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Archivio per la categoria ‘musica’

Brainstorming europeo

InITALIANO, musica, pensieri sparsi, politica internazionale su 27 giugno 2010 a 5:08 pm

M. Peon, festival Europa en vivo, Madrid ©Samara Croci

Ieri a sorpresa ho potuto assistere ad un evento che si è rivelato un piccolo gioiellino, di quelli che raramente capitano: Europa en vivo 2010.

Nel palcoscenico di Puerta del Angel, nella Casa de Campo di Madrid, si è tenuto un concerto gratuito dalle 7 a mezzanotte, con 40 artisti dai 3 paesi che hanno guidato l’ultima presidenza europea: Spagna, Belgio e Ungheria. L’evento segna la fine della presidenza spagnola dell’Unione Europea e, pur concludendosi ieri, è iniziato il 23 di giugno. Il valore infatti di questo concerto è il fatto che sia stato l’evento di chiusura di un laboratorio creativo di musica che si è svolto nei giorno 23, 24 e 25 presso il Real Sitio de la Granja de San Idelfonso di Segovia. In questo spettacolare edificio, immerso nella Sierra di Madrid, 40 artisti di tre paesi diversi, si sono incontrati per conoscersi, sperimentare e piantare i semi di nuove collaborazioni e fusioni musicali. L’idea è affascinante: artisti di paesi diversi, di generi musicali differenti, parlando tre lingue diverse, suonando strumenti conosciuti e non, si sono chiusi dentro un edificio e hanno convissuto per tre giorni in un frenetico “brainstorming” musicale. Non c’è dubbio, credo, sul fatto che questo sia lo spirito europeo che affascina tutti noi, ma che raramente vediamo tra le istituzioni politiche ed economiche europee.

Questo il programma della serata, perché possiate andare a cercare video e musiche degli artisti che hanno partecipato con grande spirito di crescita e di condivisione a quest’esperimento emozionante.

Belgio – Panta Rhei (musica popolare)

Spagna – Mercedes Peón (celtica, tradizionale, elettronica)

Spagna – La Musgaña (musica popolare)

Ungheria – Márta Sebastyén (musica popolare – colonna sonora Il Paziente Inglese)

Ungheria – Cimbaliband (mucia folklorica balcanica)

Ungheria – Plastic Septet (jazz)

Spagna – Estrella Morente (flamenco)

Belgio – Philip Catherine (jazz)

Belgio – Laïs (flamenco belga)

Spagna – Niño Josele (flamenco)

M. Sebestyén, Festival Europa en vivo ©Samara Croci

Al di là dell’idea originale del “brainstorming”, ciò che più mi ha affascinato è stato scoprire ritmi e artisti che non conoscevo, ma che sicuramente d’ora in poi porterò con me. Oltre a brani del repertorio di ogni artista, i gruppi poi si mescolavano dando vita a esperimenti nuovi di fusione di generi, di tradizioni e di atmosfere. Personalmente sono rimasta impressionata dall’energia e dalla passione di Mercedes Peón, che ha definito l’esperimento: “un atto d’amore per la singolarità di ciascuno e per la fusione di quelle singolarità in una nuova unità”. Altro gruppo spagnolo pieno di spirito è La Musgaña, che nel brano inedito realizzato con gli ungheresi di Cimbaliband, hanno riscaldato il pubblico come nessun altro, e credo che nessuno tra i presenti sia riuscito a stare fermo! Riuscitissimo anche l’esperimento di collaborazione del grande chitarrista jazz Philip Catherine con le tre voci del gruppo Laïs, e l’altro, ancora una volta di Laïs con il violoncellista di Pantha Rei, profondo e potentissimo.

Ci sono esperimenti più o meno riusciti. Per esempio, aveva bisogno di più tempo e di ulteriori pulizie il brano nato dalla collaborazione di La Musgaña con Márta Sebastyén. In altri casi, invece, l’unione apportava un miglioramento com’è il caso di Laïs con Catherine o di Márta Sebastyén con Niño Josele. Quest’ultima cantante ungherese, può risultare ripetitiva per un pubblico che non adora eccessivamente il folk popolare, ma la sua voce è indubbiamente oro, e si è potuto vedere nel brano cantato con Niño Josele.

Al di la comunque dei risultati immediati di questo brainstorming, sono sicura che i semi cresceranno e che iniziative di questo tipo richiedono tempo per svilupparsi ma diventano frutti appetitosi con il tempo che passa.

Apprezzo la scelta di chiunque sia stato, di creare un evento del genere per festeggiare la presidenza europea, ma mi piacerebbe vedere, almeno qualche volta, che anche la politica e l’economia europee si pieghino ad esperimenti di questo tipo.

Avete presente la scena di Apollo 13 in cui a seguito di un guasto all’impianto di aerazione della navetta Apollo, gli astronauti rischiano di morire? Alla Nasa, decidono di rinchiudere un gruppo di scienziati di varia estrazione, e gli danno degli oggetti, pochi, con cui poter creare in tempi stretti una macchina per depurare l’aria degli astronauti e salvare la missione. E’ una scena indimenticabile e divertentissima.

Un brainstorming a porte chiuse e con tempo limitato, a cui partecipano persone di diversi settori. Di questo abbiamo bisogno nella Comunità Europea, questo è lo spirito per cui è nata questa istituzione: valorizzare le singolarità e metterle insieme per creare strutture nuove in cui il valore dei singoli sia potenziato dalla comunità. Oggi abbiamo diversi problemi che richiedono risposte urgentissime, ma che per ragioni più o meno oscure, sono messi da parte dai leeder europei. Non sarebbe una buona idea? Una settimana chiusi nel palazzo di Bruxelles per risolvere il problema delle politiche ambientali della Comunità Europea o per rispondere alle violazioni dei diritti umani di Israele in Palestina o ancora, per affrontare il problema dei controlli economici e finanziari o quelli sulla criminalità organizzata. Nessuna deroga, una settimana, gente di ogni settore e pochi punti fermi da rispettare. Questo dovremmo pretendere dai leeder europei, perché in un momento di grande crisi ed incertezza c’è bisogno di confronto d’opinioni  e di unione. I problemi che affrontiamo sono troppo vasti per un singolo paese, richiedono una strutturazione più globale, soluzioni più ampie, però questo non deve significare che le trattative debbano prolungarsi in modo indeterminato. Il popolo europeo in crisi guarda ai leeder per soluzioni immediate e chiare, e forse un “brainstorming a termine” potrebbe offrirci punti di vista più freschi e innovativi. Purtroppo il ministro Miguel Angel Moratino è rimasto per troppo poco tempo all’evento di ieri sera per cogliere e vivere quest’atmosfera di cui vi parlo. Un peccato, un’altra occasione persa.

Concludo con un brano della galiziana, Mercedes Peón, Paralá, che manda un saluto alle persone di tutto il mondo perché, come ha detto lei stessa: il mondo è pieno di espatriati della Galizia, e così come loro sono andati per il mondo, ora invitano il mondo a venire in Galizia e in Spagna, e così via finché le genti non si mescoleranno, come le idee. Altra buonissima proposta che propongo di esportare alle politiche sull’immigrazione della Comunità Europea!

Samara Croci

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Un servizio di Radi

Nosotros (verde) amamos (blanco) Silvio (rojo)

Inattualità, ESPAÑOL, musica, pensieri sparsi, politica italiana su 21 febbraio 2010 a 10:15 pm

Copertina di "Noi Amiamo Silvio" (Peruzzo ed)

Hace algunas semanas publiqué un pequeño artículo en italiano sobre un libro nuevo a la venta en los quioscos italianos con el titulo: Nosotros amamos Silvio (Peruzzo editore).

Es un libro de fotografías que recopila todas las mejores fotografías del premier italiano. En realidad, hay que añadir que son también las más populistas, o sea: gente en la calle besándole, el “redentor” andando con los grandes jefes de estado por las ruinas del terremoto …

Para mí, el libro tiene un valor histórico. Escribí en el artículo que iba a comprarlo como documento histórico, pero que no me considerasen como una aficionada del premier por eso. Confirmo mi idea de que el libro tenga un valor histórico como lo han tenido para España los muchos documentos que ahora sirven para contar lo que ha sido el franquismo. Ya estaba recibiendo desde los españoles peticiones para estatuas del Duomo de Milán (la catedral) como recuerdo de lo ocurrido a Berlusconi. ¡Ahora, me pedirán ejemplares de este libro! Demasiado tarde. Parece que está agotado en toda Italia y probablemente tendremos que esperar que salgan copias piratas hechas por la Mafia, como ocurrió con el libro de Saviano (Gomorra). Mis previsiones de un éxito de venta, se han cumplido todas. Era previsible. Esto pero, no significa que todos los que han comprado el libro sean seguidores de il Cavaliere. Muchos me han escrito diciéndome que lo querían como documento histórico de nuestra caída en el infierno del populismo. Otros han interpretado mi articulo como una invitación a comprar el libro, y me han dicho que no le parecia buena idea y que había una diferencia entre comprar, por ejemplo, un calendario de Mussolini hoy o haberlo comprado durante la dictadura del fascismo. Cierto, pero como le he contestado en nuestra pequeña ciarla, no creo que haya que temer un libro y, si es útil para entender cuanto abajo hemos llegado, bienvenido!

De cualquier manera, el éxito no ha sorprendido nadie. Somos un país que se deja llevar por la imagen. Hemos crecido con las estrellitas de televisión, con el populismo televisivo, hasta llegar a tener un líder mediático como presidente. Quien haya visto la película Videocracy no se sorprenderá. Pero, un italiano me ha escrito recordándome que en Italia Videocracy y su trailer han sido censurados, así que, otra vez más, los italianos se quedan en la oscuridad. La excusa, en su tiempo, fue que no se podía trasmitir publicidad de Videocracy sin otra publicidad por la parte opuesta, según dice la ley de “par condicio” italiana. ¡Vale! Esto entonces seria buen momento para aprovechar de la publicidad que sí, se están emitiendo en la televisión italiana del libro (me lo han confirmado varios en el blog) y ¡transmitir de paso la publicidad de Videocracy!  Lo que más me hace enfadar es que, en el titulo, se utiliza, para las tres palabras, el tricolor italiano. Si, en un libro así, se utiliza el tricolor, estas diciendo que toda Italia ama Silvio, pero no es así, por lo meno por mi parte, y creo también para muchos que me han escrito escandalizados por el libro.

Me gustaría traducir los muchos comentarios de la gente que me ha escrito, son lo que más valoro de ese pequeño artículo que escribí. Demuestran el enfado, la polémica y la insatisfacción que este libro ha causado en mi país.

He decidido traducir algunos contenidos de esa entrada (que hice en italiano) al español en este nuevo artículo por un nuevo suceso de actualidad que va en la misma línea. El otro día, en el festival de San Remo (la más famosa competición / espectáculo de música en Italia) se ha presentado el Príncipe de Italia,  Emanuele Filiberto, cantando una canción con titulo: Italia amore mio (Italia mi amor).

Quiero explicar un poco lo que esta detrás de las relaciones entre los italianos y la monarquía. El rey, Vittorio Emanule III y la monarquía, fueron determinantes en la toma de posesión de los fascistas en Italia. La monarquía apoyó las leyes raciales contra los hebreos y, en el ’43, el Rey escapó de Roma hacia el sur, dejando el ejercito sin mandos ni instrucciones y el país, en las manos de los fascistas. Después de la guerra, Italia, con un difícil referéndum, eligió la Republica y los monarcas, entre polémicas y acusaciones de fraudes en el referéndum, dejaron el país. Tanta era la gana de revancha de los italianos que, en la Constitución recién escrita, se decidió poner un anexo que prohibía a Umberto II di Savoia (hijo de Vittorio Emanuele III) y a los descendientes varones de volver a pisar el territorio italiano. Con el paso del tiempo, la revancha se ha atenuado y en 2002 el Parlamento ha decidido abolir la disposición y dejar que el joven príncipe Emanuele Filiberto (nieto de Umberto II di Savoia) pisase el territorio italiano.

Ahora, entenderéis la sorpresa de algunos italianos en vérselo el otro día en el escenario del Festival de San Remo cantando “Italia mi amor” junto con Pupo, uno de los artistas más populares de la música italiana de los años ’60/’70. La canción, es una poesía escrita por el príncipe y adaptada por Pupo y que, de alguna manera, hace referencia a la historia personal del principe, alejado de su país. En el teatro Aristón, la exhibición ha sido criticada por una parte del público y, por fin eliminada de la competición junto con otras, como es de costumbre (hay eliminaciones progresivas hasta el final cuando solo se queda una). Por sorpresa, el otro dia la canción de Pupo y Emanuele Filiberto ha sido repescada para seguir compitiendo en San Remo. En las redes sociales, ha habido una movilización contra esta decisión, pero hay que destacar que la decisión ha sido del público que ha llamado para salvarlos a través de un televoto. Así que Italia ha elegido salvar “Italia amore mio”.

Dejando en un lado cualquier valoración sobre la calidad de la música o sobre esta elección de repescarla en San Remo, me asusta un poco el clima de populismo de nuestro país y el apoyo que este creciente populismo parece tener desde una parte de la populación. La verdad, no se como interpretar todo esto. Dejaré que cada uno se haga una opinión por su cuenta y traduciré la canción como pueda en español. Me gustaría recibir comentario de los españoles sobre esto, como los he recibido de los italianos en la primera entrada del blog sobre el tema.

Creo siempre en el futuro, en la justicia, en el trabajo, en el sentimiento que nos une, alrededor de nuestros familiares. Creo en las tradiciones de una población que no se rinde y sufro las angustias de los que tiene poco o nada. Yo creo en mi cultura, mi religión y por eso no tengo miedo de expresar mi opinión. Escucho mi corazón latir más y más fuerte, el corazón de un Italia sola  que hoy con más tranquilidad se mira en el espejo de toda su historia. Si, esta noche estoy aquí para decir al mundo y a dios, Italia mi amor. Yo no me cansaré de decir al mundo y a Dios, Italia mi amor. Recuerdo mi niñez, viajaba con la imaginación, cerraba los ojos y imaginaba de abrazarla fuerte. Tu no podías volver aunque no había hecho nada malo, pero quien puede confrontarse con quien ha sufrido de verdad? (no está muy claro tampoco en italiano) … Yo creo en el respecto, en la honestad de una ilusión, en el sueño cerrado en un cajón y en un país más normal. Si, esta noche estoy aquí para decir al mundo y a Dios, Italia, mi amor.”

La ultima noticia es que ayer, el Principe ha llegado segundo en la competición de San Remo! Muchos le han votado desde casa y la orquestra en el teatro y parte del publico han recibido la noticia con silbidos y protestas. La orquestra ha hecho pedazos los pentagramas para expresar su desagrado. Que noche increíble! :)

La historia del libro sobre Silvio, en cambio, ha acabado con el descubrimiento de supuestas intervenciones con Photoshop en algunas fotos del libro, por ejemplo para hacer que la multitud que saludaba al Cavaliere fuese mas consistente de la que era.  (http://www.elmundo.es/elmundo/2010/02/03/internacional/1265228325.html)

En fin, ¡somos un país que nunca descansa! siempre hay algo increíble que pasa y la actitud que una parte de los italianos demuestra hacia estos hechos, es espeluznante. ¡Socorro!

Samara Croci

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video de la exhibición del Príncipe en San Remo http://www.youtube.com/watch?v=Fq4TaoOsC-U

Stanotte i gitani hanno cantato a Dio

Inattualità, ITALIANO, musica, pensieri sparsi su 17 febbraio 2010 a 8:47 pm

Collegiata di San Isidro Festival Arte Sacro, Madrid ©Samara Croci con cellulare

Da un lato la musica classica, con le sue regole, la metrica rigidamente fissata, un direttore d’orchestra a dare le pause e gli accenti, e uno spartito pieno di note attentamente dosate e fissate per sempre. Dall’altro il flamenco, inafferrabile e sfuggente, di una bellezza rozza e potente e con le sue stonature laceranti e la foga, a tratti animalesca e sacra insieme. Qualcuno direbbe sacro e profano, ma io non sono un’esperta di musica e quello che mi lascia esterrefatta è la perfetta fusione di questi due mondi: la musica classica d’orchestra con coro e il flamenco folle dei gitani. Semplificando di molto, si potrebbe dire che stanotte, cantando a Dio, c’erano, non solo due modi di fare musica diversi, ma anche due filosofie di vita. Da un lato c’era il mondo delle regole strette, della metrica precisa e attentamente studiata che crea capolavori dietro i quali c’è spesso grande studio e perfezionamento, fin nei dettagli. Dall’altro lato c’era l’improvvisazione dei gitani, che vagano per il mondo, che rubano l’ispirazione nell’arte dei posti che li ospitano, nelle persone, nelle emozioni che li circondano. Entrambi i mondi danno vita ad opere d’arte immortali. Ma che succede quando questi mondi si incontrano? Sembra difficile che possano fondersi, trovare un accordo dove la rigidità dell’uno è plasmata dalla spontaneità dell’altro e viceversa, e dove in un perfetto dosaggio di momenti emotivi, emerge ora uno ora l’altro.

Con la spontaneità di una preghiera a Dio e con la compostezza e la sacralità che si addice ad una grande chiesa come la Collegiata di San Isidro di Madrid, stanotte i gitani della compagnia Tito Losada, insieme all’Orchestra Internazionale di Madrid e al Coro Piccolo, hanno cantato a Dio nella serata inaugurale del Festival di Arte Sacro. Alla magia della musica, si è sommata la magia del luogo scelto per questa rappresentazione, la Collegiata di San Isidro, chiesa barocca ed ex cattedrale di Madrid. Lo spettacolo, come molti del Festival, era gratuito e la chiesa si è riempita di gente di ogni tipo: stranieri, famiglie, coppie, giovani e meno giovani.

Fin dal primo urlo lacerante e profondo del cantaor, che ha attraversato la chiesa e tutti noi facendo vibrare le antiche fondamenta con qualcosa di ancora più antico, mi sono chiesta come fosse possibile mischiare il mondo gitano e vagabondo con quello classico e rigido dell’orchestra, dove tutto è frutto di prove estenuanti. Come poteva quel direttore d’orchestra mettere d’accordo il mondo classico con quello dei gitani imprevedibili e sfuggevoli nei loro lamenti e nei loro ritmi. Eppure funzionava e non sembrava che nessuno limitasse l’altro, anzi.

Io sono da tempo un’appassionata di un altro mix di generi: flamenco e jazz che per me hanno raggiunto il massimo livello nell’album Lagrimas Negras di Bebo&Cigala, ma quello era il jazz con il flamenco. Due generi entrambi basati sull’improvvisazione, sull’emozione del momento, sulla follia dei loro interpreti. Questo mix invece di musica gitana e classica, rappresentava tutt’altra sfida!

Verso la fine mi sono chiesta perché fuori da questa cattedrale sia così difficile per questi due mondi convivere. E il pensiero non poteva che portarmi agli eventi italiani, alla cacciata violenta dei gitani dal nostro paese, ai campi bruciati, alle minacce e ai furti. E allora pensando a tutta l’incomprensione di questi due mondi fuori dalla cattedrale, ho veramente sperato che quelle preghiere arrivassero a Dio. Le preghiere di due mondi che non riescono a convivere, ma che forse potrebbero non essere così distanti come si crede. Se solo Dio ascoltasse la voce dei gitani.

Samara Croci

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XX Festival Arte Sacro 16 febbraio-30 marzo www.madrid.org/artesacro

Misa Flamenca. Los Gitanos cantan a Dios. 16/02/2010 Real Colegiada de San Isidro, Madrid

Video promo del Festival: http://www.youtube.com/watch?v=lgHHJamX3vs

Un frammento da un concerto simile fatto in un altro momento: http://www.youtube.com/watch?v=YTrQML263dA

Altro bel sottofondo musicale consigliato da Raúl: http://www.youtube.com/watch?v=x_byKBtaprc

Dalla paura al furore

Inattualità, ITALIANO, musica, pensieri sparsi, politica internazionale su 9 gennaio 2010 a 11:58 pm

©Samara Croci

Ho appena visto la cerimonia dei Kennedy Center Honors in cui sono stati premiati alla presenza di Obama alcuni artisti d’eccellenza, tra cui Bruce Springsteen. Allora mi è venuto in mente delle numerose volte in cui parlando con qualcuno di Bruce, la gente mi dice: “si, però è già acqua passata, roba di altri tempi”. Come di altri tempi?

Ma io li capisco, chi non ha mai visto un concerto di Bruce, non sa di cosa parla. Ho infatti la presunzione di dire con sicurezza che chiunque abbia la fortuna di ascoltare il Boss in concerto, non può non innamorarsi di lui, indipendentemente dal genere di musica che ascolta normalmente. Non è solo che il repertorio di Bruce è tanto vasto che può soddisfare e coprire quasi ogni genere di musica. La questione è che Bruce canta in poesia, Bruce è un cantastorie, un cantore, e i cantori non hanno generi, parlano ai cuori, al di là dei confini e dei limiti. Bruce racconta storie epiche, costruisce personaggi e mette in scena lotte e drammi che sono profondamente umani e lo fa in una manciata di minuti soltanto, ma con una profondità che arriva dritta all’animo. E questo non è tutto. Questo è l’artista, ma un vero artista come lui ha radici in un grande uomo che ha saputo raccontare ciò che conosceva, guardarsi in giro e di nuovo, come un cantastorie, cantare il suo tempo con onestà, forza e dignità e senza mai risparmiarsi. Ha saputo raccontare la vita, senza abbellirla, senza disprezzarla ma con la dignità che merita.

©samara Croci

Ricordate la scena di Contact quando Elly si trova nella galassia aliena e vede un panorama bellissimo dall’oblò e dice: “dovevano mandare un poeta per raccontarlo”. La poesia è sempre stata un linguaggio universale. Parlando al cuore, illumina la realtà che racconta, e non lo fa solo con le parole, lo fa con qualcosa che non si può definire, ma che tocca nel profondo. Bruce è un poeta della realtà. Non solo di quella di allora (come credono alcuni che non lo conoscono), ma anche di quella attuale e futura. Canta la lingua universale della poesia e facendo ciò inserisce le nostre vite in una prospettiva più grande.

Quasi tutti i personaggi delle canzoni di Bruce hanno un sogno, ma non sono degli illusi. Sono esseri umani che grazie a quel sogno vivono, lottano, scappano e si difendono. E nelle sue parole, in quel posto misterioso tra le corde vocali ed il cuore di Bruce, questi personaggi prendono forma, vivono e soffrono, e noi con loro. La loro forza risiede a volte nell’amore, a volte nella rabbia, a volte nella fede o nella speranza e a volte non c’è più nessuna forza rimasta, e Bruce è li a raccontare il dramma.

©Samara Croci

Io mi sono innamorata di Bruce al primo concerto a Bologna, tra il sudore e gli spintoni delle prime file, in un palazzotto piccolo e tutto sommato intimo rispetto ai concerti seguenti. Però quando veramente ho avuto occasione di studiarlo con attenzione, è stato con l’album The Ghost of Tom Joad. Un album ispirato a Furore di Steinbeck, un libro indimenticabile. Ci sono brani, come Land of Hope and Dreams o Born to Run, che sono basilari nella discografia di Bruce e raccontano vicende emozionanti. Ma The Ghost of Tom Joad occupa un posto speciale nel mio cuore, insieme all’album The Rising o a The River.

©Samara Croci

Chi pensa che Bruce sia acqua passata, è in torto marcio, soprattutto oggi. Bruce è il cantore degli oppressi e dei dimenticati del sogno americano. I suoi testi hanno raccontato la tragedia dei poveracci d’America, come ha fatto Robert Frank con il suo mitico Americans. Attraverso le foto di Frank, così come attraverso i testi di Bruce, i fantasmi degli immigrati, dei lavoratori sfruttati nelle fabbriche, dei carcerati, dei veterani, dei drogati e degli insoddisfatti sono diventati parte della storia invece di essere i dimenticati del “sogno”. E cosa può essere oggi più attuale di parlare delle tragedie che si consumano lungo il confine messicano, del traffico di droga, dei cartelli, degli sconfitti della crisi economica o dei giovani senza più prospettive che vogliono ribellarsi e trasformare la paura in furore? Mentre altri album mostrano maggiore speranza, The Ghost of Tom Joad lascia l’amaro in bocca e Bruce sembra affidare la sua ultima preghiera solo alla fede in Dio e alla ricompensa nell’aldilà. Dopo quest’album, Bruce ha recuperato la speranza nei lavori successivi, soprattutto nell’album dedicato all’11/9, The Rising, dove una nuova solidarietà tra le persone restituisce la speranza al genere umano.

©Samara Croci

Per lo meno nel nostro piccolo, in Italia, potremmo iniziare a vedere se riusciamo a tirare fuori qualche ispirazione da Galvestone Bay (penultima canzone di The Ghost of Tom Joad). Una storia che racconta di odio razziale, di incomprensione e di superamento e che mostra come le decisioni individuali possano cambiare il mondo e bloccare la spirale di violenza.

©Samara Croci

L’album Ghost of Tom Joad è ambientato nel deserto, ma non è più il deserto della conquista americana e del trionfo dell’eroe. E’ un deserto desolante che ci siamo costruiti noi e in cui le anime dei singoli sono staccate, solitarie e abbandonate. Non ci sono Chevrolet per fuggire come in altre canzoni famose. Tutto è statico e i personaggi vivono in un isolamento e in una paura che tarda a trasformarsi in furore costruttivo. Non vi sembra familiare?

Samara Croci

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©Samara Croci

©samara Croci

©samara Croci

Prima parte della serata dei Kennedy Center Honors (la parte dedicata a Bruce): http://www.youtube.com/watch?v=0VsAGhlyEkA

Ghost of Tom Joad: http://www.youtube.com/watch?v=NKKpmbcSe5E

Testi di Ghost of Tom Joad

“Le cause giacciono più in fondo, e sono semplici: sono la fame d’uno stomaco moltiplicata un milione di volte; la sete d’un singolo spirito, sete di sicurezza, sete di tranquillità, moltiplicata un milione di volte; l’ansia di muscoli e cervelli che aspirano a crescere a lavorare a creare, moltiplicata un milione di volte. Sono questi muscoli tesi nello sforzo della fatica, questi cervelli ansiosi di produrre in eccedenza ai bisogni individuali, che rappresentano la funzione suprema dell’umanità, il significato dell’uomo. (…) Perché l’uomo, a differenza di ogni altra cosa organica o inorganica, si solleva più in alto del suo lavoro e delle sue concezioni; l’uomo sovrasta le proprie conquiste. Le teorie possono mutare e crollare, le scuole, le filosofie, i vicoli del pensiero nazionale e religioso o economico possono farsi man mano sempre più tortuosi e oscuri, maturare e poi disintegrarsi, ma l’uomo va avanti inesorabile; inciampando, sia pure ferendosi, sbagliando, ma va avanti. (…)Sconfortante sarebbe il tramonto degli scioperi mentre i padroni continuano a durare; perché ogni sciopero anche fallito è evidenza del sopravvivere dello spirito. Sconfortante sarebbe notare che l’Umanità rinuncia a soffrire e morire per un’idea; perché è questa la qualità fondamentale che è alla base dell’Umanità, questa la prerogativa che distingue l’uomo dalle altre creature dell’universo”. (Steinbeck, J, Furore))

“Le donne osservavano i loro mariti, per vedere se questa volta era proprio la fine. Le donne stavano zitte ed osservavano. E se scoprivano l’ira sostituire la paura nei volti dei mariti, allora sospiravano di sollievo. Non poteva ancora essere la fine. Non sarebbe mai venuta la fine finché la paura si fosse tramutata in furore” (Steinbeck, J, Furore)

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