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Internazionale a Ferrara: sabato, la lunga strada verso il kebab

In2010, attualità, Cina, Internazionale a Ferrara, ITALIANO, Loretta Napoleoni, politica internazionale su 5 ottobre 2010 a 1:33 pm

La giornata di sabato a Ferrara è iniziata all’insegna della fame. Non la nostra, che eravamo ben nutriti dal pasticcio ferrarese con bignè e ragù, ma quella di cui si parlava nella conferenza “Quando il cibo non basta” con il grande David Rieff (e i suoi stivali texani), Stephane Doyon di Medici senza frontiere e Giovanni Porzio dell’Espresso, come moderatore. La conferenza è stata molto interessante. Il primo punto da chiarire è stata la differenza tra denutrizione e malnutrizione. La prima si verifica nel caso di conflitti e guerre, la seconda è più silenziosa e invisibile, ma si sviluppa durante un tempo molto più lungo. Quest’ultima, la malnutrizione, colpisce 195 milioni di bambini nel mondo che la soffrono in forma cronica. E’ la mancanza, soprattutto dalla nascita ai 2 anni, d’elementi nutritivi fondamentali, e può causare danni celebrali, ritardi nello sviluppo e crollo delle difese immunitarie. Per questo ogni anno muoiono dai 3 ai 5 milioni di bambini per malnutrizione o malattie ad essa collegate. Il dato più scioccante però è che per tutto ciò, esiste già una cura. Sono i “ready to use terapeuthic food”, una cura di principi nutritivi che viene fatta durante un ricovero in ospedale. Il problema è che i costi di queste cure sono piuttosto alti, e i fondi che arrivano a questi programmi, sono scarsi perché non sono casi di emergenze, non ci sono foto tragiche da mostrare per raccogliere gli aiuti e quindi la società non si mobilita facilmente. Rieff con la semplicità e la schiettezza che sempre contraddistingue i suoi interventi, ha detto che è inevitabile che ci sia un “triage” delle crisi, cioè che nella scelta del progetto su cui investire, si intervenga sul più impellente, sulle emergenze. Ha poi citato il motto della stampa americana “if it bleeds, it leads” (se sanguina, vince!) per la scelta di quali emergenze finiscano in prima pagina. Altro elemento che rende difficile l’intervento, a parte la mancanza d’attenzione mediatica, è la reticenza dei governi nel dichiarare che la loro popolazione stia soffrendo di malnutrizione. Questa parola pare richiami altri concetti come fame e carestia, che a loro volta provocano instabilità sociale e politica, cose di cui i governi hanno il terrore. Inoltre, essendo un problema che soprattutto riguarda i bambini, non c’è neppure il rischio che si crei un movimento di protesta. Semplicemente soffrono in silenzio.

In questo campo, i casi d’intervento con successo sono quelli del Brasile e della Cina (cosa che corrobora l’entusiasmo di Loretta Napoleoni nella sua analisi dei recenti cambiamenti in Cina). Un pessimo intervento è invece quello dell’India la cui situazione di malnutrizione ascende a livelli tragici. Il 38% dei bambini di questo paese ne soffre (un livello eguagliato solo dal Congo).

La successiva conferenza è stata quella sulla Corea del nord: “Dietro le quinte del regime”, un tema del quale ammetto che ero a digiuno. I conferenzieri erano Mads Brügger, Pepe Escobar e Brian Reynolds Myers con Junko Terao di Internazionale come moderatrice. Il più interessante è stato Brian Reynolds Myers, autore del libro The Cleanest Race. Lui è stato quello che ha introdotto i punti principali del dibattito per poi coinvolgere agli altri. Si è parlato fondamentalmente dell’errata definizione della dittatura coreana. Secondo il signor Myers, la Corea del nord non è una dittatura marxista con tocchi di confucianesimo come spesso si dice, ma è una dittatura quasi fascista e più simile al Giappone dell’epoca imperiale, con forti tocchi razziali e razzisti. Infatti, il libro di Myers tratta dell’ossessione dei coreani per la purezza della loro razza, un tema che è alla base anche dell’antiamericanismo coreano. Altro punto interessante affrontato è stato l’inadeguatezza degli interventi della dittatura nelle sfide economiche e sociali. E proprio per coprire questo suo grave ritardo, la dittatura ha puntato tutto sullo spauracchio dell’antiamericanismo e della potenza militare e atomica.

Malgrado sia una dittatura, l’appoggio politico al dittatore Kim Jong, non si basa solo sulla dura repressione, ma anche su una legittimazione di massa. Il leader è adorato come una figura genitoriale da molti coreani, e la sfida in questi anni sarà per il figlio del leeder che dovrà subentrare. Egli, essendo vissuto in Svizzera durante i suoi studi e durante gli anni più duri della storia nord coreana, dovrà dimostrare d’essere ancora un vero coreano e di non aver assorbito i deboli costumi della nostra “razza”.

Alla conferenza c’era anche Mads Brügger, il regista di The Red Chapel, un documentario, pare, molto carino, basato sulla storia di una finta compagnia teatrale danese (Mads è un giornalista, ma si è finto artista di teatro) che si reca in Corea del nord per uno scambio culturale e filma di nascosto la vita quotidiana in uno dei paesi più chiusi al mondo.

Dalla Corea, con le sue chiusure e le sue bugie dittatoriali, mi sono recata alla conferenza: “Le Paure degli europei” dove, in anteprima, hanno presentato gli ultimi dati d’ottobre del Rapporto dell’Osservatorio europeo sulla sicurezza. I dati emersi da questa conferenza sono stati illuminanti, e servono come base per molte altre conferenze o interventi ascoltati in questi giorni, soprattutto sulla singolarità dell’Italia, con le sue paure, il suo strano sistema dei media ed il suo aberrante teatrino politico. Proprio per le sue connessioni con altri temi e conferenze, credo meriti un articolo a sé. Vi dirò solo che l’anomalia italiana non risiede tanto nella testa di noi cittadini italiani, quanto nel nostro sistema mediatico. Le nostre paure non differiscono da quelle degli altri popoli europei, però una differenza enorme è la rappresentazione distorta che delle nostre paure danno i media italiani, molto spesso pilotandola a fini politici. Presto approfondirò il tema, intanto, un ringraziamento ad Unipolis per averlo finanziato  e all’Osservatorio di Pavia e a Demos&Pi per averlo realizzato ed avercelo presentato. Spero che quell’aumento di fondi di cui si è parlato nella conferenza arrivi, perché mi pare un lavoro veramente importante.

Mentre la mia fedele corrispondente andava alla conferenza su Obama e la destra americana, di cui vi scriverò presto qualcosa dai suoi appunti, io mi sono recata alla presentazione di Maonomics, il libro di Loretta Napoleoni.

Loretta Napoleoni a Ferrara 2010 ©Samara Croci

In realtà il libro l’avevo già letto, ma Loretta è sempre Loretta, e al festival ha sempre un pubblico affiatato. E non è stata una delusione. La presentazione è stata scandita dalle domande di Giovanni De Mauro, direttore d’Internazionale, e da alcune del pubblico. Il libro di Loretta vuole essere un’analisi su di noi e la crisi economica che recentemente ci ha colpiti, usando la lente del boom economico cinese. Secondo Loretta, malgrado i problemi che la Cina ha ancora, il suo boom e il suo sistema economico può avere diverse cose da insegnarci. Anche su questa conferenza prometto un post più esteso, integrato anche da alcuni concetti del libro. Il punto di partenza è molto interessante, e perfino coloro che non amano la Cina dovranno ammettere che l’analisi della Napoleoni offre spunti importanti di riflessione, soprattutto sulle scelte degli ultimi anni fatte dai nostri paesi e dai nostri governanti.

La mia serata si è chiusa nel chiostro di San Lorenzo con la proiezione fotografica di Christian Caujolle sul tema, iniziato la sera prima, del viaggio. I fotografi di cui si è parlato con i link alle loro foto, li potete trovare nel Blog di Orazio. Io sono rimasta particolarmente colpita dal reportage di Juan Manuel Castropietro in Perù e dalle foto dei guardiani dei musei russi fatte dall’americano Andy Freiberd.

Comprando un kebab a Ferrara ©Samara Croci

Aspettando il kebab © Samara Croci

Domani è un altro giorno, e mezza infreddolita mi avvio con Raúl ed Edoardo a mangiare un kebab all’inizio di via Mazzini. Abbiamo passato un’ora di simpatica coda chiacchierando, con fondo musicale turco (Raúl sa il nome del cantante). Alla fine è valsa la pena, la piadina con il kebab era deliziosa!

Samara Croci

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“L’odio non è mai un’opzione”

InAntonio Salas, attualità, Internazionale a Ferrara, Islam, ITALIANO, persone, politica internazionale, Roberto Saviano su 28 agosto 2010 a 4:53 pm

Finestra (Colombia) ©Samara Croci

Riprendo in mano il mio taccuino di qualche tempo fa. Ritrovo una nota scritta durante il primo festival d’Internazionale a Ferrara. Era una conferenza di David Rieff sugli Stati Uniti e la guerra al terrorismo. Riporto gli appunti sulla parte di David Rieff, anche se non ho riscontro di quanto siano esatti rispetto alle sue parole dato che sono mie trascrizioni. — L’attivismo deve esistere per chi ne sente la necessità, ma non risolverà i problemi e non cambierà le cose…le associazioni umanitarie fanno compromessi…i motivi per cui nei paesi in guerra si combatte, sono profondi, dovuti  a problemi di vita e morte. Per cambiare le cose servono interventi radicali. Chi può farli sono le nazioni nazionaliste che sono disposte ad investire nell’esercito e nella milizia
Ricordo anche che, nella conferenza, Rieff disse di come era stato scioccato dalla guerra dei Balcani, una guerra che aveva perfino spinto molti giornalisti a passare alla fazione armata per aver visto l’inutilità di altri tipi d’intervento.

Ricordo che le sue parole, mi avevano scosso moltissimo, e non smettevo di pensare, tra me e me, che sí, è vero, una popolazione massacrata e che muore di fame, non vuole interventi umanitari che si prolunghino per decenni, come succede per esempio in Palestina, ma vuole un intervento armato in difesa della popolazione. Ma allora il pacifismo? Allora alla guerra e alla violenza si poteva solo rispondere con una forza violenta uguale e contraria? Ero sconvolta, veramente. Poi ebbi un pensiero e lo trascrissi sul mio taccuino riassumendo il problema che mi assillava. Ok, ci sono due strade, quella militare e quella pacifica/umanitaria. Ammettiamo che quella militare sia quella che più velocemente ed efficacemente risolve le cose in guerra, mentre l’altra è estenuantemente lenta come una goccia che cerca di rompere una roccia. Chi è nella morsa della guerra in cui, da un giorno all’altro, può perdere la vita, sceglierebbe o vorrebbe che si scegliesse quella militare. Chi è qui (nel primo mondo per intenderci), spinge per l’altra. Immaginiamo uno stupro. Se chiedessimo alla vittima o ai familiari di dettare una sentenza contro gli aguzzini, sceglierebbero ovviamente la vendetta immediata. La società civile sceglie, normalmente, pene diverse. Non si può chiedere alle vittime dirette di un rapimento o di una violenza di dare una sentenza. La società, con maggior distacco e attraverso un apparato di leggi, detta la sua sentenza che sarà diversa dalla vendetta tipica da legge del taglione. Lo si fa per un bene più ampio e duraturo, sebbene questo forse non renda giustizia alle vittime e ai familiari. In questo modo, scegliamo di essere una goccia che cerca di rompere la roccia, invece che dinamite. E’ un pensiero che appoggio, ma che spesso, di fronte ad alcune cose che capitano nel mondo, ritorna a vacillare. In questi ultimi mesi sono tornata a pensarci su, soprattutto in occasione della lotta all’islamismo radicale e al terrorismo.

Salida (Colombia) ©Samara Croci

Leggendo El Palestino di Antonio Salas mi sono addentrata con lui nelle logiche e nelle rivendicazioni dei gruppi terroristi e, malgrado la sicurezza completa che nutro sul fatto che il terrorismo e la violenza siano sbagliatissimi, mi chiedo come si possano convincere altri, che invece li ritengono un arma di ribellione contro soprusi che altrimenti non saprebbero combattere. In una delle ultime pagine, Salas racconta che si trovava con alcuni amici palestinesi a Zaragoza, ascoltando le notizie che arrivavano dalla Striscia di Gaza durante il bombardamento israeliano nell’Operazione Piombo Fuso. I suoi amici palestinesi, disperati, gli dicono: “aiutaci, abbiamo bisogno di aiuto, non di elemosina. Bisogna fermare tutto ciò…se ti hanno tolto la tua casa, la tua famiglia, il tuo lavoro, almeno che ci sia data la dignità di vendicare i nostri morti”. Salas dice che “nella rabbia, nell’impotenza e nella frustrazione che contenevano quelle lacrime (dei suoi amici che guardavano il massacro), si trovava la porta d’entrata del terrorismo. E li no c’era retorica politica possibile, ne spiegazioni ideologiche o colte o filosofiche. Non c’era propaganda di destra o sinistra. Solo c’era l’odio e la rabbia”. E’ un filo sottile quello su cui si muovono i nostri giudizi in un caso del genere. Noi siamo qui, nel primo mondo, siamo la società civile “distaccata”, e dobbiamo prendere decisioni razionali, che ovviamente non dovrebbero mai e poi mai contemplare la violenza e la vendetta come risposta. Però, è vero che la tentazione per chi invece le vive, è fortissima. Dall’altra parte, penso alle parole di Saviano, a La Bellezza e l’Inferno, in cui racconta di chi, anche in situazioni di grande violenza, non si è lasciato andare alla vendetta e non ha ceduto agli istinti brutali, ma ha mantenuto forte la sua etica, la morale e soprattutto la sua umanità. Il fatto che ci siano persone così, e un sollievo contro chi predica che “homo hominis lupus”. Non si può però ignorare il fatto che la violenza, genera spesso un genere di vendetta che per le vittime è legittima. Gli idealisti, che non vogliono neppure sentir parlare di ciò, io credo che sbaglino e stiano chiudendo la porta ad una parte del mondo che soffre e che chiede vendetta, e a cui, una risposta che non sia violenta, ma che sia giusta, bisognerebbe darla.
Io, mi ritrovo molto nelle parole di Salas che dice: “ In quel preciso istante, mentre le lacrime rigavano le guance del mio amico palestinese, compresi per la prima volta che tutte le mie utopiche tesi contro la violenza, tutte le mie spiegazioni razionali contro l’utilizzo di fucili e bombe, e il mio energico rifiuto di qualunque forma di lotta armata, sono frutto della mia condizione di comodo borghese occidentale. Io posso permettermi d’essere pacifista e di aborrire la violenza. Posso spiegare, dalla mia comoda tastiera di computer, che le armi e le bombe solo generano dolore e vendetta. E in più so che è così. Però posso farlo perché sono un giornalista europeo che vive in un comodo appartamento lontano dal conflitto. Oggi so, che se io fossi stato a Gaza o nella foresta colombiana o nelle strade di Baghdad, probabilmente il mio comportamento e le mie opinioni sul terrorismo sarebbero molto diverse”.
E’ giusto che sia così. E’ giusto che, chi non è vittima diretta della violenza, sia chi da i giudizi più moderati e riflessivi, e in fondo, più adeguati per il futuro della civiltà. Però, c’è un focolaio di violenza da parte di chi è vittima, che non si può ignorare, e che se lasciato troppo a lungo a ribollire, può diventare incontrollabile.
In occasione di un altro libro (Diario di uno skin), Salas scrive che “l’odio non è mai un’opzione”. E’ vero, ma le vittime non sempre condividono questo pensiero, e io sono assillata dal pensiero di come si possa uscire da questa trappola, di come si possa conservare la propria umanità anche in mezzo alla violenza più incontrollabile, di come si possa dare uno sbocco non violento al dolore di chi vive nella guerra da tanto tempo. Saviano dice che il dolore, se non ha uno sbocco, ti pietrifica. Se lasciamo que questo succeda, lasciamo aperta la porta alla vendetta e al terrorismo.

Samara Croci

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“Ed era talmente stanco e talmente solo, che l’infelicità gli urlava dentro senza posa” (La camicia di ghiaccio, W. T. Vollmann)
“Vedo un uomo così stanco del giorno, che nei suoi vestiti c’è solo un’ombra” (Il paese delle prugne verdi, H. Muller)
“Una volta arrivato, il silenzio mise radici in lui e cominciò a diffondersi. Con il passare degli anni Estha si ritirò dal mondo” (Il dio delle piccole cose, A. Roy)

Sei anni sulle tracce del terrorismo internazionale

InAntonio Salas, attualità, Islam, ITALIANO, persone, politica internazionale, religione su 17 agosto 2010 a 8:04 pm

Abraccio fraterno, Marocco ©Samara Croci

Lui si chiama Antonio Salas, e il mio desiderio più grande è che partecipi al festival di Internazionale a Ferrara, il primo weekend di ottobre. Non credo che sarà possibile perché Salas è un giornalista d’investigazione spagnolo di cui non è mai stata resa pubblica l’identità. Antonio Salas è un nome falso, il nome con cui da diversi anni pubblica i suoi libri e i suoi reportage. Nell’altra vita, Antonio Salas è un giornalista, ma quasi nessuno ne conosce l’identità. Il suo primo lavoro che raggiunse la popolarità in Spagna fu Diario di uno skin. Il libro, e successivamente i reportage, sono il frutto di una infiltrazione nei gruppi di estrema destra spagnoli. Terminato quel lavoro, Salas tornò sotto copertura per infiltrarsi nelle mafie russe del traffico di donne. Da quell’anno di investigazione nacque il libro: L’anno che trafficai con le donne. Salas si finse trafficante di donne, sondò il mercato, i traffici delle mafie africane e russe, il mercato delle minorenni schiave e registrò tutto. Oltre che un investigatore attento, è infatti prima di tutto un giornalista televisivo e ogni suo lavoro di investigazione è minuziosamente preparato, ma anche attentamente registrato con camere nascoste, documenti e registrazioni audio.
Finita l’investigazione sul traffico di donne, mentre si preparava il processo alla banda di skinheads in cui era stato infiltrato, a Madrid succede qualcosa d’incredibile: la stazione di Atocha è presa di mira da terroristi islamici in un attentato inaspettato e mortale, è l’11 marzo del 2004. Salas che dopo l’investigazione sul traffico di donne, era convinto di prendersi una pausa per ritrovare se stesso, e perfino seguire una terapia psicologica per uscire dai traumi di quel lungo anno sotto copertura, decide di rimettersi in gioco. Madrid è attonita di fronte agli attentati. A livello politico, come a livello umano, il caos è enorme. Salas decide di reagire come sa fare lui. Si propone di cercare di capire, di investigare, di scavare a fondo e decide di diventare Muhammad Abdallah, un venezuelano di origine palestinese che si farà largo per il mondo mussulmano, seguendo la pista del terrorismo internazionale di matrice islamica. Ma Salas, per quanto folle nei suoi propositi di infiltrazione (glielo faranno notare tutte le sue fonti e i suoi contatti nelle forze dell’ordine), prepara attentamente la sua copertura spendendo questa volta anni per preparare il suo personaggio e per diventare un mussulmano vero.

Chiacchere tra amici, Marocco ©Samara Croci

Quest’anno è uscito il libro, El Palestino (Il palestinese), che racconta di quest’investigazione durata quasi sei anni. Anni sotto copertura, facendosi crescere la barba, scurendosi la pelle, imparando l’arabo, creando contatti e vivendo due o tre vite in contemporanea, ma soprattutto, studiando, sé stesso e gli altri, e scontrandosi con i propri preconcetti da occidentale che giudica il mondo mussulmano. L’investigazione ha portato Salas a viaggiare per l’Europa, il Medio Oriente e l’America Latina, a conoscere pressoché tutti i gruppi terroristi e ad avere contatti con loro. Da questi sei anni, emerge un libro di 600 pagine, fitto di dati, di intrecci e di notizie poco conosciute. A livello giornalistico il libro ha un valore enorme e potrebbe essere lo spunto per centinaia di altre investigazioni sul traffico di armi, sulla droga, sui campi di addestramento paramilitari, sulla guerra mediatica a Chavez e molto altro. In parallelo c’è la storia personale, non tanto della trasformazione esterna di Salas, quanto del suo cambiamento interiore, della battaglia, di cui parla, tra il creare amicizie, stringere rapporti con gruppi di terroristi, e allo stesso tempo mantenere le distanze, coinvolgersi e insieme rimanere al margine, conoscere le nostre ragioni e calarsi nelle loro ragioni e nelle loro storie di violenza quotidiana. Quello che non vi racconto è un intera miniera di fatti che sono citati, di personaggi e storie di cui si racconta nel libro.
Qui in patria, c’è stata, un po’ come per Saviano da noi, una campagna di denigrazione da parte di alcuni. Onestamente queste accuse non mi sembrano interessanti. Non c’è dubbio che El Palestino sia un libro avvincente, frutto della mente di un grande scrittore e di un giornalista che, dovendo raccontare sei anni della sua vita, mescola i fatti politici con i tumulti del suo cuore, le paure e le soddisfazioni di un’estenuante investigazione. Però è anche vero che di tutto ciò Salas ha documenti e registrazioni che proprio in questi giorni sta cercando di ordinare in un reportage, e chiunque voglia investigare la veracità dei fatti potrà farlo.
I libri di Salas purtroppo non sono usciti in italiano, e non so se El Palestino avrà miglior fortuna. Per questo mi sembra ancora più importante che Salas partecipi al Festival di Internazionale, per parlare della sua investigazione e per diffondere la sua esperienza, che per me è stata illuminante, non solo sul mondo mussulmano ma anche sul terrorismo internazionale. Come ho detto, non credo che sarà possibile dato che Salas è un giornalista minacciato di morte da diversi gruppi e mafie, e l’unica cosa che lo protegge e che gli permette di continuare a lavorare è l’anonimato. Nelle poche interviste che ha rilasciato, la voce era distorta e l’immagine totalmente nascosta. Se non sarà possibile la sua partecipazione al Festival, spero che almeno sarà tradotto il libro in Italia. E se così non fosse, almeno quelli di voi che leggono lo spagnolo potranno comprarlo o almeno dare un occhiata al documento qui allegato che è una pagina tratta dal libro per me molto significativa.

El Palestino, Antonio Salas, p. 593, Temas de Hoy.

El Palestino, Antonio Salas, p. 594, Temas de Hoy.

Vi lascio con una citazione dalle ultime righe del libro (tradotte al volo da me), e spero che vi uniate a me nel chiedere a Internazionale che Antonio Salas partecipi al festival!
“Ancora una volta, suppongo che immaginare un mondo senza violenza, così come senza prostituzione e senza odio razziale, sia un’utopia. Pero in realtà non importa. Forse non è possibile cambiare il mondo, però ciò che è importante è che nel tentativo di cambiarlo, noi cambiamo. Un antico proverbio arabo dice: “Cerca di raggiungere la luna con una pietra…Non ce la farai mai, però finirai per maneggiare meglio di chiunque altro la cerbottana”.

Samara Croci

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I titoli dei libri di Salas che ho citato sono in italiano perché l’ho tradotti io. Come dico, non sono stati tradotti. I titoli originali sono: Diario di un skin e El año que trafiqué con mujeres e l’ultimo, El Palestino.

La web ufficiale di Antonio Salas: http://www.antoniosalas.org/

Salas ha messo on line le prime pagine del libro. el_palestino_primeras_paginas

Un piccolo reportage sui primi due lavori di Salas: “Diario di uno skin” e “l’anno che trafficai con le donne” (spagnolo)

Un altro video composto con alcune scene della camera nascosta di Salas nell’investigazione sul terrorismo internazionale

Amor (e rabbia) di patria

Inattualità, ITALIANO, politica italiana, Roberto Saviano su 27 giugno 2010 a 1:54 pm

Italia by Yocci

Ci sono dei post che scrivo ma non pubblico perché mi rendo conto che qualcosa ancora mi sfugge. Questo è uno di quelli. Lo scrissi qualche settimana fa quando qualcuno mise in facebook questo video chiamato: “Ma quale fuga di cervelli, questa è la rivoluzione del non esserci”

Dalla prima stesura questa è una delle entrate del blog che più è cambiata. Nella prima versione attaccavo l’idea di questo video e poi, mano a mano, ripensandoci, accettavo sempre di più le sue critiche e perfino a volte il suo tono, quando la rabbia per qualche notizia d’attualità mi attanagliava. Come spesso mi è successo in passato, le parole di Saviano mi hanno chiarita e spinta finalmente a chiudere questo post.

Parliamo dell’affetto che uno prova per il proprio paese e per le proprie radici. Nel caso di noi italiani, senza dubbio, un sentimento più spesso di amore e rabbia. Spero che a questo punto avrete visto il video e vi sarete fatti la vostra opinione. Il tono è duro, d’accusa ma il problema è che alla fine sembra lavarsene le mani. Credo sia uno sfogo, come anche a me ne sono capitati tanti. Lo sfogo di chi, quasi ogni giorno deve sopportare le domande stupefatte che spagnoli, tedeschi, francesi e inglesi ci fanno; di cosa stia succedendo in Italia e di come possiamo continuare ad affondare senza ribellarci, senza opporci a questa staticità malata. E’ una cosa frustrante, che a volte provoca degli scoppi emozionali.

La sostanza però del video mi pare sia: avete tutti questi problemi e ci avete obbligato ad andare via dal paese? Beh, noi ci siamo rifatti una vita e non ce ne frega più nulla di quello che succede in Italia, ora abbiamo una nuova patria e voi, arrangiatevi. E in più aggiunge, come per levarsi di dosso un incipiente senso di colpa: tanto l’Italia a noi non ci ha dato mai nulla.

Su quest’ultimo punto io ho i miei dubbi. Per me, quello che siamo, le persone che siamo diventati (anche noi cervelli in fuga) non è solo merito nostro, ma anche del paese in cui siamo cresciuti e che ha formato i nostri genitori e poi noi. E se a formarci non sono state le scuole e le istituzioni che magari ci hanno messo i bastoni tra le ruote, sono state le sfide, le persone, i libri e le piccole ribellioni quotidiane. In ogni caso, non è solo merito nostro. Mi viene allora da chiedermi se non dobbiamo in qualche modo ripagare questo debito che secondo me abbiamo con il nostro paese.

Molte volte mi sono chiesta se bisogna tornare in Italia dopo essere vissuti all’estero. Credo sia stato Saviano in alcuni dei suoi interventi a dire che bisogna andarsene dall’Italia, ma poi ritornare. Anche se ognuno poi fa le sue scelte e la vita ci impone le sue, credo più nel discorso di Saviano che in quello di lavarsene le mani di un Italia che si sta asfissiando nel suo piccolo spazio vitale. E’ vero che una parte dell’Italia è terra popolata di anime morte e di cancrene, ma è giusto voltargli la schiena e continuare a vivere altrove?

Vivere in Italia è come vivere con un parente anziano e malato in casa. Si può decidere di rimanere ad assisterlo negli anni della malattia, o di andare via e magari occuparsene a distanza, ma cercare una nuova vita altrove. Mettiamo che siete giovani e con una vita davanti da intraprendere, molti progetti e un’energia scatenata dentro. I principi di libertà e autodeterminazione e il vostro senso d’indipendenza vi direbbero che la vita è una, che dovete cercare la vostra strada, che se non chiedete nulla a nessuno e intraprendete la vostra vita con le sole vostre forze, siete nel diritto di farlo. Ma l’indipendenza ha una doppia faccia terribile che può lasciarci impantanati in conflitti morali e personali complicati. Cosa fareste quindi? Tempo fa l’Economist pubblicò un articolo interessante sugli espatriati, che venne tradotto da Internazionale. Citando Hemingway si diceva: “la condizione di straniero era un mezzo di evasione fisica, psicologica e morale. (…) consentiva di liberarsi dai condizionamenti imposti dalla famiglia, dal lavoro, dalla classe, dall’accento e dalla politica. Dava la possibilità di reinventare se stessi, magari anche nella propria testa”. E per un italiano, fuggire dall’immobilismo del suo paese e trovarsi in questa nuova condizione, non c’è dubbio che sia un’esperienza eccitante. Giusto o sbagliato che sia il rimanere e resistere, o l’andarsene e iniziare con una nuova vita, quello che non mi pare giusto è, dopo essersene andati, voltarsi e gridare “vaffanculo” a chi è rimasto (“vaffanculo Italia”) come succede nel video

Oggi su El Pais esce un’intervista fatta a Saviano in occasione della sua presenza qui a Madrid per ritirare un premio. In quest’intervista Saviano ipotizza l’idea di andarsene via dall’Italia per un po’, e riprende un pensiero fatto a suo tempo sull’Italia. Lo riporto qui traducendolo da El Pais:

“…l’Italia è un paese cattivo in cui vivere, un paese feroce. (…) Perché è da troppi anni che non ha diritti garantiti. Alla fine succede che per la gente il nemico non è il sistema, ma l’individuo che ha ottenuto ciò che l’altro non ha. Il disoccupato odia a chi lavora, però non fa nulla per cambiare le cose. Se hai un lavoro, la gente si chiede chi ti avrà raccomandato. Se sei in televisione pensano: chi l’avrà introdotto? E nel 80% dei casi è così. Quindi si sentono in diritto di continuare a pensarla così. Non è genetico, è come funziona il paese. E’ la sua frustrazione. (…) tutta l’Europa sta diventando più mafiosa…”

Saviano ha ragione e questo rende ancora più difficile la scelta per noi espatriati tra tornare o no, e per gli italiani in patria, tra rimanere o andare via. A ciò si aggiunge l’esempio di persone come Saviano appunto, che resistono a costo di grandi sacrifici nel paese, per continuare a tenere viva l’attenzione sui temi importanti, per evitare il coma completo. E in risposta che cosa gli arriva? Tanto fango. Tanto affetto anche, l’ho potuto vedere al festival di Internazionale quando Saviano venne ricevuto con un’interminabile standing ovation. Però anche tanta amarezza e accuse e insulti e disprezzo. E allora la scelta tra il proprio paese ed il proprio futuro si fa pesante come un macigno, così come i dubbi: ma il paese a cui mi sento tanto unito è l’Italia reale o è quello che porto nel cuore? E forse, in questo secondo caso, è meglio cercare un paese più “meritevole” degli sforzi dei suoi cittadini per migliorarlo. Un paese in cui, quella patria che portiamo nel cuore, possa essere creata davvero con lo sforzo di tutti. Forse in Italia bisognerà prima o poi tornare per provare a fare qualcosa per quelle anime morte che asfissiano il mio bel paese, che è bello davvero, ma che a volte è troppo presuntuoso per accorgersi dei suoi errori, è troppo cattivo e sospettoso per lasciare che alcuni cerchino di raccontarlo e di migliorarlo e prendersene cura. Però rimane mio, e mentre molte di quelle “anime morte” preferirebbero che io e altri ce ne andassimo per sempre per sguazzare in pace nel loro piccolo impero, dovremmo cercare invece di fare in modo che ad andarsene siano loro! Però la scelta si fa sempre più difficile. Le accuse non servono, parlare di “noi” e “voi” neppure. Siamo italiani, e la rabbia con cui Federico Bonelli si accanisce nel video, credo che in fondo riveli il suo amore per il nostro paese e la voglia di denunciarne i problemi che sono assolutamente reali.

Nel ’96 il Sudafrica uscì dall’epoca più difficile dell’appartheid anche creando la Commissione di Verità e Giustizia che portava in tribunale i crimini e i criminali per fare chiarezza, e in molti casi concedere amnistia in cambio della verità su quello che era successo. Molti non furono d’accordo e non lo sono ancora, e si può discutere molto sulla correttezza di quella scelta, ma credo che a volte la verità si debba ricercare a costo del perdono. Una parte degli italiani dovranno imparare a perdonare a quest’Italia i danni causati, denunciarli, renderli pubblici ma alla fine perdonare per ricominciare una nuova epoca di chiarezza e di garanzia dei diritti civili. Il cuore degli italiani è troppo pieno d’amarezza, rabbia ed impotenza per poter intraprendere un nuovo percorso di cambiamento. Sono sentimenti che ci appesantiscono troppo e a volte ci rendono meschini e ci anestetizzano.

Samara Croci

(Vivere all’estero) “è un atto di sfiducia nei confronti del proprio paese natale”

“Gli emigrati di lunga data, finiscono per sentirsi come gli esuli, il paese che si sono lasciati alle spalle cambia e cominciano a sentirsi stranieri anche li. C’è sempre un prezzo da pagare”

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“MA QUALE FUGA DEI CERVELLI QUESTA E’ LA RIVOLUZIONE DEL NON ESSERCI” from Daniele Ciabattoni on Vimeo.

Vita da Stranieri_Internazionale 829, scaricabile

Articolo de El Pais con spezzoni dell’intervista a Saviano durante l’evento di Madrid

Yocci è una bravissima disegnatrice giapponese che abita in Italia. Durante un lungo periodo ha collaborato con Internazionale. Ecco qui alcuni riferimenti: un intervista, una pagina in flicker con alcuni suoi lavori e il suo blog.

In cerca di volatilità?

Inattualità, ITALIANO, Loretta Napoleoni, pensieri sparsi su 12 maggio 2010 a 9:09 pm

statue parco di Praga ©Samara Croci

“Era più o meno il 1999, e io ero già assurto alle cronache italiane come uno che stava rivoluzionando il processo decisionale di investimento di un ente previdenziale e quindi tutti volevano parlare con me. Venne a trovarmi una delle tante iene travestite da educati broker della City, uno di quelli che riusciva a farsi il Porche e la casa a South Kensington con un solo anno di bonus. Disse: “Paolo, devi assolutamente comprarti della volatilità”. Io rimasi molto perplesso e detti l’unica risposta possibile in quel momento: “Ma la volatilità si vende?”. “Certo, come no, anzi adesso la danno via a prezzi di saldo”. Mi ci volle un po’ di tempo per capire che non stavamo parlando di televisori o di divani, ma della roba più immateriale, più eterea e impalpabile che esista al mondo. (…) Oggi, mio malgrado, vendo e compro volatilità senza neanche farci più caso, ma il malessere quando torno a casa è evidente e la notte sogno di costruire bulloni per avvitare tubi Innocenti. “ (Intervista a Paolo Tosi, gennaio 2010).

Quest’estratto viene dal libro che sto leggendo, Maonomics, di Loretta Napoleoni. Non l’ho ancora finito, quindi non mi addentro nei contenuti del libro. Basti dire però che questo paragrafo è inserito in un capitolo dal titolo: “Neoliberismo finanziario predatore”, che parla degli squali dell’alta finanza che trafficavano e speculavano in derivati “fuffa”, gonfiando la bolla finanziaria. Una storia che ormai conosciamo fin troppo bene.

Però il trafiletto mi ha spinto ad una piccola riflessione. Non solo la nostra economia occidentale e i nostri governi in questi anni si sono lasciati andare alla volatilità della finanza che non produce nulla, ma specula solo su valori ipotetici di cose lontane e, appunto, volatili, ma anche le nostre vite sono diventate volatili. La cosa non è necessariamente un male, perché può avere aspetti positivi, però si che è interessante indagare sul fenomeno.

Molti di noi hanno amici virtuali, incontrati semplicemente su fb con cui chiacchierano e condividono esperienze. Altri avranno una account di Anobii dove riuniscono la loro libreria virtuale e si scambiano recensioni. Se poi qualcuno si è già comprato l’ipad, non avrà neppure una copia cartacea dei suoi libri, piuttosto una manciatina di bit. Stessa cosa per le riviste. I soldi con cui viviamo, facciamo acquisti e che, se siamo fortunati, mettiamo da parte, sono virtuali e ben l’ha sperimentato qualcuno con l’ultima crisi, quando è andato a ritirare i suoi soldini dal conto e ha scoperto che, anche li, c’era solo una manciatina di bit. Le case in cui viviamo appartengono per la maggior parte, alle banche: un po’ come dire, a tutti e a nessuno, dato che è difficile dire chi possieda cosa. Ricordo una divertentissima scena del film Louise-Michel (2009) in cui le operaie di una fabbrica cacciate, decidono di vendicarsi uccidendo il proprietario. Si mettono allora alla sua ricerca ma seguendo le tracce della dirigenza, scoprono d’essere parte di una multinazionale che in fin dei conti non esiste, e seguendo l’investigazione, arrivano ad una cassetta postale in Belgio o Svizzera con solo una sigla. Dietro tutte le fabbriche del gruppo, dietro tutti gli uffici, i lavoratori stipendiati e i milioni di euro mossi, non c’è nessuno, nessuno a cui esigere responsabilità, nessuno a cui dare la colpa. Un sistema perfetto e diabolico, fondato sulla volatilità.

L’anno scorso, quando sono stata in Islanda, ricordo di essermi chiesta di cosa vivevano gli islandesi. Non avevano grandi industrie e quelle poche che c’erano erano in disuso. Coltivazioni, non ne avevano, e i pascoli, erano enormi, ma abbastanza rinsecchiti, senza contare le dure condizioni del clima! Pescherecci, ci saranno anche stati, ma io non l’ho quasi mai visti solcare il mare dalla coste. Ora, nel libro dalla Napoleoni, scopro che vivevano di speculazione finanziaria! “Vivevano”, in passato, perché ora, la loro volatilità si è trasformata in un fin troppo “materiale” debito nazionale pari a 850 volte il loro Pil.

Vista la volatilità che pervade i nostri tempi, non c’è da sorprendersi se gli esperti annunciano che la piaga del prossimo decennio sarà la depressione. Una malattia che non si spiega con cause chiare, che non si manifesta con sintomi precisi, che è volatile per eccellenza e che miete vittime senza sosta.

"Sacchetto vuoto" ©Samara Croci

Ricordo l’anno scorso, prima di intraprendere il Cammino di Santiago, quando mia madre mi aveva mandato lo zaino da trekking dall’Italia, e dentro ci aveva messo delle cose per il viaggio. Tra queste, c’era un sacchetto arrotolato, con un’etichetta che diceva: “sacchetto vuoto”. E’ curioso no? Uno che manda dall’Italia alla Spagna un “sacchetto vuoto”. Mi era sembrato molto buffo. La verità è che però il sacchetto mi è stato utile, ricordo di averci accumulato le conchiglie raccolte sulle spiagge del Cammino e i legnetti. Regalare o mandare a qualcuno un sacchetto vuoto non è un delitto, ma lo scopo del vuoto, è il metterci qualcosa, il dargli un significato.

La nostra economia non può continuare a speculare con la finanza mentre le fabbriche che producono merci si spostano ad oriente, i nostri soldi non possono essere solo virtuali, in mano ad enti bancari che s’indebitano per 30 volte il loro capitale e dietro cui, scava che ti scava, non c’è nessun responsabile. Il denaro non può solo generare altro denaro, deve essere uno strumento di produttività, d’investimenti reali.

Attenzione ai “sacchetti vuoti”, la volatilità sembra innocua, ma può costare carissima.

Samara Croci

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Un video divertentissimo sui derivati:

“Vedo un uomo così stanco del giorno, che nei suoi vestiti c’è solo un’ombra”

“Quando perdemmo il lavoro, ci accorgemmo che vivere senza questa sofferenza sicura, era peggio che vivere sotto la sua costrizione. Poiché il nostro ambiente, che avessimo o no il lavoro, ci considerava dei falliti, lo diventammo anche ai nostri occhi. Benché esaminassimo tutti i motivi e li trovassimo tutti validi, continuavamo a sentirci così. Eravamo fiacchi, stufi delle dicerie sulla morte eminente del dittatore, stanchi dei morti per fuga, sempre spinti verso l’ossessione della fuga senza accorgercene” ( Il paese delle prugne verdi, Herta Muller)

Buon compleanno BLOG!

InInternet/blog, ITALIANO, Loretta Napoleoni, pensieri sparsi, Roberto Saviano su 25 febbraio 2010 a 11:19 pm

PERU' tempio Raqchi ©Samara Croci

Questo blog è iniziato un po’ per caso, durante una lezione del master di giornalismo investigativo, mentre un professore ci spiegava cos’era il giornalismo on line. Mi sono iscritta a WordPress circa un anno fa ma per diversi mesi il blog è rimasto vuoto, in attesa. Il primo articolo è arrivato il 25 settembre del 2009, giusto 5 mesi fa. Le ragioni che mi hanno spinta a riempire questi bit vergini di parole, le ho già espresse nell’articolo: Scrivere per vivere.

Ho scritto in questo blog tanti articoli diversi. Li ho scritti tutti perché pensavo fosse importante per me farlo, perché mi emozionavano i temi e perché scrivendo, mi chiarivo le idee che si erano ingarbugliate in testa. Ora, sono passati 5 mesi, ho scritto 37 articoli e ricevuto 16.550 visite. Un’avventura emozionante. E’ stato bellissimo vedere la risposta della gente ad alcuni articoli. Mi sono emozionata leggendo ognuno dei 96 commenti lasciati nel blog. Erano inaspettati. Alcuni lanciavano sfide, altri appoggiavano le mie posizioni e molti le completavano.

Per i cinque mesi di compleanno del blog volevo ringraziare chiunque sia passato di qui a dare un’occhiatina, ma anche tutte le mie fonti che sono le persone che hanno condiviso con me le esperienze della vita reale e quelli che mi hanno ispirata negli anni, e continuano a farlo. Sarà stupido forse, ma hanno alimentato, magari a loro insaputa, quello che sono oggi. Grazie quindi anche a: Internazionale (un giornale, per molti, ma per me una finestra sul mondo), Roberto Saviano, Loretta Napoleoni, la piccola comunità di guiris con cui condivido questo “tratto di strada”, i professori Gagliardo, Canova, Maggioni, Chiaramonte e Sanino. E poi, le persone che mi hanno “toccata” in questi anni, con cui ho vissuto, lavorato, scherzato, con cui ho fatto viaggi e scoperte. Ogni piccolo pezzetto di me nasce da quelle esperienze, così come ogni singolo bit di questo blog.

Un saluto a tutti

Samara Croci

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Sapere e non dire. E’ così che si dimentica. Quel che viene detto acquista forza. Quel che non viene detto, tende alla non esistenza. (C. Milosz, Reading the Japanese Poet Issa)

Qualsiasi studente nell’ora di física può provare con esperimenti l’esattezza di un’ipotesi scientifica. L’uomo invece, vivendo una sola vita, non ha alcuna possibilità di verificare un’ipotesi mediante un esperimento, e perciò non saprà mai se avrebbe dovuto a no dare ascolto al proprio sentimento. ( L’insostenibile leggerezza dell’essere, Milan Kundera)

Sculacciate cinesi

Inattualità, Cina, ITALIANO, Loretta Napoleoni, politica internazionale su 23 febbraio 2010 a 9:57 pm

LIMES 01/10 Paesi debitori (grigio scuro) e creditori (chiaro)

La storia della formica che mette da parte e della cicala che sperpera la sapete tutti. Quello che la favola non dice è che quando la cicala inizia a morire di fame, non se ne sta buona buonina ma va a visitare la formica e le chiede un prestito per sopravvivere. La formica intravede un business d’investimento e inizia a pagare per i debiti della cicala. In questo modo, lentamente, la cicala riprende il suo ritmo di vita e la formica la sostiene, perché ha accumulato tanto denaro e beni che non sa più dove investirli. Cosa credete che chiederà in cambio la formica alla cicala? Questo è il punto ed il pericolo. La cicala starà vivendo sopra le sue possibilità: comprerà una casa nuova più grande, mobili, andrà in vacanza e così via. Intanto, la formica, com’è nel suo carattere, continuerà a produrre e a mettere da parte, sfruttando anche le influenti amicizie della cicala che le apriranno nuovi mercati.

Torniamo però al problema fondamentale? Fino a che punto la formica sovvenzionerà la cicala e in cambio di cosa? Ma ancora più fondamentale, se la Cina fosse la formica e gli Stati Uniti la cicala, cosa ci aspetta?

La scorsa settimana, uno degli uomini più potenti del pianeta, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, è stato rimproverato come uno scolaretto dalla Cina, per il suo incontro alla Casa Bianca con il Dalai Lama. L’evento non lascia spazio a dubbi su quanto strette stiano le palle della cicala nelle mani della formica! Dove sta la pericolosità di quest’incontro con un capo di stato spodestato come il Dalai Lama? Con tutto il rispetto, è un capo di stato senza stato, ha un potere spirituale piuttosto forte, ma, politicamente quasi nessuna influenza, e certo la Cina non si fa spaventare da un pugno di contestatori e monaci. Perché allora la Repubblica Popolare Cinese si impunta così duramente? Dato che l’incontro non sembra presentare rischi di nessun tipo, mi sembra proprio che la Cina si stia comportando come un bambino capriccioso che vuole far vedere che ormai gli Stati Uniti e quindi il mondo, devono sottostare alle sue richieste, anche se sono semplici capricci. Va bene, ma quando non saranno più solo capricci?

In marzo del 2008, Internazionale traduceva un interessante articolo del The Atlantic dal titolo Dollaro Cinese, scritto da James Fallows. Nell’articolo si diceva che negli ultimi 25 anni la Cina si era aperta ai mercati mondiali e che, mentre il paese aveva una crescita spettacolare, i cinesi vivevano in relativa povertà e con un tenore di vita molto basso. L’eccedenza della bilancia commerciale cinese era, in quel momento, di 1400 miliardi di dollari e ogni giorno cresceva di 1 miliardo. Dove metterla? Ai tempi, e negli anni precedenti, la soluzione più sicura erano sembrati i titoli del Tesoro statunitensi. Nell’articolo era riportato un dato incredibile:ogni americano negli ultimi 10 anni aveva preso a prestito 4.000 dollari da un cittadino cinese. E mentre gli americani consumavano più di quanto producessero, i cinesi consumavano la metà della produzione, e investivano l’altra, nel debito statunitense.

Gli Stati Uniti, con Bush e la Federal Reserve in testa, potevano permettersi di continuare la loro vita di consumi tenendo bassi i mutui e i tassi d’interesse e rendendo così i buoni del tesoro di Stato più convenienti di quelli privati. Ergo, Cina e Giappone si fiondarono sulla torta pronti a sorreggere il dollaro e tutta l’economia americana, sotto la quale si nascondeva il vuoto (come abbiamo visto ora). A questo, si aggiungono i diritti di signoraggio secondo cui gli Stati Uniti, avendo la valuta di riferimento, possono indebitarsi fino ad una cifra proporzionale all’ammontare di valuta circolante nel mondo (e non solo nei confini nazionali com’è per gli altri paesi). Grazie a quest’accordo, la Cina penetrava nel mercato con maggiore liquidità finanziaria e con più consumatori al mondo, creando un circolo, per loro, virtuoso.

Ora, i buoni del Tesoro statunitensi non sembrano più un gran investimento e, addirittura, il dollaro come moneta di riferimento comincia a tremare. La bella tana della cicala scricchiola e cade a pezzi.

Secondo i dati di cui parla Limes nel numero 1 del 2010 dedicato a Obama, il debito pubblico degli Stati Uniti è passato dal 37% del Pil (2007) al 67% (2009), con una previsione per il prossimo decennio di un 84%. Ma forse è più chiaro il dato che dice che il debito in termini assoluti ammonta a 4000 dollari per ogni cittadino statunitense (12 trilioni totali). E brava la nostra cicaletta! Di questo debito, gli investitori stranieri detengono un valore in bond di 3,5 trilioni di dollari, la Cina da sola, 800 miliardi.

Sull’argomento ha scritto anche Loretta Napoleoni, con degli spunti molto interessanti. In La Morsa, la Napoleoni rimarca come la Cina sia più ricca degli Usa anche perché, mentre la Cina produce beni, gli USA, consumano e speculano con la finanza che non crea ricchezza, come invece fa l’economia reale. Bellissima è anche la riflessione che la Napoleoni fa sulla differenza tra la cultura occidentale e quella cinese. E’ una spiegazione che tutti dovremmo leggerci e che qui riporto con le poche frasi che mi sono appuntata, dato che non ho il libro sotto mano. Secondo quanto scrive la Napoleoni, la saggezza cinese si fonda sul farsi guidare dalle circostanze sempre mutevoli, e non da modelli ideali permanenti come nella cultura occidentale. Per questo la cultura Cinese prospera nel caos e si adatta velocemente.

Quale la soluzione a tutto ciò? Cosa facciamo noi intanto?

C’è da dire che, se il valore del dollaro crollasse, anche l’euro ne sarebbe danneggiato perché non avrebbe abbastanza moneta in circolazione e, stampandone di nuova, si svaluterebbe. E se la Cina decidesse di investire il suo surplus in oro invece che in dollari, dovrebbe praticamente assorbire tutta la produzione mondiale e farebbe schizzare alle stelle il prezzo del metallo, oltre a lanciare i mercati nel caos.

Sulle previsioni per il futuro, mi sembra che le opzioni siano ben spiegate nel numero di Limes di gennaio, in cui si parla anche delle scelte che l’Europa deve fare per stare a galla in questo nuovo mondo multipolare.

Cosa saranno obbligati a fare gli Stati Uniti per la Cina, io non lo so, ma vorrei che tutti tenessimo ben presente la dipendenza reciproca di queste due grandi potenze che a loro volta hanno interessi e paesi amici a cui non possono calpestare i piedi. Sapendo questo, credo che gli affari di politica estera siano più facilmente prevedibili. E se questo non bastasse, vi invito ad osservare meglio la foto di quest’articolo (tratta da Limes di gennaio p.40). Se per capire le cose del mondo è sempre utile seguire la scia del denaro, vi chiedo di osservare questa mappa dei paesi debitori e creditori. Osservate bene le cosiddette potenze classiche del mondo, le ex potenze colonialiste. Osservate gli Stati Uniti, ma anche l’Europa, e poi guardate i paesi del vecchio “terzo mondo”, i paesi arabi, l’Oriente. Se di colpo sentite la terra che un po’ vi trema sotto i piedi, è perché state guardando dritto in faccia il cambiamento che si stà profilando all’orizzonte. E con questo non voglio dire che sia solo negativo, pero sì che sarà epocale.

Samara Croci

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Limes

Internazionale

Loretta Napoleoni, La Morsa

NUOVO libro di Loretta Napoleoni, proprio su economia e impero cinese: Maonomics

Le paludi della tristezza nella politica italiana

Inattualità, ITALIANO, Loretta Napoleoni, politica italiana su 13 gennaio 2010 a 12:15 am

©Samara Croci

Scusate se la metafora vi parrà banale, ma per quelli della mia età, forse sarà più sentita. Ricordate nel film La storia infinita la scena in cui Atreyu e il suo cavallo, Artax, attraversano le paludi della tristezza per compiere la loro missione e salvare la principessa e Fantasia. Ricordate l’ingresso nelle paludi dove tutto diventa improvvisamente triste e oscuro. Le paludi sono chiamate “della tristezza” perché chi soccombe ad essa, affonda nelle sabbie mobili per sempre. Dopo diversi giorni di cammino, sfiniti, i due si trascinano a vicenda finché il cavallo, Artax, non si lascia affondare. Atreyu si dispera, urla ad Artax di resistere, di lottare, piange ma non serve a nulla. Artax è divorato dalla melma. Ricordate? Atreyu era un gran guerriero, rispettato da tutta la sua tribù, e avrebbe potuto vivere la sua gloriosa vita con il suo cavallo se non avesse accettato la grave missione di salvare il suo mondo.

Bene, ora non so dirvi perché, ed è buffo, ma quando ho saputo che Loretta Napoleoni si sarebbe presentata alle primarie del Pd per la regione Lazio, ho ripensato a questa scena. Ho un grandissimo rispetto e ammirazione per la Napoleoni, per i suoi libri, per il suo lavoro, il modo in cui racconta il momento in cui ha abbandonato l’Italia da giovanissima e per la persona che è in pubblico (specialmente ai festival d’Internazionale).  Pensando a lei, che entrava nelle paludi della tristezza del sistema politico italiano, mi si è creato subito un nodo allo stomaco. Era un sentimento duplice in cui ho provato un grande entusiasmo per un cambiamento tanto promettente, e insieme una grande preoccupazione per quello che la politica italiana poteva fare ad una persona come lei. So che la politica un po’ ovunque è roba da pezzi duri, da gente con la pellaccia e le unghie e sono sicura che la Napoleoni sia all’altezza di tutto ciò, ma quella italiana…quella italiana gioca con altre regole. In Italia la politica si fa con l’aria fresca. Se ne parla molto, ma sempre aria è! E come può una persona preparata e seria come lei, competere con un modo di far politica così? Le doti di serietà, non sembrano contare in assoluto (e in questo noi abbiamo una bella responsabilità come elettori). Ho provato la stessa sensazione di confusione quando alcuni chiedevano a Saviano di candidarsi. Da un lato, avere la Napoleoni e Saviano in posti importanti della politica italiana, sarebbe un regalo bellissimo, dall’altro, ho paura che le paludi li soffocherebbero e allora li preferisco come voci di contestazione e di analisi “dall’esterno”. Perché la politica italiana non mi sembra un gioco leale, non si basa sulle competenze ma sugli intrighi, sui favoritismi, sui favori e sulla diffamazione dell’avversario. E allora come può la Napoleoni competere con questo? E se lo fa, inizierà a giocare sporco come loro? Poi mi dico che sono pessimista. Se qualcuno può trovare una strada alternativa, quella è lei! E in più, non abbiamo molte altre speranze e qualcuno deve pur lottare dall’interno.

©Samara Croci

Ora, com’era prevedibile, già si sente odore di diffamazione, insulti e disprezzo! Io ho deciso di rimanere con la mia ambivalenza sul tema. Loretta, ti appoggio pienamente e spero che il Pd per una volta apra i suoi occhioni sognanti, si faccia una doccia fresca e si metta in marcia con la tua presenza alle primarie! Tu non soccombere alle paludi della tristezza, resisti e mantieni la grinta e il sorriso che sempre ti abbiamo visto quando eri tra noi a spiegarci delle grandi manovre economiche. Spero che saremo in tanti ad appoggiarti, lo spero veramente perché solo così faremo in modo che nella melma ci finiscano tutti i vecchi bacucchi della nostra politica invece che tu. Ammiro tantissimo e provo un gran rispetto per il discorso fatto da Loretta al momento di accettare la candidatura. Avendo sempre parlato dell’importanza dell’intervento civile, dice che non poteva tirarsi indietro. Però non sono tanti quelli che dopo essere stati “delusi” dall’Italia ed essere dovuti emigrare, hanno avuto un successo meritato come il suo e invece di guardare solo avanti alla carriera, hanno rivolto l’occhio di nuovo all’Italia e hanno deciso di accettare il grave compito (nessuno può dire che non lo sia) di cercare di fare un po’ di pulizia e di mettere la testa nelle paludi della tristezza.

Io ti appoggio, come detto e, indipendentemente da come finirà questo nuovo attacco dei piccoli dittatori della vecchia politica che spingono per non far entrare gente nuova, sono contenta della disponibilità che hai dato. Noi emigranti ti appoggiamo, i giovani ti appoggiano e ti appoggeranno perché è contagioso l’entusiasmo che mostri! So che non siamo una parte dell’elettorato interessante e maggioritario in Italia però spero che sapremo farci ascoltare nel momento del bisogno!

Intanto dico che gli attacchi che sento ora nell’aria, ancora una volta mi fanno pensare alle paludi della tristezza. Quella tristezza in cui, questa volta, tutti noi italiani rischiamo di cadere, quella che ti mangia e ti soffoca l’anima prima del corpo, quella che ti fa sentire invidia e ti fa denigrare tutto ciò che non conosci, che viene da fuori, che ha avuto successo. E così continuiamo a sguazzare nella palta.

Beh, io sono stufa! E altri pure. Nelle paludi della tristezza, sguazzateci voi politichesi! Noi vogliamo Loretta alle primarie, per poter scegliere NOI quello che è giusto per la NOSTRA Italia. E altrimenti, se a qualcuno fa paura, se non volete darci le alternative che ci meritiamo, fate di testa vostra, ancora una volta, e tornate a dimostrarci quanto poco vale l’opinione degli elettori nella politica italiana. Noi torneremo a farvi vedere quanto poco vale il PD alle elezioni. Continuiamo così, nelle paludi!

Samara Croci

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“Cominciò a tirare vento e a piovere e a

farsi molto buio…Le notti e il gelo

cominciarono ad addensarsi su di noi”

(Pellham 1631)

Gli articoli delle ultime polemiche, botta e risposta.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/01/11/per-emma-si-subito-niente-loretta.html

http://www.unita.it/news/loretta_napoleoni/93617/il_rinascimento_politico_e_gli_insulti

http://www.eddyburg.it/article/articleview/14500/0/131/

Il gruppo di appoggio alla candidatura in fb:

http://www.facebook.com/pages/Loretta-Napoleoni-alla-Presidenza-della-Regione-Laziodecidi-tu/233367423745?ref=ts

La scena de La storia infinita!

http://www.youtube.com/watch?v=y688upqmRXo

Scanner corporali 0 –mutandoni esplosivi 1

Inattualità, ITALIANO, Loretta Napoleoni su 8 gennaio 2010 a 8:54 pm

©Samara Croci

Ma perché i grandi della terra s’incasinano sempre per le cose più semplici? L’unica domanda che mi sembra importante è: gli scanner corporali avrebbero rilevato il mutandone esplosivo dell’ultimo terrorista nigeriano? Se la risposta è no (come sembra) allora cosa ne discutiamo a fare? Se è si, allora controlliamo che non facciano male alla salute e poi, se fanno sentire più sicuri gli americani, procediamo anche noi come dei pecoroni ad installarli. Pare che la domanda però, non importi a nessuno.

Penso, in ogni caso, che stiamo dando una risposta sbagliata a  questa presunta “minaccia” terroristica all’occidente. Noi siamo qui, pronti a spendere 150.000 euro a scanner e ad aumentare le altissime spese per la sicurezza, e loro, i terroristi, possono uccidere decine di persone con un pannolone. E’ imbarazzante, non credete?

Ieri, un politico di Izquierda Unida, qui a Madrid, ha rimarcato giustamente che più che di scanner corporali e altre cose complicate, abbiamo bisogno di condividere meglio le informazioni che già abbiamo. Infatti l’errore sembra sia stato che il terrorista non era sulla no flying list malgrado si avessero avuto avvisi al riguardo. E questo è anche quello che sottolinea Loretta Napoleoni, uno dei più grandi esperti di terrorismo al mondo. Manca collaborazione e condivisione delle informazioni tra i diversi soggetti implicati.  Nel suo ultimo libro inoltre, la Napoleoni collega la crisi economica mondiale, in parte, con la follia della War on Terror di Bush che durante il suo mandato ha accumulato un debito pari al 18% dell’economia mondiale e al 70% dell’economia USA. Noi europei vogliamo davvero seguire quest’ossessione che porta alla rovina?

©Samara Croci

Vogliamo credere a questa guerra tra una parte del mondo mussulmano e l’Occidente? Beh, se ci vogliamo credere, con queste misure che stiamo prendendo, credo che la perderemo! Vi pare che con le nostre costosissime tecnologie, possiamo pensare di fermare in qualche modo persone che sono così convinte della loro causa e dei loro ideali da sacrificare le loro preziose vite?  A me sembra che invece ci stiamo mettendo i paletti tra i piedi da soli. L’economia americana affonda anche per colpa delle imponenti spese militari di due guerre basate sulle bugie. Noi ci sottoponiamo ai raggi e al controllo degli scanner e un pazzoide rischia di far esplodere tutti con un pannolone. Controlliamo i cittadini che vengono dai paesi mussulmani e alcuni attentatori dell’11/9 avevano passaporto americano. Non possiamo portare bottigliette d’acqua oltre i controlli aeroportuali e il processo in Inghilterra contro gli attentatori che portavano liquidi, è finito in un nulla di fatto (non si sa che cavolo si poteva fare con questo liquido, forse nulla). Non so cosa ne pensiate voi, ma qualcuno ha decisamente un malato senso dell’umorismo e ci sta prendendo in giro. Però io sono stufa che mi dicano di aver paura e di pagare per queste cose inutili.

Eccovi alcuni numeri su cui la Napoleoni ci invita a riflettere:

Costo degli attentati dell’11/9 per gli attentatori: 500.000$

Costo attentato a Madrid per gli attentatori: 20.000$

Costo attentato a Londra per gli attentatori: 15.000$

E ora attenzione a questa!

Bilancio preventivo mensile del Pentagono per la guerra in Iraq e Afghanistan: 12.000.000.000$ (si, sono miliardi e gli 0 ce li metto tutti perché sono impressionanti!). Gli USA spendono in difesa, il doppio di quanto spendono insieme le 15 nazioni che hanno la maggiore spesa militare, incluso il Regno Unito.

Non vi pare che stiamo sbagliando strategia? E mi sembra anche che sia un gorgo senza fondo che può solo portarci alla rovina, ed è molto più pericoloso del rischio di attentati. Un americano infatti rischia di morire statisticamente più per un fulmine che gli cade in testa che per un attentato. Forse l’Europa è gelosa degli impressionanti costi della difesa americana e vuole tentar eguagliarne la grandezza, mettendosi in groppa al ronzino pazzo dei crociati che cavalcano verso la distruzione. E ancora una volta mi ronza in testa la domanda della Napoleoni: perché non si prendono misure serie per colpire il terrorismo nel suo punto di Achille, i SOLDI? Perché non si segue la traccia dei capitali e si combattono le economie sommerse che finanziano il terrorismo? Non si è fatto dopo 11/9 e anche ora, preferiscono discutere di questi scanner, piuttosto che prendere misure serie.

©Samara Croci

E poi mi chiedo, non metteranno mica gli scanner corporali in TUTTI gli aeroporti? E allora, perché i terroristi dovrebbero essere così stupidi da partire da Malpensa e non da Orio al Serio per esempio! Cos’è, i poveri disgraziati passeggeri di Orio possono saltare in aria per un mutandone esplosivo e quelli di Malpensa no? Ancora una volta allora, stiamo cercando di rimpolpare il Gruviera con i mezzi sbagliati, e quello è ancora pieno di buchi! E poi vi immaginate, passare tutti, uno per uno per quegli affari, con le guardie interpretando ogni segnetto strano. Immaginate le code? In alcuni casi diventerà più veloce andare in treno che in aereo (cosa che forse farà pensare anche i terroristi). Spero che almeno si possano richiedere le lastre da portare a casa, così almeno liberiamo il sistema sanitario italiano di un po’ di ingorghi nelle radiografie!

©Samara Croci

Comunque, non è sospettoso che per la prima volta degli esperti di sistemi di sicurezza americani e la “ministra” della difesa americana si riuniscano insieme agli esperti della comunità europea per discutere di questi scanner? Per me, gatta ci cova. Però quando gli Stati Uniti cercano di trascinare l’Europa in questa folle mania della lotta al terrorismo e dell’ossessione per la sicurezza, non ci vedo nulla di buono. L’ossessione del controllo è sempre stata e sarà sempre un’illusione, tanto più se pretendiamo combatterla con questi costosissimi e inutili giocattoloni. Sono convinta che la pista del denaro, nel terrorismo, così come nelle indagini di mafia non deluda mai. Il problema è quali panni sporchi potrebbe rivelare quella pista del denaro e soprattutto di chi. Per questo mi sa che c’è chi preferisce comprare il giocattolone dell’aeroporto ed illudersi di aver fatto qualcosa per il terrorismo, piuttosto che scavare tra i panni sporchi che appestano la ritorta via del denaro. E’ la via più semplice ma anche la più oscura per noi europei.

©Samara Croci

Samara Croci

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La paura e l’umiliazione sono il seme dell’odio e dell’inimicizia e anche l’invidia. (…) Quando hai assoggettato, resti schiavo a vigilare quelli c’hai reso impotenti a nutrirsi da soli… (Goliarda Sapienza, L’arte della felicità)

Non stavano arrestando un uomo, stavano esorcizzando una paura (Il dio delle piccole cose, Arundhati Roy)

We must leave Iraq, and we will leave Iraq, and we can’t leave Iraq, and that is the equation that turns sand into blood (Robert Fisk)

Journey nell’orrore: rapite, violentate e svuotate

InAntonio Salas, arte, attualità, donne, ITALIANO, Loretta Napoleoni su 13 dicembre 2009 a 10:15 pm

©Samara Croci

Prima ancora di entrare si è soffocati dalla puzza: un misto di cacca, urina, liquidi umani, sangue e sudore rancido. Quando si è dentro, non possono che venire le lacrime agli occhi. Il resto della mostra, è inutile e accessorio, ma questa stanza degli orrori è un gioiellino nel senso macabro del termine! Parlo di una parte della mostra “Journey”, sulla tratta delle donne per lo sfruttamento sessuale. La promotrice di questa mostra itinerante è Emma Thompson. La mostra sarà a Madrid fino a questo martedì 15 dicembre, nello stradone grande a nord del Retiro (calle de los Coches). Sono 7 container dove vari artisti hanno cercato di rappresentare l’inferno in cui vivono le donne come Elena, che dal loro paese, con la promessa di un lavoro e di una prospettiva di vita, vengono portate in altri paesi ricchi e, con minacce e ricatti, sono ridotte alla schiavitù sessuale. A queste donne viene tolto immediatamente il passaporto, privandole così di un’identità e di una possibilità di scappare. Dicono loro che devono ripagarsi le spese del viaggio lavorando, e le scaraventano nel terrore di essere improvvisamente in un paese estraneo, sole, spaventate, disperate e senza nessun aiuto. Viene dato loro un tanga, delle calze e dei tacchi, indumenti che non hanno nemmeno mai visto. Sono obbligate ad andare con più di 40 uomini al giorno, spesso senza protezioni, picchiate, torturate, violentate e annichilite come persone.

©Samara Croci

La stanza di cui dicevo all’inizio è una parte della mostra, ed è la ricostruzione della stanza in cui viveva ed era torturata Elena, la protagonista della mostra. Questa ricostruzione, è quella che più fa capire come la violenza non stia solo nell’atto in sé, ma anche nelle condizioni di vita. Ciò che si presenta ai nostri occhi è una stanza squallida, puzzolente all’inverosimile. Per terra ci sono macchie enormi sulla moquette, il soffitto ha delle infiltrazioni gialle, il piccolo letto ha le lenzuola accartocciate, macchiate. Per terra ci sono profilattici usati, pezzi di carta, schizzi, liquidi. Un piccolo lavandino è tutto sporco di marrone, lo specchio coperto di condensa rivela una scritta “help me”. Sotto il letto tanga sporchi e arrovogliati, alle pareti, vestagliette e babydoll che hanno lo scopo di soddisfare le malate fantasie sessuali di figli di puttana che approfittano di queste donne ormai svuotate e violentate in ogni aspetto. Loro, le schiave, sono obbligate ad aspettare qui gli uomini che vengono ad umiliarle, tra le urla e i pianti delle stanze vicine, con il terrore, la paura, la mancanza di vie di fuga e con il tempo che, improvvisamente, sparisce in un’eterna tortura. E poi arriva un uomo: i falsi giochi, le lusinghe, i prezzi appesi alla parete come in un menù. L’impossibilità di lavarsi e gli uomini che si susseguono, uno dopo l’altro. Elena, non piange, non urla, non si dispera, diventa semplicemente un’altra, diventa Maria, per sfuggire. Con il tanga usato e le calze che le hanno dato, assume una nuova identità e nasconde sé stessa in un angolino oscuro, sperando che qualcosa in questo modo si salvi, sperando che qualcosa rimanga pulito in questo zozzore. Ma la piccola Elena, nell’angolino nascosta, giorno dopo giorno, uomo dopo uomo, scompare. Elena cerca di occupare il minor spazio possibile in questo mondo che è un incubo. Ma, mano a mano che la speranza di salvarsi scompare, scompare pure lei.

©Samara Croci

Quando la polizia arriva, Elena è già scomparsa e il suo involucro, Maria, si comporta come le hanno insegnato che deve fare: mente e protegge i suoi aguzzini. Elena non c’è più, che senso ha gridare? Elena è sporca, è colpevole, è morta. Che senso ha chiedere aiuto? E se poi Elena riesce, sussurrando piano, a dire la verità di ciò che le è successo, arriva la seconda violenza. La polizia non le crede perché non ha prove “mediche” da mostrare, si contraddice, non ricorda. Elena si era fatta piccola piccola, si era nascosta in se stessa, si era assentata dal proprio corpo. Ma questo la polizia non lo può capire e chiede, insiste, disprezza, mostra sfiducia, deride e mette in dubbio l’inferno. E allora Elena che non ha più la forza di tornare a sussurrare dal suo angolino buio, torna a nascondersi e ridiventa l’altra, Maria, la schiava degli uomini. Perché Elena è morta, e Maria non conosce altra vita ormai. Si vergogna a tornare a casa, ha provato a denunciare, ma non le hanno creduto, e allora non c’è più nulla. Elena ridiventa un guscio, l’ombra di una donna, una bambola di pezza con il tanga.

©Samara Croci

Journey è una mostra attualissima non solo perché il tema non cessa di essere una tragedia costante e in crescita, ma anche per una ragione che nessun giornale o telegiornale ha citato.

©Samara Croci

Mentre gli occhi del mondo sono puntati al Sud Africa per i mondiali di calcio dell’anno prossimo, sotto i nostri sguardi attenti, questo evento sta scatenando una tratta di schiave del sesso immensa. Mentre la struttura organizzativa dell’evento fatica a star dietro ai tempi stabiliti, le mafie africane e russe sono già preparatissime. Camion di schiave del sesso, come capi di bestiame, sono pronti per essere trasferiti al luogo dei giochi per soddisfare i ricconi che visiteranno il paese. E mentre tutti guardiamo con ansia questo spettacolo, mentre tutte le televisioni sono pronte a coprire l’evento, Elena e tante sue compagne sono rese schiave sotto i nostri occhi, ma pochi ne parlano, per ora. Addirittura il Sud Africa sta pensando, proprio in occasione dei mondiali, di depenalizzare la prostituzione. Un misura che darebbe ancora più libertà agli schiavisti che trafficano in bambini e donne. Ma in fondo abbiamo una buona scusa, nessuno ne parla e quei pochi che lo fanno sono sepolti immediatamente da altre notizie sportive più emozionanti. Elena si è fatta piccola, non grida, non ha diritti perché è senza documenti, neppure esiste.

©Samara Croci

La scrittrice Arundhati Roy, nel suo libro Il dio delle piccole cose, descrive in modo commovente la tragedia di uno dei suoi personaggi: Estha, un bambino indiano che è stato violentato da un vecchio e non ha raccontato a nessuno ciò che gli è accaduto. Arundhati nel suo stile sempre affilato ma intimo e delicato, scrive: “ una volta arrivato, il silenzio mise radici in lui e cominciò a diffondersi. (…) col passare degli anni Estha si ritirò dal mondo. Si abituò alla piovra irrequieta che viveva dentro e che schizzava inchiostro anestetizzante sul passato. A poco a poco, la ragione del silenzio scomparve, seppellita in qualche punto profondo tra le pieghe consolanti di quella realtà”. Non credo ci sia altro da aggiungere. O facciamo qualcosa perché nessuno finisca in quel baratro buio, o facciamo in modo che ne esca. Mentre sarebbe preferibile la prima cosa, dato che molti sono già nel baratro, impegniamoci per denunciare questi fatti, per dare voce a chi ha dimenticato al propria voce e vive nel silenzio.

©Samara Croci

Credo che noi donne occidentali/emancipate/dei paesi ricchi, dovremmo, in cambio della sorte che ci ha fatto nascere dove siamo nate (cosa che non era scontata), cercare di essere la voce e le unghie di queste donne. Se loro non possono o non riescono a denunciare, dobbiamo farlo noi. Noi che abbiamo dei diritti e il potere di farlo, noi che conosciamo i fatti e che viviamo in quella parte di mondo dove sta “la domanda” per il traffico di schiave, in quella parte di mondo che trae malati benefici da questo terrificante commercio di persone.

Samara Croci

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©Samara Croci

Alcuni dati per capire la misura della cosa:

In Italia, secondo alcuni studi, 1 uomo su 5 fa sesso a pagamento.

Israele è uno dei maggiori importatori di prostitute slave – Ogni mese un milione di israeliani fa visita a una prostituta. La cosa è estesa soprattutto tra gli haredim, gli ultraortodossi.

Ogni anno 3000/5000 donne dell’ex blocco sovietico sono vendute per la prostituzione. Prezzo: 8.000/10.00 dollari ciascuna.

In Russia, secondo uno studio del ’97 tra le studentesse, il 70% diceva di voler fare la prostituta. 10 anni prima, in un’intervista uguale, dicevano di voler fare le cosmonaute e le dottoresse.

12.300.000 persone nel 2008 sono state vittime del traffico di persone.

Sulla mostra

L’associazione promotrice:

http://www.helenbamber.org/AboutJourney.html

Video che ricostruisce la mostra: Journey

http://www.youtube.com/watch?v=9auqa9_VoiY

Video di Emma Thompson per la mostra. Elena diventa Maria, un gioco sessuale per gli uomini. Elena sparisce.

http://www.youtube.com/watch?v=BdW05BC4emw&feature=related

Articoli

Il traffico di gente in occasione dei mondiali del Sud Africa

http://www.citizen.co.za/index/article.aspx?pDesc=99923,1,22

http://pambazuka.org/en/category/16days/60747

http://www.nyasatimes.com/features/2010-world-cup-exposes-southern-african-women-to-human-trafficking.html

Blog sull’argomento

http://fto.co.za/opinion/human-trafficking-child-prostitution-rise-2010-fifa-soccer-world-cup-2009110115679.html

Sul piano per legalizzare la prostituzione in Sud Africa

http://blog.foreignpolicy.com/posts/2008/07/16/plans_to_legalize_prostitution_in_south_africa_gain_ground_critics

Libri

The Natashas. Inside the New Global Sex Trade, Victor Malarek

Economia canaglia, Loretta Napoleoni (1 capitolo dedicato alla tratta di schiave) – da qui sono tratti alcuni dei dati indicati

In spagnolo: El año que trafiqué con mujeres di Antonio Salas

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