Italia. Più che il problema politico, era presente, nella nostra preoccupazione, un problema morale, culturale ed etico. Anche se l’ira e i cartelloni erano contro Berlusconi, si sentiva anche, che la rabbia era più ampia: contro un sistema politico corrotto, incapace, debole e lontano dai cittadini.

by Samara Croci

Ci siamo chiesti se tra la gente in piazza ci fosse chi aveva votato Berlusconi alle ultime elezioni. Io credo di sì, e mi piacerebbe anche che fosse così. Qualche cartello diceva: “bastava non votarlo”. E’ vero, ma credo sia ancor più rilevante che anche chi gli aveva dato il suo voto e con esso la sua delega, gliela stesse ritirando, lo stesse licenziando. Credo veramente che ieri in piazza non ci fosse solo chi appoggia la sinistra, c’era tanta gente anche di centro destra, ex berlusconiani, finiani, leghisti… Va bene così. Perché lo sdegno non può essere di tutti? Giunti al punto in cui ci ritroviamo, perché non possiamo tutti chiedere ad ogni partito un cambiamento?

by Samara Croci

C’era però un tarlo che mi rodeva mentre ero in piazza ad ammirare con passione e affetto tutta quella gente. E se nessuno saprà prendere le redini della legittima protesta e delle richieste di questi italiani? Sarebbe così facile, basterebbe così poco dopo il baratro oscuro in cui siamo stati trascinati. Eppure sembra che anche quel poco, l’opposizione non lo sappia offrire con decisione e unità. Neppure gli egiziani hanno qualcuno che stia prendendo in mano le redini della loro rivolta. Il loro dittatore è caduto e presto cadrà anche il nostro. Quello che verrà dopo sarà la parte più difficile: mantenere l’unità e ricordare le nostre richieste malgrado la caduta del nemico, ritrovare e pretendere un’integrità che si è persa in politica, non fermarci qui.

by Samara Croci

Intanto gli interventi si succedono, so che altre mie amiche stanno seguendo la manifestazione qui a Milano, a Madrid e in altre città. Con alcune abbiamo cercato di incontrarci, ma muoversi qui è impossibile, la piazza è densa di gente.

by Samara Croci

Tornata a casa, accendo la tv per guardare alcuni servizi. Finalmente la BBC, la CNN e TVE possono parlare dell’Italia con dignità ed energia e senza più quei toni pietosi e pieni d’incomprensione che abbiamo spesso sentito nei mesi scorsi. Poi passo alla tv italiana: Sky TG24, RAI TG24 e vedo interventi di gente in piazza che mi stupiscono di nuovo. E’ gente come me, finalmente in tv. Gente che non parla per slogan come i politici, che si esprime fluidamente, con onestà, pacatezza, decisione ed ironia, gente giovane, donne mature e veraci, signore anziane con la saggezza e la simpatia di una vita di lotte e altre, con la schiettezza e la loquacità di una casalinga di provincia. Finalmente vedo una tv che mi piace, in cui mi riconosco, e mi sorprendo di sorprendermi. Dov’è questa gente nella tv di tutti i giorni? Dov’è nella politica? Dove si nasconde questa gente nella rappresentazione che la tv fa del nostro paese? E dove, nella politica che si fa nei municipi, nelle sale delle province e in quelle del potere romano? Perché abbiamo smesso per tanto tempo di parlare e di tenere desta l’attenzione? Perché abbiamo delegato tutto e abbiamo smesso di interessarci della cosa pubblica? Dopo oggi, mi sento meno sola, so che ci sono tanti italiani come me, che vogliono le stesse cose, che meritano e reclamano un’Italia migliore e che faranno molta attenzione alla crocetta che metteranno sulla prossima scheda elettorale. Se così sarà, l’Italia avrà una speranza, avrà una nuova opportunità e noi potremmo far crescere la destra e la sinistra che vorremmo per il prossimo futuro, dando più spazio alle donne e dando nuove opportunità alle facce ancora sconosciute della politica.

by Samara Croci

Signore e signori, questo è solo il prelavaggio! Per il lavaggio in profondità contro lo sporco più duro, c’è da alzare la temperatura delle piazze e inserire il ciclo energico fino a quando non avremo ripulito tutto per bene e andremo alle elezioni. Quello sarà il nostro momento. Lì, è quando dovremo tutti scegliere con attenzione e ricordare il grido delle piazze: “Vergogna!”

by Samara Croci

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Una video-intervista in piazza a Concita De Gregorio

Gli uomini di Kundera: ingiustizia e vendetta

Indonne, ITALIANO, letteratura, pensieri sparsi su 17 ottobre 2010 a 11:08 am

“Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica. Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato.” (L’insostenibile leggerezza dell’essere, Milan Kundera)

Una nuvoletta tra le montagne ©Samara Croci

Può l’amore essere solo letterario, estatico e virtuale? Kundera racconta di amori che sono più celebrali che reali, che si consumano nei pensieri degli amanti, nelle loro piccole perversioni, nelle loro strategie scacchistiche. Questo per gli uomini. Perché per le donne è diverso. Kundera è uno degli scrittori che conosco, più bravi nel raccontare l’amore dal punto di vista del cervello macchinoso di un uomo e del gioco diabolico del corteggiamento e dell’amore. Le donne in questo scacchiere, sono esseri volubili, immateriali, dalla vita breve, fragili, innamorate e svolazzanti attorno ai loro uomini. Sognatrici di un amore dal tocco lieve come un battito d’ali, ma dalle implicazioni pesanti come macigni. Leggendo l’Insostenibile, non ci si rende tanto conto. La figura della donna si è un po’ “riscattata” e la storia racconta di quello che sembra un amore vero, ma il protagonista maschile tiene la sua amata imprigionata in una gabbia che lei stessa osanna con il suo amore cieco, sconfinato e pieno, in fondo, di tristezza e solitudine. Lei sembra non poter vivere sola e rimane a volteggiare attorno al suo amore che la tradisce con varie donne continuamente.
Invece nel precedente Lo Scherzo, il tono sprezzante per le donne è più evidente.
I personaggi di Kundera sono uomini molto intelligenti, intellettuali, che si fingono molto impegnati, ma che alla fine rivelano la banalità del loro spirito (umano), la loro pesantezza intellettuale, sudicia e spesso machiavellica.
L’amore nei romanzi di Kundera è celebrale, fatto di magistrali momenti di corteggiamento. Lo narra con maestosi dettagli sui rapporti di potere e con impressionanti castelli di parole. Quasi sempre, dopo questi voli stupefacenti e celebrali, quando le parole, i pensieri e l’immaginazione sono al loro culmine erotico, l’arrivo dell’amore fisico diventa banale, meccanico e perfino il lettore non vede l’ora che tutto finisca. E questo è solo l’inizio della fine. Dopo la consumazione della passione, c’è il distacco, l’analisi distruttiva e spesso, il disprezzo della donna, prima tanto desiderata. Quelli raccontati da Kundera, sono amori intellettuali, sempre implacabilmente destinati alla frustrazione. Vivono solo nelle costruzioni celebrali dell’inizio del corteggiamento ma poi si ribaltano e si spezzano. Sono amori impossibili che, se per miracolo continuano (come ne L’insostenibile), si basano sulla sofferenza e l’annullamento di uno dei due amanti, sempre la donna. Volendo ricondurre la coppia alla famosa divisione de L’insostenibile, le donne sembrano essere la pesantezza, la passione fisica e l’amore carico di conseguenze, e gli uomini sono la leggerezza del desiderio volatile, delle parole leggere ed un po’ false dei corteggiamenti. In fondo, i protagonisti de Lo scherzo e de L’Insostenibile, sono uomini adulti ma rimasti bambini nello spirito. Hanno voglia di bisticciare e di compiere crudeli vendette infantili. Rifiutano qualunque fardello, e la mancanza di peso e di significato delle loro relazioni, le rendono innocue e indolore. Per certi versi, tutte le elocubrazioni precedenti all’amore fisico, sembrerebbero a prima vista più il parto mentale  di un intricato cervello femminile.
Ma del cervello delle donne, nei romanzi di Kundera, sappiamo poco, solo quello che cercano d’indovinare i protagonisti maschili, sempre con un atteggiamento critico e canzonatorio quasi da studiosi d’insetti. Non hanno un’opinione molto alta delle donne. Le osannano a momenti ma perché questo li eccita intellettualmente e perché osannandole, pregustano già e godono della delusione che verrà. E questo pare essere il fine ultimo, essere frustrati, consumare e fuggire, non giudicare nessuna donna all’altezza delle aspettative (tanto nutrite precedentemente). Sembra che la finalità sia arrivare a disprezzare queste donne, abbandonarle e così sentirsi frustrati e ancora liberi e “superiori”. L’amore che questi uomini hanno in testa, non esiste, è estatico, letterario, celebrale, fatto di finte, coincidenze perfette, privo di sforzo e di compromessi. Un amore così, nasce per essere frustrato.
Chi avrebbe immaginato, prima di Kundera, una rappresentazione così originale, profonda eppure così coerente del cervello di alcuni uomini? Qualcuno pensa che le donne siano celebrali nel loro amore. E’ vero, sogniamo e pensiamo molto, ma poi, diventiamo “terrene” in amore, reali, con i piedi per terra e lottiamo facendo compromessi reali che gli uomini di Kundera non sembrano disporsi a fare. Per loro fare domande, indagare l’amore e “farlo funzionare” equivale a distruggerlo o al rischio della loro sofferenza. Perché l’amore non deve funzionare, e la donna che amano sembra debba essere umiliata e distrutta a qualsiasi costo.

A livello letterario, continuo ad adorare Kundera per la sua grande capacità di raccontare i rapporti umani e quelli di coppia, con tutte le loro contraddizioni, ma con una fluidità narrativa impressionante. Rimango sempre affascinata dalla parte celebrale delle sue storie, da quel “fiume semantico” che scorre sotto il significato banale e superficiale delle parole dei personaggi. Certo, non vorrei stringere relazioni con nessuno dei suoi personaggi maschili, ma a livello psicologico, sono affascinanti. In un momento di piccola vendetta contro Kundera, ho pensato che mi piacerebbe vedere uno dei suoi uomini duellare con la protagonista del libro di Amelie Nothomb, Igiene dell’Assassino. Sarebbe una sorta di diabolico e affascinante duello letterario tra due personaggi poderosi. Qualcosa d’imperdibile!

Samara Croci

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“Chi decide di convincere una donna, di modificare il suo punto di vista con argomenti logici, difficilmente ci riesce. Molto più saggio è cogliere l’idea fondamentale che la donna vuole dare di sé (il suo principio fondamentale, il suo ideale, le sue convinzioni) e cercare poi (con l’aiuto di sofismi, di una demagogia alogica e simili) di stabilire un rapporto armonioso tra quella immagine fondamentale e il comportamento desiderato da lei.” P.217
“Questo sentimento di ingiustizia determina ancor oggi ogni suo atteggiamento nella vita.” P277
Eppure le dirò ancora, per l’ultima volta:guardi nel fondo della sua anima! Il movente più profondo della sua bontà non è l’amore ma l’odio! (…) Sì, lei si vendica! Lei è pieno d’odio anche se aiuta la gente! Lo sento in lei. Lo sento in ogni sua parola.” P.278
“Avevo paura di una situazione insolubile. Avevo paura dell’amore di Lucie, non sapevo che cosa farne. Temevo le complicazioni che mi avrebbe portato. Mi fingevo l’angelo che le portava la salvezza, e in realtà non ero altro che uno dei suoi violentatori. (…) Ho paura delle donne. Ho paura del loro calore. Ho paura della loro incessante presenza.” P.280-281
“Di lei non avevo notato (nel mio egocentrismo giovanile) nient’altro che quegli aspetti del suo essere direttamente rivolti verso di me (verso la mia solitudine, verso la mia mancanza di libertà, verso il mio desiderio di tenerezza e di amore).” P.287
“Io mi sentivo felice dentro quelle canzoni (dentro la cabina di vetro di quelle canzoni) dove il dolore non è un gioco, il riso non è falso (…) dove l’amore è ancora amore e il dolore ancora dolore e i valori non sono stati ancora devastati. (…) (ma capivo anche) che quello che stavamo cantando e suonando lì non era che un ricordo, un monumento, la sopravvivenza simbolica di qualcosa che non c’era più” P. 355-356
Lo Scherzo, Milan Kundera, Gli Adelphi, 2008.

(P) (r) (o) (t) (e) (c) (t)

Inattualità, donne, ESPAÑOL, ITALIANO su 1 giugno 2010 a 9:40 pm

Bimbi sull'asino © Samara Croci

Están escondidos entre la gente, pasan horas vigilando por las calles de Phnom Penh (Camboya), Cartagena (Colombia), San José (Costa Rica) y Boca Chica (Republica Dominicana). Son investigadores secretos o mejor dicho, ángeles de la guardia de los niños pobres de estas ciudades. Su reto es protegerles contra los blancos, la mayoría occidentales, que viajan a estos países buscando sexo con niños. Los investigadores que trabajan para las asociación española Protect, son los únicos que pueden ayudar a estos niños, ya que la mayoría o vive a solas en la calle o son victimas incluso de la pobreza de sus familias que acaban por venderles a los extranjeros a cambio de un puñado de dólares. Protect es la única asociación de este tipo, que se ocupa de formar una red de investigadores que buscan y persiguen a los explotadores sexuales de niños (pedofilos o no). Lo hacen con pocos recursos, pero mucha dedición. Solo necesitan a algunas motos para recorrer los barrios marginales, cámaras de video y fotos y trabajo de calle para ganarse la confianza de los niños y de los porteros de hoteles para que les avisen cuando un occidental soltero va por allí con un niño. Con el tiempo, por ejemplo en Camboya, donde el proyecto está más desarrollado, Protect crea conexiones fuertes también con las autoridades: tribunales, abogados, policía local e internacional. Esto porque una vez que hayan recopilado las pruebas necesaria, piden una orden de detención contra los explotadores y apoyan a los niños afectados con ayuda psicológica y legal para que lleguen al proceso en el tribunal, fuertes y con el apoyo que necesitan y que, de lo contrario, no tendrían.

© Samara Croci

Protect es una asociación que hace más fuerte a los niños de todos los países en los que trabaja. Sus investigadores, abogados y psicólogos son ángeles de la guardia que tutelan sus derechos cuando nadie, ni la familia ni el Estado, lo hace, y les ayuda de una manera muy, muy practica y eficaz. Todo esto significa años de trabajo de campo, trabajo en la calle, para formar investigadores, para ganarse la confianza da las instituciones, de los niños y de muchos otros, y para ser invisibles a los malos, pero siempre allí vigilando. Hasta la fecha, en Camboya, Protect ha ayudado a 240 victimas en siete años, con la detención de 112 sospechosos de los que 50 han sido condenados.

En el día de la infancia y acercándose el verano, me parece que hablar de esta asociación y darla a conocer fuese muy importante para intentar apoyar un trabajo increíble del que me he enterado en estos días y que me ha asombrado.

© Samara Croci

Un estudio de UNICEF sobre la actitud de la sociedad española ante el turismo sexual infantil: http://www.unicef.es/contenidos/581/index.htm?idtemplate=1

© Samara Croci

Forse la tragedia di un bambino vittima di abusi sessuali, si assomiglia in tutto il mondo; è un tradimento della fiducia e un abuso che non è concepibile, non è perdonabile, né immaginabile. Ci sono però alcuni luoghi dove le vittime, se è possibile, sono ancora più vittime. Un esempio è la Cambogia ma potrebbe essere anche la Colombia, la Costa Rica o la Repubblica Domenicana. La povertà in questi luoghi, unita al numero elevato di bambini che vivono in strada, abbandonati, ne fanno il paradiso di pedofili e turisti del sesso che per pochi dollari possono ottenere quello che desiderano.

© Samara Croci

Protect è un’associazione unica nel suo genere, che combatte il turismo sessuale in questi paesi con una rete d’investigatori privati che raccolgono prove e pedinano i sospettati per le strade. I mezzi sono limitati, ma la dedizione è completa. Questi investigatori si camuffano, seguono i sospettati in moto, scattano foto, girano video da presentare ai processi, s’informano con i portieri degli hotel degli stranieri e con i bambini di strada. Vigilano come angeli custodi, invisibili eppure onnipresenti per i bambini che non hanno nessun altro che li difenda, neppure la famiglia. E quando finalmente hanno in pugno qualcuno, con le prove, gli investigatori di Protect presentano una denuncia in Tribunale e detengono il sospettato con l’aiuto della polizia locale o internazionale. Intanto un’equipe di psicologi, aiuta i bambini a superare il trauma e li convince a testimoniare, e un’altra equipe d’avvocati li aiuta a prepararsi al giorno del processo, quando dovranno affrontare faccia a faccia i loro aguzzini. Ad oggi, nei sette anni in cui l’associazione spagnola Protect ha operato in Cambogia, ha aiutato 240 vittime e ha portato alla detenzione di 112 sospettati di cui 50 sono stati, alla fine, accusati e scontano una pena.

© Samara Croci

Oggi è la giornata dell’infanzia e parlare di quest’associazione così peculiare, mi è sembrato il modo più efficace per celebrare questa giornata e indirettamente anche il lavoro incredibile di questi investigatori che lottano per i bambini in Cambogia, Colombia, Costa Rica e Repubblica Domenicana.

© Samara Croci

Sulle nuove misure della comunità europea conto i crimini sessuali a danni di minori: http://www.minori.it/?q=node/1815

Samara Croci

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Sotto l’hyjab… ancora la vecchia politica

Inattualità, donne, Islam, ITALIANO, politica internazionale su 25 aprile 2010 a 6:50 pm

Tipi di indumenti/veli mussulmani da El Pais

Mentre Francia e Inghilterra si scontrano con il burqa e il niqab, la Spagna dà segni di maggior sensatezza nel concentrare il dibattito sull’hyjab mussulmano, il velo. Per lo meno stiamo parlando di un indumento che viene utilizzato da un numero maggiore di persone e che è uno dei simboli della religione mussulmana menzionato anche nel Corano. Del burqa o del niqab, invece, nel Corano non se ne parla e sono semplicemente simboli dell’islamismo estremo che hanno a che fare, più con l’ignoranza e con il maschilismo, che con la religione (malgrado i tentativi di trovargli una giustificazione religiosa).

A far nascere questo dibattito mediatico in Spagna, è una ragazzina di 16 anni di nome Najwa Malha che frequenta la scuola pubblica di Pozuelo, vicino a Madrid.  La ragazzina è spagnola, figlia d’immigrati marocchini e quest’anno, secondo quanto dice lei stessa e i genitori, ha deciso di indossare il velo mussulmano volontariamente. Il padre, pare si sia perfino opposto invitandola ad aspettare la fine dell’anno scolastico. La scuola l’ha sospesa e le ha impedito l’accesso perché esiste un regolamento interno che vieta agli alunni di indossare qualunque copricapo. Il governo Zapatero si è opposto a questo regolamento mentre l’amministrazione di destra della comunità di Madrid, l’ha appoggiato. Ed ecco servito lo scontro politico. La scuola però non ha ceduto, e mantiene il regolamento e l’espulsione di Najwa. Ora la ragazza dovrà cambiare scuola, forse perdendo l’anno scolastico, e tre delle sue compagne, per solidarietà, hanno cominciato ad indossare il velo.

Bambina a scuola con il velo, Kabul ©Samara Croci

Questi i fatti, e mille poi le opinioni che il dibattito ha scatenato: da quelle politiche, a quelle legali, fino a quelle culturali. Possiamo allora stare qui a parlare di come un regolamento interno possa andare contro il diritto costituzionale di libertà religiosa, possiamo anche parlare della legittimità del regolamento, nato a suo tempo per impedire ai membri delle bande di strada (come i latin king) di portare segni distintivi della loro appartenenza. Possiamo anche interrogaci sulla laicità del sistema scolastico, ma il punto per me che non si può perdere di vista è che obbligare questa ragazzina a togliersi il velo le sta provocando uno shock tale che la spinge ad incaponirsi nella sua decisione nel migliore dei casi,  e che, nel peggiore, la potrebbe mandare dritta nelle braccia dell’estremismo religioso e culturale. Non c’è dubbio infatti, che a quest’età soprattutto, le proibizioni causano una ribellione ancora più forte.

Detto ciò, che per me è l’elemento più importante da comprendere, possiamo anche tornare a fare due chiacchiere sull’incompatibilità del diritto alla libertà religiosa con la laicità della scuola e chiederci cosa voglia dire laicità. Parliamo di eliminare qualunque simbolo religioso o permetterli tutti? Perché nel primo caso, non può proprio esserci compatibilità con la Costituzione, perché mi toglie la possibilità di esprimere la mia credenza religiosa e di indossarne i simboli. Nel secondo caso, se tutti i simboli o manifestazioni religiose sono permesse e la libertà d’espressione è tollerata per tutti, subentrano scenari difficili in paesi che ancora faticano a digerire l’immigrazione e le diversità. Che dilemma! Molti qui in Spagna appoggiano il regolamento della scuola in questione, che proibisce qualunque copricapo, dicendo che se si autorizza l’hyjab di Najwa, allora anche i delinquenti di bande a cui la comunità di Madrid ha dichiarato guerra, come i latin king, potrebbero tornare ad indossare i berretti che portano i simboli d’appartenenza delle bande. Non sono mussulmana, ma l’idea di paragonare un velo mussulmano con il berretto di un delinquente, mi sembra una bestialità. Non è che siccome vale il velo, allora valgono i berretti dei latin king o la svastica! Cerchiamo di utilizzare il cervello! Ma in fin dei conti, se proprio vogliamo fare un regolamento, per me, basterebbe proibire indumenti e oggetti che limitano la concentrazione e l’attività scolastica o che inneggiano alla violenza. Perché alla fine, diciamocelo, che minaccia può rappresentare il velo sulla testa di una ragazzina che lo indossa volontariamente? Portasse un burqa lo capirei: svilisce e annulla la donna ed è un simbolo islamico estremista che oltretutto le impedisce di avere un contatto con il mondo. Ma un velo? Ci rendiamo conto di qual è il punto di questa polemica, che ormai è diventata una guerra politica tra il partito popolare (della comunità di Madrid) e il partito socialista (del Governo di Zapatero)? No perché se parliamo dell’indumento, mi pare che stiamo esagerando, e se invece parliamo di quello che gli sta dietro, allora dovremmo rivedere l’artico della Costituzione che parla della libertà d’espressione religiosa.

Come ho detto in un commento precedente, credo che il mondo arabo mussulmano, in questi ultimi anni stia affrontando un cambiamento epocale, spinto dalla ricerca di una nuova  identità (dopo il crollo dell’impero ottomano e dell’impero coloniale). Noi “occidentali” e non mussulmani siamo solo spettatori, non illudiamoci di poter pilotare le cose, però sì che le nostre risposte a questioni quotidiane di questo tipo, avranno un peso. Le nostre reazioni, in qualche modo, influiranno su questi cambiamenti e sulla nuova identità mussulmana e araba che ne verrà fuori. L’incomprensione e il rifiuto dell’altro, l’umiliazione e il razzismo hanno sempre provocato, nel migliore dei casi un muro e nel peggiore, una risposta uguale e contraria, mai un chiarimento. Per questo credo che Najwa dovrebbe essere lasciata in pace, libera di fare le sue scelte e di muovere i suoi passi nella difficile linea di divisione tra i due mondi che formano la sua cultura (Spagna e Marocco). Le soluzioni che troverà lungo il percorso, aiuteranno tutti noi ad una migliore convivenza.

Samara Croci

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Un cortometraggio interessante sulla questione del velo

Per accelerare l’integrazione tra la gente della Mecca e quelli di Medina, Maometto decise di ricorrere a rituali che creassero un legame di fratellanza (muajat): ad ogni ansâr (abitante di Medina), assegnava un fratello immigrato, del quale, in un certo senso, egli doveva assumersi la responsabilità, per aiutarlo a vincere la sensazione di spaesamento. (Riportato da Fátima Mernissi in Le donne del Profeta, cap VI)

In questa stanza oggi ci sono persone da diversi paesi: Italia, Marocco, Francia, Germania, Spagna, Argentina e Palestina. Pensate che magnifica cena potremmo fare se ognuno cucinasse un piatto della sua terra. Questa è la diversità. Non vi sembra che abbia delle potenzialità incredibili? (Frase di una donna spagnola di origine marocchina, in chiusura di una conferenza sull’immigrazione in Spagna)

In italiano – Ultimo articolo sulla Repubblica sul tema delle proibizioni europee al velo integrale

Le donne del Profeta per i diritti civili

Inattualità, donne, Islam, ITALIANO, pensieri sparsi, politica internazionale su 18 aprile 2010 a 10:21 pm

 

In classe, Kabul 2002 ©Samara Croci

La percentuale di donne nelle università, nel mondo arabo e mussulmano, è molto maggiore rispetto al mondo occidentale. La rivoluzione, per le donne di questi paesi, inizia dall’istruzione, nelle università, non dallo Stato. Mentre gli Stati orientali, importano con relativa facilità i modelli occidentali-consumistici che penetrano nella cultura locale, non cambiano altrettanto facilmente la società civile e la politica.

 

poster in un salone di bellezza a Kabul 2002 ©Samara Croci

Bisogna premettere che la religione mussulmana è una religione che penetra, per le sue stesse premesse, in ogni ambito della vita privata e pubblica. Inoltre, nel mondo arabo-mussulmano, l’individuo conta concettualmente meno della collettività. In questo ci dividono infatti, le mille correnti della filosofia dell’individualismo e dell’esistenzialismo. La religione mussulmana nasce sognando di creare una Umma, una comunità di credenti che condividono una cultura e una religione. Essendo un elemento di condivisione, la religione mussulmana, ma in generale tutte, sono il rifugio perfetto nei momenti di crisi e disgregazione. Per questo stiamo assistendo in questi anni ad un grande ritorno alla religione. Non fanno eccezione i mussulmani-arabi che, minacciati da guerre e disgregazione, e da una dissoluzione dei valori tradizionali e delle democrazie, ritornano alla religione che li unisce culturalmente e politicamente.

 

Donna, Kabul 2002 ©Samara Croci

In questa trasformazione, che è solo agli inizi nel mondo mussulmano e arabo, le donne sono quelle che più stanno soffrendo di ingiuste imposizioni che spesso hanno a che fare più con il maschilismo che con la religione. Analizzando infatti il Corano, molte delle restrizioni abominevoli che gli si impongono, non esistono, e sono state inventate nel tempo e per interesse, da una società patriarcale e spesso arretrata e disgregata a causa della colonizzazione, delle lotte politiche e delle continue divisioni messe in atto dalle potenze coloniali dopo la dissoluzione dell’Impero Ottomano. Come in tutto il mondo, le donne sono quelle che più soffrono d’ogni situazione avversa, insieme ai bambini. Ma le donne mussulmane e arabe sono ben lontane dall’accettare queste regole retrograde, e la ribellione, seppur lenta e silenziosa, c’è. Un elemento forte di cambiamento sono le donne che emigrano a paesi occidentali lasciandosi finalmente dietro le spalle la famiglia, con il suo stretto controllo e le regole sociali asfissianti. Nei paesi in cui emigrano si trovano di fronte a situazioni difficili, ma provano una libertà e un’indipendenza nuove, che inevitabilmente le cambia. Dall’altro lato, c’è la formazione di correnti femministe di diverso tipo, direttamente nei paesi arabi e mussulmani. Il femminismo mussulmano è una corrente che cerca una mediazione tra il femminismo occidentale e la tradizione religiosa mussulmana, mentre lotta per i diritti civili. Si coglie perfettamente leggendo il libro Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi.

 

Donne guardando le vetrine a Kabul, 2002 ©Samara Croci

Credo che il femminismo mussulmano abbia dei valori che il nostro femminismo occidentale, ha, con il tempo, dimenticato, facendosi annebbiare dalla lotta per l’uguaglianza a tutti i livelli. Abbiamo perso la nostra specificità per cui, quando con grandi sacrifici e lotte noi donne arriviamo a posizioni di potere pari agli uomini, dimentichiamo noi stesse e finiamo per imitare il loro modello di potere e di gestione. Dall’altro lato, ancora più grave è il fatto che a differenza del femminismo mussulmano, non lottiamo più per i diritti civili, abbiamo perso l’aspetto “politico” della lotta femminista: quello che smuove la società civile e che si batte per una maggiore democrazia. Le studentesse di cui si parla in Leggere Lolita a Teheran, sono donne con una grande dignità femminile, che rifiutano il modello occidentale che in parte nasce da un “maschilismo femminista” fatto di eguaglianza (dobbiamo veramente aspirare ad essere uguali?) e provocazione, ma che, secondo loro, snatura la donna della sua femminilità. Il loro femminismo inoltre, ha una forte componente politica, tradizionale e religiosa. Pur essendo un movimento laico, non è ateo e lotta principalmente per uno stato moderno e democratico. E se pensiamo che i nostri Stati siano democratici, forse dovremmo dare un’occhiata alle politiche nei confronti degli immigrati e alla politica estera di tutti i nostri paesi occidentali.

 

Ragazze indiane, Kashmire ©Samara Croci

E’ difficile raccontare questo delicato equilibrio del femminismo mussulmano, perché noi occidentali vediamo sempre il mondo arabo-mussulmano con il filtro degli stereotipi di stampo coloniale. Però, è un equilibrio e insieme una forza, che credo possano darci molti elementi nuovi o perduti, e molto su cui riflettere. Forse, qui da noi, ci siamo ammarate in un cambiamento di “estetica” (superficiale), ma abbiamo perso di vista i diritti civili e il dialogo continuo per trasformare la società civile, per renderla più democratica. E oggi, mentre noi dimentichiamo sempre più spesso di scendere in piazza a manifestare per i nostri diritti, le donne mussulmane e arabe, portano avanti piccole conquiste, ottenendo il divorzio, la protezione in caso di maltrattamento (la nuova legge in Marocco è più efficace di quelle italiane o spagnole), scendono nelle strade per le lotte civili del movimento verde in Iran o per la ribellione nella Palestina occupata. Leggo e sento molti racconti di lotta dalle donne dei paesi arabi e mussulmani. In pochi anni, dalla fine del colonialismo, questi paesi sono cambiati molto e moltissimo hanno ancora da fare per ritrovare la loro identità. Le donne arabo-mussulmane sono il grande motore che guiderà questi cambiamenti, ne sono sicura. Non sono invece altrettanto certa che le donne occidentali avranno un ruolo altrettanto importante nei loro paesi, anche perché molte ragazze delle generazioni più giovani, sono imbevute di modelli “maschilisti” e retrogradi, che relegano la donna alla posizione di oggetto plasmato dai desideri maschili. Purtroppo, da questo pozzo d’ignoranza è difficile uscire quando, come in Italia, si è smesso di investire e di valorizzare l’educazione e manca ancora una società civile forte e strutturata.

Samara Croci

 

Bambine a Imichil, Marocco ©Samara Croci

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“Rifugiarsi nel passato è un modo di assentarsi dalla realtà. E’ un’assenza suicida.” (Fátima Mernissi)

Su questo tema del femminismo nel mondo arabo e mussulmano, consiglio vivamente i libri di Fátima Mernissi: Le donne del profeta o, per un confronto tra Oriente e Occidente: L’harem e l’Occidente

E anche: Nawal A-Saadawi, i cui libri più conosciuti non sono però ancora stati tradotti in Italia: Memorie dalla carcere delle donne e Donna al punto 0.

Violenza: 92% vs. 8%

Inattualità, donne, ITALIANO, pensieri sparsi su 7 marzo 2010 a 4:48 pm

Donna indiana ©Samara Croci

In preparazione ai festeggiamenti di domani 8 marzo, festa della donna, vorrei portarvi in un posto particolare: un carcere. In questi giorni leggerete e sentirete tante statistiche sulle donne: quante sono violentate, vendute, schiave, quante sono nell’esercito, nel governo. Per la nostra festa ci contano, siamo numeri e percentuali. Mi piacerebbe però che vi ricordaste di questa percentuale: 8%. E’ la percentuale di donne nel sistema carcerario per esempio spagnolo, ma negli altri paesi europei, non cambia molto (media EU: 5%).

8% di donne e 92% di uomini.

E devo aggiungere due dettagli. Primo, che la maggior parte dei delitti che compie quell’8% di donne in carcere, sono per motivi connessi ai loro compagni che spesso le introducono al mondo della droga e dello spaccio. Secondo, la maggior parte dei delitti commessi dagli uomini in prigione sono ai danni di una donna. Riassumendo, se mi concedete forse qualche leggerezza statistica, si può dire che noi donne viviamo in un mondo dove siamo la maggioranza ma siamo sottoposte al controllo di una minoranza in gran parte, violenta e aggressiva e soprattutto, contro di noi.

Donna marocchina ©Samara Croci

Ora vi faccio una domanda fantascientifica. Invertite le percentuali. Ora diciamo che in Spagna, nelle carceri, ci sono 92% di donne che commettono delitti contro gli uomini. Cosa credete che succederebbe? Cosa fareste, uomini, se vi accorgeste che la maggior parte dei “violenti”della società sono donne e che attentano soprattutto contro di voi? Che conclusioni trarreste? Forse che siete un po’ in pericolo, no? Forse scappereste dal paese se poteste?

Beh, dato che le cose sono al contrario, forse a scappare dovremmo essere noi. E’ una provocazione quella che faccio, pero c’è di che riflettere seriamente. Nel frattempo inizierei a chiedermi perché, vista la maggior predisposizione alla violenza e al delitto degli uomini, ci intestardiamo ancora a fargli ricoprire posti di potere e di controllo nella società. Alcuni hanno già capito che così, non si va lontano e che sono le donne a portare il futuro sulle loro spalle.

Donna afghana ©Samara Croci

Parlo del microcredito nei paesi poveri per esempio. Le associazioni umanitarie con progetti di microcredito, a cominciare dalla banca dei poveri di Muhammad Yunus, hanno scoperto, da tempo, che 100 euro dati ad una donna migliorano la società che la circonda in maniera esponenziale. Non succede lo stesso dandole agli uomini. I 100 euro prestati ad una donna, aiutano l’intera famiglia, migliorano l’alimentazione, l’educazione dei figli e la dignità di tutta la famiglia e quindi anche della comunità. E’ un’onda travolgente. Gli uomini, a parità di classe socio culturale, con i soldi prestati, per la maggior parte, migliorano solo sé stessi o neppure, e il denaro non arriva più in là dei loro bisogni individuali e immediati.

Questo, insieme al dato sulla popolazione carceraria, mi fa credere che se lasceremo maggiore spazio di comando alle donne, così come migliorano un’intera comunità povera in India, miglioreranno, forse, anche il nostro mondo. Direi che è proprio il momento di provare, dato che l’ultima stangata al mondo è stata data, come ci suggerisce Loretta Napoleoni, dal machismo e dal testosterone del settore finanziario mondiale.

Se siete uomini, vi invito ancora una volta a questa semplice riflessione: cosa fareste al posto nostro se scopriste che le donne sono di gran lunga più violente di voi e che ammazzano e aggrediscono, soprattutto uomini? Se avete qualche idea brillante, noi siamo aperte al dialogo. Pero mi sembra che i tempi siano maturi per un esperimento e un cambiamento. Ci vorrà tempo per inventare un nuovo sistema tutto nostro, totalmente diverso, ma forse dovremmo cominciare e lasciar perdere il modello degli uomini. Pare proprio che non porti a grandi miglioramenti, per lo meno, nelle carceri, no!

Samara Croci

Donna indiana ©Samara Croci

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Le donne hanno una visione più a lungo termine” Muhammad Yunus

Da un’intervista a Muhammad Yunus: “Le donne sperimentano la fame e la povertà in modo molto più intenso rispetto agli uomini e raramente hanno accesso alle risorse. Per questa ragione quando le donne povere ottengono prestiti sono più lungimiranti degli uomini, e sono più disposte a lavorare duramente per uscire dalla povertà. La nostra esperienza ci ha mostrato che il denaro guadagnato dalle donne porta sempre beneficio a tutta la famiglia. Una donna, in genere, usa i soldi per comprare oggetti per la casa o per costruire un tetto più robusto, migliorando così le condizioni di vita di tutti i familiari. Invece quando gli uomini hanno entrate extra tendono a usarle soprattutto per se stessi.

Mimosa ©Samara Croci

I dati della Spagna mi vengono dall’Istituto carcerario spagnolo. Quelli sull’Italia per esempio, presenti su Wikipedia danno: “Nel 2006 (le donne) erano 1.670, contro 37.335 uomini (il 4,3% in media della popolazione detenuta, a fronte di una media europea del 5%)”. Fonte ISTAT.

Il libro di Muhammad Yunus sul microcredito, bellissimo.

Wall Street esagera con il testosterone? http://diyscholar.wordpress.com/2009/02/27/wall-street-traders-high-on-testosterone/

Intervento di Loretta Napoleoni sul tema. (video)

Journey nell’orrore: rapite, violentate e svuotate

InAntonio Salas, arte, attualità, donne, ITALIANO, Loretta Napoleoni su 13 dicembre 2009 a 10:15 pm

©Samara Croci

Prima ancora di entrare si è soffocati dalla puzza: un misto di cacca, urina, liquidi umani, sangue e sudore rancido. Quando si è dentro, non possono che venire le lacrime agli occhi. Il resto della mostra, è inutile e accessorio, ma questa stanza degli orrori è un gioiellino nel senso macabro del termine! Parlo di una parte della mostra “Journey”, sulla tratta delle donne per lo sfruttamento sessuale. La promotrice di questa mostra itinerante è Emma Thompson. La mostra sarà a Madrid fino a questo martedì 15 dicembre, nello stradone grande a nord del Retiro (calle de los Coches). Sono 7 container dove vari artisti hanno cercato di rappresentare l’inferno in cui vivono le donne come Elena, che dal loro paese, con la promessa di un lavoro e di una prospettiva di vita, vengono portate in altri paesi ricchi e, con minacce e ricatti, sono ridotte alla schiavitù sessuale. A queste donne viene tolto immediatamente il passaporto, privandole così di un’identità e di una possibilità di scappare. Dicono loro che devono ripagarsi le spese del viaggio lavorando, e le scaraventano nel terrore di essere improvvisamente in un paese estraneo, sole, spaventate, disperate e senza nessun aiuto. Viene dato loro un tanga, delle calze e dei tacchi, indumenti che non hanno nemmeno mai visto. Sono obbligate ad andare con più di 40 uomini al giorno, spesso senza protezioni, picchiate, torturate, violentate e annichilite come persone.

©Samara Croci

La stanza di cui dicevo all’inizio è una parte della mostra, ed è la ricostruzione della stanza in cui viveva ed era torturata Elena, la protagonista della mostra. Questa ricostruzione, è quella che più fa capire come la violenza non stia solo nell’atto in sé, ma anche nelle condizioni di vita. Ciò che si presenta ai nostri occhi è una stanza squallida, puzzolente all’inverosimile. Per terra ci sono macchie enormi sulla moquette, il soffitto ha delle infiltrazioni gialle, il piccolo letto ha le lenzuola accartocciate, macchiate. Per terra ci sono profilattici usati, pezzi di carta, schizzi, liquidi. Un piccolo lavandino è tutto sporco di marrone, lo specchio coperto di condensa rivela una scritta “help me”. Sotto il letto tanga sporchi e arrovogliati, alle pareti, vestagliette e babydoll che hanno lo scopo di soddisfare le malate fantasie sessuali di figli di puttana che approfittano di queste donne ormai svuotate e violentate in ogni aspetto. Loro, le schiave, sono obbligate ad aspettare qui gli uomini che vengono ad umiliarle, tra le urla e i pianti delle stanze vicine, con il terrore, la paura, la mancanza di vie di fuga e con il tempo che, improvvisamente, sparisce in un’eterna tortura. E poi arriva un uomo: i falsi giochi, le lusinghe, i prezzi appesi alla parete come in un menù. L’impossibilità di lavarsi e gli uomini che si susseguono, uno dopo l’altro. Elena, non piange, non urla, non si dispera, diventa semplicemente un’altra, diventa Maria, per sfuggire. Con il tanga usato e le calze che le hanno dato, assume una nuova identità e nasconde sé stessa in un angolino oscuro, sperando che qualcosa in questo modo si salvi, sperando che qualcosa rimanga pulito in questo zozzore. Ma la piccola Elena, nell’angolino nascosta, giorno dopo giorno, uomo dopo uomo, scompare. Elena cerca di occupare il minor spazio possibile in questo mondo che è un incubo. Ma, mano a mano che la speranza di salvarsi scompare, scompare pure lei.

©Samara Croci

Quando la polizia arriva, Elena è già scomparsa e il suo involucro, Maria, si comporta come le hanno insegnato che deve fare: mente e protegge i suoi aguzzini. Elena non c’è più, che senso ha gridare? Elena è sporca, è colpevole, è morta. Che senso ha chiedere aiuto? E se poi Elena riesce, sussurrando piano, a dire la verità di ciò che le è successo, arriva la seconda violenza. La polizia non le crede perché non ha prove “mediche” da mostrare, si contraddice, non ricorda. Elena si era fatta piccola piccola, si era nascosta in se stessa, si era assentata dal proprio corpo. Ma questo la polizia non lo può capire e chiede, insiste, disprezza, mostra sfiducia, deride e mette in dubbio l’inferno. E allora Elena che non ha più la forza di tornare a sussurrare dal suo angolino buio, torna a nascondersi e ridiventa l’altra, Maria, la schiava degli uomini. Perché Elena è morta, e Maria non conosce altra vita ormai. Si vergogna a tornare a casa, ha provato a denunciare, ma non le hanno creduto, e allora non c’è più nulla. Elena ridiventa un guscio, l’ombra di una donna, una bambola di pezza con il tanga.

©Samara Croci

Journey è una mostra attualissima non solo perché il tema non cessa di essere una tragedia costante e in crescita, ma anche per una ragione che nessun giornale o telegiornale ha citato.

©Samara Croci

Mentre gli occhi del mondo sono puntati al Sud Africa per i mondiali di calcio dell’anno prossimo, sotto i nostri sguardi attenti, questo evento sta scatenando una tratta di schiave del sesso immensa. Mentre la struttura organizzativa dell’evento fatica a star dietro ai tempi stabiliti, le mafie africane e russe sono già preparatissime. Camion di schiave del sesso, come capi di bestiame, sono pronti per essere trasferiti al luogo dei giochi per soddisfare i ricconi che visiteranno il paese. E mentre tutti guardiamo con ansia questo spettacolo, mentre tutte le televisioni sono pronte a coprire l’evento, Elena e tante sue compagne sono rese schiave sotto i nostri occhi, ma pochi ne parlano, per ora. Addirittura il Sud Africa sta pensando, proprio in occasione dei mondiali, di depenalizzare la prostituzione. Un misura che darebbe ancora più libertà agli schiavisti che trafficano in bambini e donne. Ma in fondo abbiamo una buona scusa, nessuno ne parla e quei pochi che lo fanno sono sepolti immediatamente da altre notizie sportive più emozionanti. Elena si è fatta piccola, non grida, non ha diritti perché è senza documenti, neppure esiste.

©Samara Croci

La scrittrice Arundhati Roy, nel suo libro Il dio delle piccole cose, descrive in modo commovente la tragedia di uno dei suoi personaggi: Estha, un bambino indiano che è stato violentato da un vecchio e non ha raccontato a nessuno ciò che gli è accaduto. Arundhati nel suo stile sempre affilato ma intimo e delicato, scrive: “ una volta arrivato, il silenzio mise radici in lui e cominciò a diffondersi. (…) col passare degli anni Estha si ritirò dal mondo. Si abituò alla piovra irrequieta che viveva dentro e che schizzava inchiostro anestetizzante sul passato. A poco a poco, la ragione del silenzio scomparve, seppellita in qualche punto profondo tra le pieghe consolanti di quella realtà”. Non credo ci sia altro da aggiungere. O facciamo qualcosa perché nessuno finisca in quel baratro buio, o facciamo in modo che ne esca. Mentre sarebbe preferibile la prima cosa, dato che molti sono già nel baratro, impegniamoci per denunciare questi fatti, per dare voce a chi ha dimenticato al propria voce e vive nel silenzio.

©Samara Croci

Credo che noi donne occidentali/emancipate/dei paesi ricchi, dovremmo, in cambio della sorte che ci ha fatto nascere dove siamo nate (cosa che non era scontata), cercare di essere la voce e le unghie di queste donne. Se loro non possono o non riescono a denunciare, dobbiamo farlo noi. Noi che abbiamo dei diritti e il potere di farlo, noi che conosciamo i fatti e che viviamo in quella parte di mondo dove sta “la domanda” per il traffico di schiave, in quella parte di mondo che trae malati benefici da questo terrificante commercio di persone.

Samara Croci

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©Samara Croci

Alcuni dati per capire la misura della cosa:

In Italia, secondo alcuni studi, 1 uomo su 5 fa sesso a pagamento.

Israele è uno dei maggiori importatori di prostitute slave – Ogni mese un milione di israeliani fa visita a una prostituta. La cosa è estesa soprattutto tra gli haredim, gli ultraortodossi.

Ogni anno 3000/5000 donne dell’ex blocco sovietico sono vendute per la prostituzione. Prezzo: 8.000/10.00 dollari ciascuna.

In Russia, secondo uno studio del ’97 tra le studentesse, il 70% diceva di voler fare la prostituta. 10 anni prima, in un’intervista uguale, dicevano di voler fare le cosmonaute e le dottoresse.

12.300.000 persone nel 2008 sono state vittime del traffico di persone.

Sulla mostra

L’associazione promotrice:

http://www.helenbamber.org/AboutJourney.html

Video che ricostruisce la mostra: Journey

http://www.youtube.com/watch?v=9auqa9_VoiY

Video di Emma Thompson per la mostra. Elena diventa Maria, un gioco sessuale per gli uomini. Elena sparisce.

http://www.youtube.com/watch?v=BdW05BC4emw&feature=related

Articoli

Il traffico di gente in occasione dei mondiali del Sud Africa

http://www.citizen.co.za/index/article.aspx?pDesc=99923,1,22

http://pambazuka.org/en/category/16days/60747

http://www.nyasatimes.com/features/2010-world-cup-exposes-southern-african-women-to-human-trafficking.html

Blog sull’argomento

http://fto.co.za/opinion/human-trafficking-child-prostitution-rise-2010-fifa-soccer-world-cup-2009110115679.html

Sul piano per legalizzare la prostituzione in Sud Africa

http://blog.foreignpolicy.com/posts/2008/07/16/plans_to_legalize_prostitution_in_south_africa_gain_ground_critics

Libri

The Natashas. Inside the New Global Sex Trade, Victor Malarek

Economia canaglia, Loretta Napoleoni (1 capitolo dedicato alla tratta di schiave) – da qui sono tratti alcuni dei dati indicati

In spagnolo: El año que trafiqué con mujeres di Antonio Salas

Le lacrime di Eros

Inarte, attualità, donne, ITALIANO su 5 novembre 2009 a 8:50 pm

Donna di Botero

©Samara Croci

Questa domenica sono andata a vedere la mostra “Lagrimas de eros” al museo Thyssen di Madrid. Ci sono 120 opere esposte per raccontare l’eros e i suoi risvolti nell’arte religiosa e non. La mostra prende il nome dal libretto di uno dei più grandi esperti sull’argomento: George Bataille.

Ma che cos’è l’eros e quali altri temi sono relazionati? In realtà l’eros, un po’ come il tema della morte. Sono due di quei pochi argomenti che fagocitano quasi tutto. Ogni cosa sembra relazionata con questi grandi temi trasversali e ogni comportamento umano sembra inspiegabile se non si mette in relazione con queste due entità, che in questa mostra, si fondono insieme: eros e thanatos.

Secondo un bellissimo articolo di Mario Vargas Llosa, uscito proprio domenica 1 su El Pais, l’eros rappresenta il momento culminante e risolutivo di quel conflitto che da sempre oppone natura e cultura. Da un lato abbiamo appunto la cultura e le caratteristiche dell’essere umano, e dall’altra, l’istinto animale, l’indole irrazionale e distruttiva di thanatos. L’eros ha saputo tenere a bada l’istinto animale e trasformare l’atto sessuale in qualcosa di più creativo, di condiviso, qualcosa che diventa opera d’arte grazie ai rituali, ai dettagli e alle piccole raffinatezze. Ed ecco come nascono tutte queste opere d’arte. Però la verità è che le opere non sono erotiche in sé. E’ anche lo sguardo a renderle tali, perché l’erotismo non è qualcosa che etichetta per sempre e inequivocabilmente. L’erotismo nasce nello sguardo dello spettatore su una cosa o una persona. Di qui, la convinzione che anche una donna o un uomo “brutti” (perché non rispettano i canoni della bellezza perfetta), possano essere erotici. Siamo noi che erotizziamo la realtà ed è per questo che l’idea di erotismo così come l’atteggiamento nei confronti della morte, sono grandi temi che se analizzati ci restituiscono una storia della nostra civiltà che si evolve, che cambia i suoi costumi e che investe di significati differenti, oggetti ogni volta diversi.

Autoritratto Botero

©Samara Croci

La mostra inizia logicamente dalla base dell’erotismo che è quell’equilibrio così precario tra tabù e trasgressione. Secondo Bataille, la proibizione illumina ciò che è proibito, con una luce che è insieme sinistra e divina, una luce religiosa. Di qui la sua convinzione che la battaglia tra eros e thanatos si spieghi solo alla luce del sacro, dell’arte religiosa e dei miti rappresentati nell’arte.

Per questo tutta la mostra è organizzata in forma di percorso attraverso i grandi miti di cui si è servita l’arte erotica. Inoltre, il percorso è pensato per essere un’evoluzione o, involuzione, nella spirale degenerativa dell’eros.

Donna Botero

©Samara Croci

Iniziamo con l’INNOCENZA, tra le onde del mare, nella spuma, da cui nasce, vergine, la bella e intoccata Venere, la cui forza erotica è legata proprio alla purezza, alla possibilità di macchiarla e di trasgredirla. Si passa allora alla TENTAZIONE. Qui è forte la proibizione e il rischio di trasgredirla che ben conosce Sant’Antonio, ritiratosi ventenne nel deserto come eremita, e che viene tentato dal maligno con, tra le altre cose, una bellissima donna nuda. Ma altre immagini di tentazioni vengono dalle numerose rappresentazioni delle Sirene e delle Sfingi, figure duplici tra l’animalesco e l’umano, mostri in grado di portare gli uomini alla follia. La tentazione, sfocia allora nel SUPLIZIO DELLA PASSIONE, il momento in cui è più visibile il sacrificio insito nella tentazione e la violenza dell’erotismo, che diventa dominazione e sottomissione con le figure mitiche di San Sebastiano trafitto dalle frecce e di Andromeda, offerta al mostro marino ed incatenata in mezzo ai flutti.

La mostra poi sembra darci una tregua più pacifica. Arriviamo alle delizie della COPPIA, un duo che si fonde in una cosa sola. Ma in realtà, questa fusione implica una violenza, che sfocia nella passione cannibale e vampiresca del “divorare l’altro” per fondersi totalmente.

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©Samara Croci

In ultimo, tocchiamo il punto più cupo dell’arte erotica. Oggetto dell’erotismo, diventano, infatti, i corpi morti, che scatenano grande attrazione. Esemplari sono i casi delle commoventi scene di Apollo disperato per aver ucciso, per sbaglio, il suo amato Giacinto o quelle del pastore Endimione condannato ad un eterno sonno dalla bella Venere che vuole rimanere ad ammirarlo eternamente. Infine, simboli per eccellenza, sono i corpi inerti, ma pieni di potenza erotica, di Cleopatra e di Ofelia, le belle suicide che giacciono immobili a beneficio del voyeur, che può infine godere indisturbato della loro bellezza.

Donna in campagna

©Samara Croci

E qui finisce il percorso, ma merita accennare anche ad una piccola riflessione sull’acqua, che così dolcemente abbraccia la bella Ofelia. Dall’acqua, è iniziato il nostro percorso con Venere, e nell’acqua termina, con l’amata di Shakespeare. L’acqua è la materia prima dell’erotismo, così come della vita stessa, come ben si apprezza dal video di Bill Viola: “Incarnation”. Una coppia, nuda, avanza in un ambiente di interferenze, verso di noi. Poi ad un tratto passa una barriera, che presto si scopre essere una cascata d’acqua e luce. Lentamente e impauriti, i due amanti passano la barriera d’acqua e si guardano intorno. Lei, all’inizio più timorosa di lui, è quella che per più tempo è attratta da questa nuova realtà, è curiosa, guarda fiera verso di noi, verso la realtà. Lui invece, da coraggioso esploratore, si tramuta improvvisamente in un ometto impaurito e trascina prontamente indietro anche la donna. Lei sembra opporre un po’ di resistenza, ma poi torna indietro, oltre la cascata, nel mondo delle interferenze.

Non so se l’opera di Bill Viola rappresenti parte di quell’arte moderna dell’eros che Vargas Llosa tanto disprezza nel suo articolo. A me quest’opera sull’incarnazione è piaciuta, anche se, è vero che si distanziava un po’ dal tema dell’erotismo. Sono d’accordo con Vargas Llosa che malgrado gli sforzi del curatore, l’arte moderna dimostra di mancare di quell’erotismo tanto sottile che c’era ancora fino ai primi del ‘900. La spiegazione di Llosa è che la modernità, eliminando gradualmente i freni e le censure, ha annullato anche la trasgressione dell’eros, banalizzandolo, portandolo sull’arena della quotidianità, sulla piazza pubblica. E la banalizzazione dell’eros, ha fatto sì che emergesse il suo lato più volgare, ha lasciato via libera all’istinto animale che per anni era stato imbrigliato dalle proibizioni ma che, proprio per questo, ci aveva spinti a sfruttare la creatività come arma per superare ogni tabù. L’erotismo quindi, non sembra poter esistere senza la trasgressione. Ricordo una battuta di qualche filmetto di amori adolescenziali in cui un’amica diceva all’altra che il 50% del bello del sesso era parlare di sesso. Ed effettivamente, questa è una componente forte soprattutto agli inizi, durante l’adolescenza, quando si comincia a parlare di qualcosa di cui non si potrebbe parlare, di un tabù. Oggi invece, di sesso si parla ovunque e quando Vargas Llosa cita il fatto che l’eros sia arrivato nella piazza pubblica, non posso fare a meno di pensare alla tv italiana. Ci si può quindi ancora emozionare per l’infrazione del tabù di parlare di sesso alle amiche? Forse no, forse è uno dei tanti argomenti quotidiani e noiosi che siamo stufi di vederci propinare attivamente o passivamente dalla pubblicità e dalla tv. Mi ricordo anche di un intervento ascoltato ultimamente al festival di Internazionale, dove interveniva la regista iraniana, Firouzeh Khosrovani, e raccontava come a lei piacessero molto di più le feste dei giovani a Theran perché essendo tutto proibito, l’evento diventa più eccitante, più trasgressivo e c’era la costante tensione dell’essere scoperti.

Art Suite Bogota

©Samara Croci

Un’ultima nota la dedico ad un fatto che mi ha lasciata un po’ dubbiosa. Dopo aver visto la mostra presso il Thyssen sono uscita arrabbiata per il fatto che, a parte una statua e poco più, tutte le altre opere d’arte rappresentavano corpi di donne o nel caso di San Sebastiano, un uomo simbolo dell’amore gay. Infastidita, mi chiedevo se la spiegazione fosse che noi donne non eravamo considerate meritevoli di contemplare dei corpi erotici di uomini o se forse, era stata una scelta un po’ limitata del curatore. O forse, il fatto che nella storia gli artisti siano stati sempre più uomini che donne, ha fatto si che il corpo della donna fosse maggiormente rappresentato. Solo visitando l’altra parte della mostra, quella che si trova presso il palazzo della Fondazione Caja Madrid vicino a Callao (peraltro gratuita), mi sono tirata un po’ su di morale, e non per il video di Beckam che dorme, ma per i bei quadri e le statue di Endmione, il pastore amato da Venere. E finalmente, anche il nostro eros di donne, ha potuto avere delle soddisfazioni, dopo essere state private di San Sebastiano e di Giacinto, entrambi simboli dell’arte erotica omosessuale. Rimane in ogni caso il mio dubbio sulla minor presenza di arte erotica dedicata alle donne. Propendo però per una leggerezza del curatore, perché non posso fare a meno di ricordare alcune bellissime sculture di guerrieri ed eroi mitici, che sono custodite per esempio in Italia, sparse per i vari musei. Ricordo inoltre una scena bellissima del film Orgoglio e pregiudizio di Joe Wright. Il film finisce senza neppure un bacio tra i due amati, solo carezze caste e sguardi. Eppure, la passione non manca. Il regista decide di esprimerla con le stesse limitazioni che aveva avuto Jane Austen nei primi dell’800: con il divieto di fare riferimento a qualunque scena di eros. Per questo, tutta la passione erotica, si concentra in due scene del film. La prima è quando la protagonista, Elizabeth Bennet, sogna di essere su una scogliera con il mare in tempesta e la natura in subbuglio. La seconda si svolge durante la sua visita alla casa di campagna di Mr. Darcy. La giovane, e ormai innamorata Elizabeth, si aggira silenziosa tra le statue di marmo bianco della galleria d’arte della villa. E’ estasiata, gira attorno ai corpi nudi, e noi con lei. La telecamera sfiora i solchi del marmo, gira intorno, si avvicina e si allontana, esita in alcuni punti. E vediamo la giovane Bennet quasi arrossire mentre, sicura e curiosa, avanza in esplorazione di quei corpi. E la visita termina con l’estasi di Elizabeth di fronte ad un busto del suo innamorato, Mr. Darcy. L’ultima scultura di Mr Darcy, serve solo per dare infine, un’immagine tangibile del destinatario e della causa di quella potenza erotica accumulata nelle immagini precedenti, tra le statue di marmo mollemente sdraiate. La scena, per me, è magistrale e, ricordarla, mi mette in pace con il pensiero che esista anche dell’arte erotica destinata alle donne.

Art Suite Bogotà

©Samara Croci

Consiglio quindi vivamente la mostra, nelle sue due parti, al Thyssen (8 euro) e alla Fundación Caja Madrid (gratis). E’ curioso vedere la gente che qui a Madrid visita una mostra del genere. Io sono stata domenica, all’ora di pranzo ed era pieno di bambini con i genitori e di tante vecchiette che passavano curiose tra queste immagini erotiche e borbottavano divertite quando nei cartelli espositivi si paragonava l’orgasmo alla “piccola morte”. Ci sarebbe stato lo stesso pubblico per esempio a Milano? E sarebbe costata anche lì 8 euro, prezzo pieno e 5, ridotto, con una metà della mostra in una sede (Caja Madrid) che sempre offre entrata gratuita? Lo dudo mucho.

Samara Croci

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Microsite del Thyssen sulla mostra http://www.museothyssen.org/microsites/exposiciones/2009/Lagrimas-de-Eros/

L’articolo de  El Pais di Mario Vargas Llosa http://www.elpais.com/articulo/opinion/desaparicion/erotismo/elpepiopi/20091101elpepiopi_12/Tes

Video di Bill Viola simile a quello citato come trattamento video http://www.youtube.com/watch?v=eTakwOpWqG4

Il frammento a cui mi riferisco di Orgoglio e Pregiudizio di Joe Wright http://www.youtube.com/watch?v=zBdsr3cFnBU

Le foto non sono di opere della mostra, sono foto fatte da me presso il museo d’arte di Bogotà (Colombia). Altre sono scattate presso l’hotel Art Suite di Bogotà.

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