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Archivio per la categoria ‘Antonio Salas’

“L’odio non è mai un’opzione”

InAntonio Salas, attualità, Internazionale a Ferrara, Islam, ITALIANO, persone, politica internazionale, Roberto Saviano su 28 agosto 2010 a 4:53 pm

Finestra (Colombia) ©Samara Croci

Riprendo in mano il mio taccuino di qualche tempo fa. Ritrovo una nota scritta durante il primo festival d’Internazionale a Ferrara. Era una conferenza di David Rieff sugli Stati Uniti e la guerra al terrorismo. Riporto gli appunti sulla parte di David Rieff, anche se non ho riscontro di quanto siano esatti rispetto alle sue parole dato che sono mie trascrizioni. — L’attivismo deve esistere per chi ne sente la necessità, ma non risolverà i problemi e non cambierà le cose…le associazioni umanitarie fanno compromessi…i motivi per cui nei paesi in guerra si combatte, sono profondi, dovuti  a problemi di vita e morte. Per cambiare le cose servono interventi radicali. Chi può farli sono le nazioni nazionaliste che sono disposte ad investire nell’esercito e nella milizia
Ricordo anche che, nella conferenza, Rieff disse di come era stato scioccato dalla guerra dei Balcani, una guerra che aveva perfino spinto molti giornalisti a passare alla fazione armata per aver visto l’inutilità di altri tipi d’intervento.

Ricordo che le sue parole, mi avevano scosso moltissimo, e non smettevo di pensare, tra me e me, che sí, è vero, una popolazione massacrata e che muore di fame, non vuole interventi umanitari che si prolunghino per decenni, come succede per esempio in Palestina, ma vuole un intervento armato in difesa della popolazione. Ma allora il pacifismo? Allora alla guerra e alla violenza si poteva solo rispondere con una forza violenta uguale e contraria? Ero sconvolta, veramente. Poi ebbi un pensiero e lo trascrissi sul mio taccuino riassumendo il problema che mi assillava. Ok, ci sono due strade, quella militare e quella pacifica/umanitaria. Ammettiamo che quella militare sia quella che più velocemente ed efficacemente risolve le cose in guerra, mentre l’altra è estenuantemente lenta come una goccia che cerca di rompere una roccia. Chi è nella morsa della guerra in cui, da un giorno all’altro, può perdere la vita, sceglierebbe o vorrebbe che si scegliesse quella militare. Chi è qui (nel primo mondo per intenderci), spinge per l’altra. Immaginiamo uno stupro. Se chiedessimo alla vittima o ai familiari di dettare una sentenza contro gli aguzzini, sceglierebbero ovviamente la vendetta immediata. La società civile sceglie, normalmente, pene diverse. Non si può chiedere alle vittime dirette di un rapimento o di una violenza di dare una sentenza. La società, con maggior distacco e attraverso un apparato di leggi, detta la sua sentenza che sarà diversa dalla vendetta tipica da legge del taglione. Lo si fa per un bene più ampio e duraturo, sebbene questo forse non renda giustizia alle vittime e ai familiari. In questo modo, scegliamo di essere una goccia che cerca di rompere la roccia, invece che dinamite. E’ un pensiero che appoggio, ma che spesso, di fronte ad alcune cose che capitano nel mondo, ritorna a vacillare. In questi ultimi mesi sono tornata a pensarci su, soprattutto in occasione della lotta all’islamismo radicale e al terrorismo.

Salida (Colombia) ©Samara Croci

Leggendo El Palestino di Antonio Salas mi sono addentrata con lui nelle logiche e nelle rivendicazioni dei gruppi terroristi e, malgrado la sicurezza completa che nutro sul fatto che il terrorismo e la violenza siano sbagliatissimi, mi chiedo come si possano convincere altri, che invece li ritengono un arma di ribellione contro soprusi che altrimenti non saprebbero combattere. In una delle ultime pagine, Salas racconta che si trovava con alcuni amici palestinesi a Zaragoza, ascoltando le notizie che arrivavano dalla Striscia di Gaza durante il bombardamento israeliano nell’Operazione Piombo Fuso. I suoi amici palestinesi, disperati, gli dicono: “aiutaci, abbiamo bisogno di aiuto, non di elemosina. Bisogna fermare tutto ciò…se ti hanno tolto la tua casa, la tua famiglia, il tuo lavoro, almeno che ci sia data la dignità di vendicare i nostri morti”. Salas dice che “nella rabbia, nell’impotenza e nella frustrazione che contenevano quelle lacrime (dei suoi amici che guardavano il massacro), si trovava la porta d’entrata del terrorismo. E li no c’era retorica politica possibile, ne spiegazioni ideologiche o colte o filosofiche. Non c’era propaganda di destra o sinistra. Solo c’era l’odio e la rabbia”. E’ un filo sottile quello su cui si muovono i nostri giudizi in un caso del genere. Noi siamo qui, nel primo mondo, siamo la società civile “distaccata”, e dobbiamo prendere decisioni razionali, che ovviamente non dovrebbero mai e poi mai contemplare la violenza e la vendetta come risposta. Però, è vero che la tentazione per chi invece le vive, è fortissima. Dall’altra parte, penso alle parole di Saviano, a La Bellezza e l’Inferno, in cui racconta di chi, anche in situazioni di grande violenza, non si è lasciato andare alla vendetta e non ha ceduto agli istinti brutali, ma ha mantenuto forte la sua etica, la morale e soprattutto la sua umanità. Il fatto che ci siano persone così, e un sollievo contro chi predica che “homo hominis lupus”. Non si può però ignorare il fatto che la violenza, genera spesso un genere di vendetta che per le vittime è legittima. Gli idealisti, che non vogliono neppure sentir parlare di ciò, io credo che sbaglino e stiano chiudendo la porta ad una parte del mondo che soffre e che chiede vendetta, e a cui, una risposta che non sia violenta, ma che sia giusta, bisognerebbe darla.
Io, mi ritrovo molto nelle parole di Salas che dice: “ In quel preciso istante, mentre le lacrime rigavano le guance del mio amico palestinese, compresi per la prima volta che tutte le mie utopiche tesi contro la violenza, tutte le mie spiegazioni razionali contro l’utilizzo di fucili e bombe, e il mio energico rifiuto di qualunque forma di lotta armata, sono frutto della mia condizione di comodo borghese occidentale. Io posso permettermi d’essere pacifista e di aborrire la violenza. Posso spiegare, dalla mia comoda tastiera di computer, che le armi e le bombe solo generano dolore e vendetta. E in più so che è così. Però posso farlo perché sono un giornalista europeo che vive in un comodo appartamento lontano dal conflitto. Oggi so, che se io fossi stato a Gaza o nella foresta colombiana o nelle strade di Baghdad, probabilmente il mio comportamento e le mie opinioni sul terrorismo sarebbero molto diverse”.
E’ giusto che sia così. E’ giusto che, chi non è vittima diretta della violenza, sia chi da i giudizi più moderati e riflessivi, e in fondo, più adeguati per il futuro della civiltà. Però, c’è un focolaio di violenza da parte di chi è vittima, che non si può ignorare, e che se lasciato troppo a lungo a ribollire, può diventare incontrollabile.
In occasione di un altro libro (Diario di uno skin), Salas scrive che “l’odio non è mai un’opzione”. E’ vero, ma le vittime non sempre condividono questo pensiero, e io sono assillata dal pensiero di come si possa uscire da questa trappola, di come si possa conservare la propria umanità anche in mezzo alla violenza più incontrollabile, di come si possa dare uno sbocco non violento al dolore di chi vive nella guerra da tanto tempo. Saviano dice che il dolore, se non ha uno sbocco, ti pietrifica. Se lasciamo que questo succeda, lasciamo aperta la porta alla vendetta e al terrorismo.

Samara Croci

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“Ed era talmente stanco e talmente solo, che l’infelicità gli urlava dentro senza posa” (La camicia di ghiaccio, W. T. Vollmann)
“Vedo un uomo così stanco del giorno, che nei suoi vestiti c’è solo un’ombra” (Il paese delle prugne verdi, H. Muller)
“Una volta arrivato, il silenzio mise radici in lui e cominciò a diffondersi. Con il passare degli anni Estha si ritirò dal mondo” (Il dio delle piccole cose, A. Roy)

Sei anni sulle tracce del terrorismo internazionale

InAntonio Salas, attualità, Islam, ITALIANO, persone, politica internazionale, religione su 17 agosto 2010 a 8:04 pm

Abraccio fraterno, Marocco ©Samara Croci

Lui si chiama Antonio Salas, e il mio desiderio più grande è che partecipi al festival di Internazionale a Ferrara, il primo weekend di ottobre. Non credo che sarà possibile perché Salas è un giornalista d’investigazione spagnolo di cui non è mai stata resa pubblica l’identità. Antonio Salas è un nome falso, il nome con cui da diversi anni pubblica i suoi libri e i suoi reportage. Nell’altra vita, Antonio Salas è un giornalista, ma quasi nessuno ne conosce l’identità. Il suo primo lavoro che raggiunse la popolarità in Spagna fu Diario di uno skin. Il libro, e successivamente i reportage, sono il frutto di una infiltrazione nei gruppi di estrema destra spagnoli. Terminato quel lavoro, Salas tornò sotto copertura per infiltrarsi nelle mafie russe del traffico di donne. Da quell’anno di investigazione nacque il libro: L’anno che trafficai con le donne. Salas si finse trafficante di donne, sondò il mercato, i traffici delle mafie africane e russe, il mercato delle minorenni schiave e registrò tutto. Oltre che un investigatore attento, è infatti prima di tutto un giornalista televisivo e ogni suo lavoro di investigazione è minuziosamente preparato, ma anche attentamente registrato con camere nascoste, documenti e registrazioni audio.
Finita l’investigazione sul traffico di donne, mentre si preparava il processo alla banda di skinheads in cui era stato infiltrato, a Madrid succede qualcosa d’incredibile: la stazione di Atocha è presa di mira da terroristi islamici in un attentato inaspettato e mortale, è l’11 marzo del 2004. Salas che dopo l’investigazione sul traffico di donne, era convinto di prendersi una pausa per ritrovare se stesso, e perfino seguire una terapia psicologica per uscire dai traumi di quel lungo anno sotto copertura, decide di rimettersi in gioco. Madrid è attonita di fronte agli attentati. A livello politico, come a livello umano, il caos è enorme. Salas decide di reagire come sa fare lui. Si propone di cercare di capire, di investigare, di scavare a fondo e decide di diventare Muhammad Abdallah, un venezuelano di origine palestinese che si farà largo per il mondo mussulmano, seguendo la pista del terrorismo internazionale di matrice islamica. Ma Salas, per quanto folle nei suoi propositi di infiltrazione (glielo faranno notare tutte le sue fonti e i suoi contatti nelle forze dell’ordine), prepara attentamente la sua copertura spendendo questa volta anni per preparare il suo personaggio e per diventare un mussulmano vero.

Chiacchere tra amici, Marocco ©Samara Croci

Quest’anno è uscito il libro, El Palestino (Il palestinese), che racconta di quest’investigazione durata quasi sei anni. Anni sotto copertura, facendosi crescere la barba, scurendosi la pelle, imparando l’arabo, creando contatti e vivendo due o tre vite in contemporanea, ma soprattutto, studiando, sé stesso e gli altri, e scontrandosi con i propri preconcetti da occidentale che giudica il mondo mussulmano. L’investigazione ha portato Salas a viaggiare per l’Europa, il Medio Oriente e l’America Latina, a conoscere pressoché tutti i gruppi terroristi e ad avere contatti con loro. Da questi sei anni, emerge un libro di 600 pagine, fitto di dati, di intrecci e di notizie poco conosciute. A livello giornalistico il libro ha un valore enorme e potrebbe essere lo spunto per centinaia di altre investigazioni sul traffico di armi, sulla droga, sui campi di addestramento paramilitari, sulla guerra mediatica a Chavez e molto altro. In parallelo c’è la storia personale, non tanto della trasformazione esterna di Salas, quanto del suo cambiamento interiore, della battaglia, di cui parla, tra il creare amicizie, stringere rapporti con gruppi di terroristi, e allo stesso tempo mantenere le distanze, coinvolgersi e insieme rimanere al margine, conoscere le nostre ragioni e calarsi nelle loro ragioni e nelle loro storie di violenza quotidiana. Quello che non vi racconto è un intera miniera di fatti che sono citati, di personaggi e storie di cui si racconta nel libro.
Qui in patria, c’è stata, un po’ come per Saviano da noi, una campagna di denigrazione da parte di alcuni. Onestamente queste accuse non mi sembrano interessanti. Non c’è dubbio che El Palestino sia un libro avvincente, frutto della mente di un grande scrittore e di un giornalista che, dovendo raccontare sei anni della sua vita, mescola i fatti politici con i tumulti del suo cuore, le paure e le soddisfazioni di un’estenuante investigazione. Però è anche vero che di tutto ciò Salas ha documenti e registrazioni che proprio in questi giorni sta cercando di ordinare in un reportage, e chiunque voglia investigare la veracità dei fatti potrà farlo.
I libri di Salas purtroppo non sono usciti in italiano, e non so se El Palestino avrà miglior fortuna. Per questo mi sembra ancora più importante che Salas partecipi al Festival di Internazionale, per parlare della sua investigazione e per diffondere la sua esperienza, che per me è stata illuminante, non solo sul mondo mussulmano ma anche sul terrorismo internazionale. Come ho detto, non credo che sarà possibile dato che Salas è un giornalista minacciato di morte da diversi gruppi e mafie, e l’unica cosa che lo protegge e che gli permette di continuare a lavorare è l’anonimato. Nelle poche interviste che ha rilasciato, la voce era distorta e l’immagine totalmente nascosta. Se non sarà possibile la sua partecipazione al Festival, spero che almeno sarà tradotto il libro in Italia. E se così non fosse, almeno quelli di voi che leggono lo spagnolo potranno comprarlo o almeno dare un occhiata al documento qui allegato che è una pagina tratta dal libro per me molto significativa.

El Palestino, Antonio Salas, p. 593, Temas de Hoy.

El Palestino, Antonio Salas, p. 594, Temas de Hoy.

Vi lascio con una citazione dalle ultime righe del libro (tradotte al volo da me), e spero che vi uniate a me nel chiedere a Internazionale che Antonio Salas partecipi al festival!
“Ancora una volta, suppongo che immaginare un mondo senza violenza, così come senza prostituzione e senza odio razziale, sia un’utopia. Pero in realtà non importa. Forse non è possibile cambiare il mondo, però ciò che è importante è che nel tentativo di cambiarlo, noi cambiamo. Un antico proverbio arabo dice: “Cerca di raggiungere la luna con una pietra…Non ce la farai mai, però finirai per maneggiare meglio di chiunque altro la cerbottana”.

Samara Croci

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I titoli dei libri di Salas che ho citato sono in italiano perché l’ho tradotti io. Come dico, non sono stati tradotti. I titoli originali sono: Diario di un skin e El año que trafiqué con mujeres e l’ultimo, El Palestino.

La web ufficiale di Antonio Salas: http://www.antoniosalas.org/

Salas ha messo on line le prime pagine del libro. el_palestino_primeras_paginas

Un piccolo reportage sui primi due lavori di Salas: “Diario di uno skin” e “l’anno che trafficai con le donne” (spagnolo)

Un altro video composto con alcune scene della camera nascosta di Salas nell’investigazione sul terrorismo internazionale

Journey nell’orrore: rapite, violentate e svuotate

InAntonio Salas, arte, attualità, donne, ITALIANO, Loretta Napoleoni su 13 dicembre 2009 a 10:15 pm

©Samara Croci

Prima ancora di entrare si è soffocati dalla puzza: un misto di cacca, urina, liquidi umani, sangue e sudore rancido. Quando si è dentro, non possono che venire le lacrime agli occhi. Il resto della mostra, è inutile e accessorio, ma questa stanza degli orrori è un gioiellino nel senso macabro del termine! Parlo di una parte della mostra “Journey”, sulla tratta delle donne per lo sfruttamento sessuale. La promotrice di questa mostra itinerante è Emma Thompson. La mostra sarà a Madrid fino a questo martedì 15 dicembre, nello stradone grande a nord del Retiro (calle de los Coches). Sono 7 container dove vari artisti hanno cercato di rappresentare l’inferno in cui vivono le donne come Elena, che dal loro paese, con la promessa di un lavoro e di una prospettiva di vita, vengono portate in altri paesi ricchi e, con minacce e ricatti, sono ridotte alla schiavitù sessuale. A queste donne viene tolto immediatamente il passaporto, privandole così di un’identità e di una possibilità di scappare. Dicono loro che devono ripagarsi le spese del viaggio lavorando, e le scaraventano nel terrore di essere improvvisamente in un paese estraneo, sole, spaventate, disperate e senza nessun aiuto. Viene dato loro un tanga, delle calze e dei tacchi, indumenti che non hanno nemmeno mai visto. Sono obbligate ad andare con più di 40 uomini al giorno, spesso senza protezioni, picchiate, torturate, violentate e annichilite come persone.

©Samara Croci

La stanza di cui dicevo all’inizio è una parte della mostra, ed è la ricostruzione della stanza in cui viveva ed era torturata Elena, la protagonista della mostra. Questa ricostruzione, è quella che più fa capire come la violenza non stia solo nell’atto in sé, ma anche nelle condizioni di vita. Ciò che si presenta ai nostri occhi è una stanza squallida, puzzolente all’inverosimile. Per terra ci sono macchie enormi sulla moquette, il soffitto ha delle infiltrazioni gialle, il piccolo letto ha le lenzuola accartocciate, macchiate. Per terra ci sono profilattici usati, pezzi di carta, schizzi, liquidi. Un piccolo lavandino è tutto sporco di marrone, lo specchio coperto di condensa rivela una scritta “help me”. Sotto il letto tanga sporchi e arrovogliati, alle pareti, vestagliette e babydoll che hanno lo scopo di soddisfare le malate fantasie sessuali di figli di puttana che approfittano di queste donne ormai svuotate e violentate in ogni aspetto. Loro, le schiave, sono obbligate ad aspettare qui gli uomini che vengono ad umiliarle, tra le urla e i pianti delle stanze vicine, con il terrore, la paura, la mancanza di vie di fuga e con il tempo che, improvvisamente, sparisce in un’eterna tortura. E poi arriva un uomo: i falsi giochi, le lusinghe, i prezzi appesi alla parete come in un menù. L’impossibilità di lavarsi e gli uomini che si susseguono, uno dopo l’altro. Elena, non piange, non urla, non si dispera, diventa semplicemente un’altra, diventa Maria, per sfuggire. Con il tanga usato e le calze che le hanno dato, assume una nuova identità e nasconde sé stessa in un angolino oscuro, sperando che qualcosa in questo modo si salvi, sperando che qualcosa rimanga pulito in questo zozzore. Ma la piccola Elena, nell’angolino nascosta, giorno dopo giorno, uomo dopo uomo, scompare. Elena cerca di occupare il minor spazio possibile in questo mondo che è un incubo. Ma, mano a mano che la speranza di salvarsi scompare, scompare pure lei.

©Samara Croci

Quando la polizia arriva, Elena è già scomparsa e il suo involucro, Maria, si comporta come le hanno insegnato che deve fare: mente e protegge i suoi aguzzini. Elena non c’è più, che senso ha gridare? Elena è sporca, è colpevole, è morta. Che senso ha chiedere aiuto? E se poi Elena riesce, sussurrando piano, a dire la verità di ciò che le è successo, arriva la seconda violenza. La polizia non le crede perché non ha prove “mediche” da mostrare, si contraddice, non ricorda. Elena si era fatta piccola piccola, si era nascosta in se stessa, si era assentata dal proprio corpo. Ma questo la polizia non lo può capire e chiede, insiste, disprezza, mostra sfiducia, deride e mette in dubbio l’inferno. E allora Elena che non ha più la forza di tornare a sussurrare dal suo angolino buio, torna a nascondersi e ridiventa l’altra, Maria, la schiava degli uomini. Perché Elena è morta, e Maria non conosce altra vita ormai. Si vergogna a tornare a casa, ha provato a denunciare, ma non le hanno creduto, e allora non c’è più nulla. Elena ridiventa un guscio, l’ombra di una donna, una bambola di pezza con il tanga.

©Samara Croci

Journey è una mostra attualissima non solo perché il tema non cessa di essere una tragedia costante e in crescita, ma anche per una ragione che nessun giornale o telegiornale ha citato.

©Samara Croci

Mentre gli occhi del mondo sono puntati al Sud Africa per i mondiali di calcio dell’anno prossimo, sotto i nostri sguardi attenti, questo evento sta scatenando una tratta di schiave del sesso immensa. Mentre la struttura organizzativa dell’evento fatica a star dietro ai tempi stabiliti, le mafie africane e russe sono già preparatissime. Camion di schiave del sesso, come capi di bestiame, sono pronti per essere trasferiti al luogo dei giochi per soddisfare i ricconi che visiteranno il paese. E mentre tutti guardiamo con ansia questo spettacolo, mentre tutte le televisioni sono pronte a coprire l’evento, Elena e tante sue compagne sono rese schiave sotto i nostri occhi, ma pochi ne parlano, per ora. Addirittura il Sud Africa sta pensando, proprio in occasione dei mondiali, di depenalizzare la prostituzione. Un misura che darebbe ancora più libertà agli schiavisti che trafficano in bambini e donne. Ma in fondo abbiamo una buona scusa, nessuno ne parla e quei pochi che lo fanno sono sepolti immediatamente da altre notizie sportive più emozionanti. Elena si è fatta piccola, non grida, non ha diritti perché è senza documenti, neppure esiste.

©Samara Croci

La scrittrice Arundhati Roy, nel suo libro Il dio delle piccole cose, descrive in modo commovente la tragedia di uno dei suoi personaggi: Estha, un bambino indiano che è stato violentato da un vecchio e non ha raccontato a nessuno ciò che gli è accaduto. Arundhati nel suo stile sempre affilato ma intimo e delicato, scrive: “ una volta arrivato, il silenzio mise radici in lui e cominciò a diffondersi. (…) col passare degli anni Estha si ritirò dal mondo. Si abituò alla piovra irrequieta che viveva dentro e che schizzava inchiostro anestetizzante sul passato. A poco a poco, la ragione del silenzio scomparve, seppellita in qualche punto profondo tra le pieghe consolanti di quella realtà”. Non credo ci sia altro da aggiungere. O facciamo qualcosa perché nessuno finisca in quel baratro buio, o facciamo in modo che ne esca. Mentre sarebbe preferibile la prima cosa, dato che molti sono già nel baratro, impegniamoci per denunciare questi fatti, per dare voce a chi ha dimenticato al propria voce e vive nel silenzio.

©Samara Croci

Credo che noi donne occidentali/emancipate/dei paesi ricchi, dovremmo, in cambio della sorte che ci ha fatto nascere dove siamo nate (cosa che non era scontata), cercare di essere la voce e le unghie di queste donne. Se loro non possono o non riescono a denunciare, dobbiamo farlo noi. Noi che abbiamo dei diritti e il potere di farlo, noi che conosciamo i fatti e che viviamo in quella parte di mondo dove sta “la domanda” per il traffico di schiave, in quella parte di mondo che trae malati benefici da questo terrificante commercio di persone.

Samara Croci

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©Samara Croci

Alcuni dati per capire la misura della cosa:

In Italia, secondo alcuni studi, 1 uomo su 5 fa sesso a pagamento.

Israele è uno dei maggiori importatori di prostitute slave – Ogni mese un milione di israeliani fa visita a una prostituta. La cosa è estesa soprattutto tra gli haredim, gli ultraortodossi.

Ogni anno 3000/5000 donne dell’ex blocco sovietico sono vendute per la prostituzione. Prezzo: 8.000/10.00 dollari ciascuna.

In Russia, secondo uno studio del ’97 tra le studentesse, il 70% diceva di voler fare la prostituta. 10 anni prima, in un’intervista uguale, dicevano di voler fare le cosmonaute e le dottoresse.

12.300.000 persone nel 2008 sono state vittime del traffico di persone.

Sulla mostra

L’associazione promotrice:

http://www.helenbamber.org/AboutJourney.html

Video che ricostruisce la mostra: Journey

http://www.youtube.com/watch?v=9auqa9_VoiY

Video di Emma Thompson per la mostra. Elena diventa Maria, un gioco sessuale per gli uomini. Elena sparisce.

http://www.youtube.com/watch?v=BdW05BC4emw&feature=related

Articoli

Il traffico di gente in occasione dei mondiali del Sud Africa

http://www.citizen.co.za/index/article.aspx?pDesc=99923,1,22

http://pambazuka.org/en/category/16days/60747

http://www.nyasatimes.com/features/2010-world-cup-exposes-southern-african-women-to-human-trafficking.html

Blog sull’argomento

http://fto.co.za/opinion/human-trafficking-child-prostitution-rise-2010-fifa-soccer-world-cup-2009110115679.html

Sul piano per legalizzare la prostituzione in Sud Africa

http://blog.foreignpolicy.com/posts/2008/07/16/plans_to_legalize_prostitution_in_south_africa_gain_ground_critics

Libri

The Natashas. Inside the New Global Sex Trade, Victor Malarek

Economia canaglia, Loretta Napoleoni (1 capitolo dedicato alla tratta di schiave) – da qui sono tratti alcuni dei dati indicati

In spagnolo: El año que trafiqué con mujeres di Antonio Salas

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