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Internazionale a Ferrara: domenica, finale di folla

In2010, attualità, Internazionale a Ferrara, Islam, ITALIANO, politica internazionale, religione su 5 ottobre 2010 a 1:54 pm

Domenica: siamo agli sgoccioli, ma come sempre Internazionale ha riservato per quest’ultima giornata un finale con il botto. Due conferenze attirano l’attenzione di tutti concentrando le peggiori code di quest’edizione del Festival dove i tagliandi avevano finora contenuto le terribili attese. Le conferenze top sono quella su Islam ed Europa e quella sul giornalismo investigativo. Prima di arrivare però a queste, la mia mattinata è iniziata con un giretto per la piazza municipale con Raúl, dove si preparava la conferenza sulla spazzatura a tavola e gli scarti dell’industria alimentare. Raúl, per interesse professionale e anche, credo, per scroccare la colazione :) ha assistito a questa conferenza, non senza prima aver preso un buon caffè fresco con me al bar della piazza ;)

Io mi sono avviata con Edoardo alla conferenza sulla “Creatività al potere”, mentre la mia fidata corrispondente andava a quella di “Aiutare, soccorrere e proteggere: i civili nel mirino”. Dopo aver sentito racconti da tutti, devo dire che Edoardo ed io abbiamo scelto la peggiore, purtroppo. Pare che quella di “Aiutare, soccorrere e proteggere” fosse molto interessante, perché spiegava cosa fosse il Global Center for the Responsability to Protect. Comunque io mi sono recata alla conferenza “La creatività al potere”. Purtroppo non vedo cosa ci fosse in comune tra il titolo e la conferenza a cui abbiamo assistito. Certo, si parlava di riviste letterarie, ma senza nessun riferimento al loro ruolo nella società civile, a parte dire che erano un utile elemento di svecchiamento e di contro censura della Stampa. Della conferenza, potrei solo riportarvi alcuni link di riviste letterarie interessanti che potete trovare qui, sul il blog di Orazio. Adoro il moderatore, Goffredo Fofi, ma la prima domanda che invitava ogni relatore ad introdurre la sua storia e quella della sua rivista, ha tolto troppo tempo al dibattito che doveva spiegarne il potere e la necessità nel panorama dell’attualità mondiale. Io mi aspettavo una conferenza più simile a quella di quattro anni fa (Letteratura. Un mondo di storie: narrativa e giornalismo).

Dopo la conferenza, in previsione di un pomeriggio intenso, ci siamo dati appuntamento per mangiare una piadina in piedi, in fila per la conferenza sull’Islam: “Uno spettro si aggira per l’Europa”. Edoardo desiste, e decide di optare per il maxischermo, mentre Raúl entra per stare solo mezzora e riuscire a prendere il tagliando per la conferenza successiva con Dana Priest.

Con una deliziosa piadina di speck e fontina nello stomaco, ci apprestiamo allo spettacolo simil-televisivo della conferenza moderata da Lilli Gruber. I conferenzieri erano: Ian Buruma, Tariq Ramadan e Olivier Roy.

 

Uno spettro si aggira per l’Europa © Samara Croci

 

In sala c’è uno stuolo di ragazze con hijab colorati in testa, che all’arrivo di Tariq Ramadan urlano e applaudono emozionate come le groopies delle star del rock degli anni passati. Mia madre dice che le capisce dato che Tariq è un uomo affascinante. Io non penso sia solo quello. La realtà è che Ramadan è uno studioso d’Islam riformista ma anche molto spirituale, che capisce e parla dei problemi dei giovani mussulmani che vivono in Europa e che ogni giorno rinegoziano l’equilibro tra le esigenze quotidiane europee e le loro credenze religiose. L’entusiasmo di quelle ragazze era indirizzato ad un personaggio che le capiva, che le difendeva con le sue conferenze per il mondo, che sapeva spiegarne le inquietudini e sbatterle in faccia agli europei con il loro linguaggio.

Peccato che dopo tanto criticare il sistema della tv italiana, con i suoi dibattiti politici per “opinioni in pillole”, nel festival si ricrei una situazione simile, che non dà molto spazio all’approfondimento, ma più allo scontro e al dibattito a suon d’applausi del pubblico, che obbliga i relatori al contrattacco e alla difensiva. Le domande, più che per capire ed approfondire, erano fatte per pungolare e provocare. Il relatore che più mi è piaciuto è stato Olivier Roy che non cadeva nelle trappole facili del moderatore, ma riusciva a spiegare le cose in modo distaccato, disteso ed ottimista. Mi è venuta voglia di leggere il suo libro Global Muslim.

Sarà perché è un tema sul quale ho approfondito molto, ma esco da questa conferenza senza nuove chiavi d’interpretazione del tema. Non sento di potervi dire un gran che sulla conferenza, realmente mi è sembrato uno di quei dibattiti tv in cui alla fine potesti raccontare come uno ha lottato con l’altro su questo o quel tema, ma dove non si è progredito un gran che. Mi riservo di dedicare un articolo alle teorie di Tariq Ramadan quando abbia terminato alcuni dei suoi libri che ho comprato.

 

Reporter Top Secret, Dana Priest © Samara Croci

 

Usciamo di corsa da questa conferenza per prepararci all’altra: Reporter Top Secret con Dana Priest, Hu Shuli, Horacio Verbitsky e il moderatore, Antonio Stella. Purtroppo il problema del moderatore non del tutto appropriato, a mio avviso, si ripete amplificato,  sprecando un po’ la forza e le potenzialità degli ospiti. L’incontro si riduce alle domande su come siano state per ognuno degli invitati le loro prime investigazioni giornalistiche, su come la politica possa pilotare le inchieste giornalistiche per i suoi fini e sulla questione economica e organizzativa del giornalismo d’investigazione. Tutto però molto all’acqua di rose. Si è poi aggiunta una domanda su internet e una dal pubblico su quali siano le strategie di un giornalista d’investigazione. Grandi temi assenti sono stati wikileaks, le fondazioni private di giornalismo d’investigazione e i metodi alternativi di finanziamento (cose solo accennate). Dana Priest ha accennato al fatto che lavora con un’assistente ricercatrice, ma non si è approfondito il tema, ne si è parlato molto delle sue inchieste con cui ha vinto il premio Pulizer.

La conferenza comunque, fra alti, bassi e precipizi di gaffe di Stella, si conclude, a mio avviso, con la sensazione di aver perso un’opportunità per spremere a fondo tre dei migliori giornalisti al mondo, dei luminari di questa professione. Un peccato! Questo non toglie che durante la chiusura, quando Giovanni De Mauro compare con il sindaco di Ferrara per la chiusura del Festival, mi alzi ad applaudire entusiasta. Il festival di Ferrara continua ad essere un miracolo in questo paese. E se ora sono più esigente sulle conferenze, è proprio grazie ad Internazionale che mi ha fatto crescere e mi ha viziata in questi anni con incontri incredibili.

 

Fine festival e foto ricordo © Samara Croci

 

Mi sarebbe piaciuto andare a vedere The Red Chapel, ma sono già passate le 19 quando usciamo dal Teatro. Con Raúl ed Edoardo ci facciamo delle foto ricordo, e dopo delle buonissime tagliatelle con il ragù, si torna a Milano con un bagagliaio pieno di panfortini al cioccolato e libri, entrambi scorte di dolcezza che serviranno a sopportare il resto dell’anno senza Ferrara e senza il festival. Arrivederci, al prossimo anno.

Samara Croci

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“L’odio non è mai un’opzione”

InAntonio Salas, attualità, Internazionale a Ferrara, Islam, ITALIANO, persone, politica internazionale, Roberto Saviano su 28 agosto 2010 a 4:53 pm

Finestra (Colombia) ©Samara Croci

Riprendo in mano il mio taccuino di qualche tempo fa. Ritrovo una nota scritta durante il primo festival d’Internazionale a Ferrara. Era una conferenza di David Rieff sugli Stati Uniti e la guerra al terrorismo. Riporto gli appunti sulla parte di David Rieff, anche se non ho riscontro di quanto siano esatti rispetto alle sue parole dato che sono mie trascrizioni. — L’attivismo deve esistere per chi ne sente la necessità, ma non risolverà i problemi e non cambierà le cose…le associazioni umanitarie fanno compromessi…i motivi per cui nei paesi in guerra si combatte, sono profondi, dovuti  a problemi di vita e morte. Per cambiare le cose servono interventi radicali. Chi può farli sono le nazioni nazionaliste che sono disposte ad investire nell’esercito e nella milizia
Ricordo anche che, nella conferenza, Rieff disse di come era stato scioccato dalla guerra dei Balcani, una guerra che aveva perfino spinto molti giornalisti a passare alla fazione armata per aver visto l’inutilità di altri tipi d’intervento.

Ricordo che le sue parole, mi avevano scosso moltissimo, e non smettevo di pensare, tra me e me, che sí, è vero, una popolazione massacrata e che muore di fame, non vuole interventi umanitari che si prolunghino per decenni, come succede per esempio in Palestina, ma vuole un intervento armato in difesa della popolazione. Ma allora il pacifismo? Allora alla guerra e alla violenza si poteva solo rispondere con una forza violenta uguale e contraria? Ero sconvolta, veramente. Poi ebbi un pensiero e lo trascrissi sul mio taccuino riassumendo il problema che mi assillava. Ok, ci sono due strade, quella militare e quella pacifica/umanitaria. Ammettiamo che quella militare sia quella che più velocemente ed efficacemente risolve le cose in guerra, mentre l’altra è estenuantemente lenta come una goccia che cerca di rompere una roccia. Chi è nella morsa della guerra in cui, da un giorno all’altro, può perdere la vita, sceglierebbe o vorrebbe che si scegliesse quella militare. Chi è qui (nel primo mondo per intenderci), spinge per l’altra. Immaginiamo uno stupro. Se chiedessimo alla vittima o ai familiari di dettare una sentenza contro gli aguzzini, sceglierebbero ovviamente la vendetta immediata. La società civile sceglie, normalmente, pene diverse. Non si può chiedere alle vittime dirette di un rapimento o di una violenza di dare una sentenza. La società, con maggior distacco e attraverso un apparato di leggi, detta la sua sentenza che sarà diversa dalla vendetta tipica da legge del taglione. Lo si fa per un bene più ampio e duraturo, sebbene questo forse non renda giustizia alle vittime e ai familiari. In questo modo, scegliamo di essere una goccia che cerca di rompere la roccia, invece che dinamite. E’ un pensiero che appoggio, ma che spesso, di fronte ad alcune cose che capitano nel mondo, ritorna a vacillare. In questi ultimi mesi sono tornata a pensarci su, soprattutto in occasione della lotta all’islamismo radicale e al terrorismo.

Salida (Colombia) ©Samara Croci

Leggendo El Palestino di Antonio Salas mi sono addentrata con lui nelle logiche e nelle rivendicazioni dei gruppi terroristi e, malgrado la sicurezza completa che nutro sul fatto che il terrorismo e la violenza siano sbagliatissimi, mi chiedo come si possano convincere altri, che invece li ritengono un arma di ribellione contro soprusi che altrimenti non saprebbero combattere. In una delle ultime pagine, Salas racconta che si trovava con alcuni amici palestinesi a Zaragoza, ascoltando le notizie che arrivavano dalla Striscia di Gaza durante il bombardamento israeliano nell’Operazione Piombo Fuso. I suoi amici palestinesi, disperati, gli dicono: “aiutaci, abbiamo bisogno di aiuto, non di elemosina. Bisogna fermare tutto ciò…se ti hanno tolto la tua casa, la tua famiglia, il tuo lavoro, almeno che ci sia data la dignità di vendicare i nostri morti”. Salas dice che “nella rabbia, nell’impotenza e nella frustrazione che contenevano quelle lacrime (dei suoi amici che guardavano il massacro), si trovava la porta d’entrata del terrorismo. E li no c’era retorica politica possibile, ne spiegazioni ideologiche o colte o filosofiche. Non c’era propaganda di destra o sinistra. Solo c’era l’odio e la rabbia”. E’ un filo sottile quello su cui si muovono i nostri giudizi in un caso del genere. Noi siamo qui, nel primo mondo, siamo la società civile “distaccata”, e dobbiamo prendere decisioni razionali, che ovviamente non dovrebbero mai e poi mai contemplare la violenza e la vendetta come risposta. Però, è vero che la tentazione per chi invece le vive, è fortissima. Dall’altra parte, penso alle parole di Saviano, a La Bellezza e l’Inferno, in cui racconta di chi, anche in situazioni di grande violenza, non si è lasciato andare alla vendetta e non ha ceduto agli istinti brutali, ma ha mantenuto forte la sua etica, la morale e soprattutto la sua umanità. Il fatto che ci siano persone così, e un sollievo contro chi predica che “homo hominis lupus”. Non si può però ignorare il fatto che la violenza, genera spesso un genere di vendetta che per le vittime è legittima. Gli idealisti, che non vogliono neppure sentir parlare di ciò, io credo che sbaglino e stiano chiudendo la porta ad una parte del mondo che soffre e che chiede vendetta, e a cui, una risposta che non sia violenta, ma che sia giusta, bisognerebbe darla.
Io, mi ritrovo molto nelle parole di Salas che dice: “ In quel preciso istante, mentre le lacrime rigavano le guance del mio amico palestinese, compresi per la prima volta che tutte le mie utopiche tesi contro la violenza, tutte le mie spiegazioni razionali contro l’utilizzo di fucili e bombe, e il mio energico rifiuto di qualunque forma di lotta armata, sono frutto della mia condizione di comodo borghese occidentale. Io posso permettermi d’essere pacifista e di aborrire la violenza. Posso spiegare, dalla mia comoda tastiera di computer, che le armi e le bombe solo generano dolore e vendetta. E in più so che è così. Però posso farlo perché sono un giornalista europeo che vive in un comodo appartamento lontano dal conflitto. Oggi so, che se io fossi stato a Gaza o nella foresta colombiana o nelle strade di Baghdad, probabilmente il mio comportamento e le mie opinioni sul terrorismo sarebbero molto diverse”.
E’ giusto che sia così. E’ giusto che, chi non è vittima diretta della violenza, sia chi da i giudizi più moderati e riflessivi, e in fondo, più adeguati per il futuro della civiltà. Però, c’è un focolaio di violenza da parte di chi è vittima, che non si può ignorare, e che se lasciato troppo a lungo a ribollire, può diventare incontrollabile.
In occasione di un altro libro (Diario di uno skin), Salas scrive che “l’odio non è mai un’opzione”. E’ vero, ma le vittime non sempre condividono questo pensiero, e io sono assillata dal pensiero di come si possa uscire da questa trappola, di come si possa conservare la propria umanità anche in mezzo alla violenza più incontrollabile, di come si possa dare uno sbocco non violento al dolore di chi vive nella guerra da tanto tempo. Saviano dice che il dolore, se non ha uno sbocco, ti pietrifica. Se lasciamo que questo succeda, lasciamo aperta la porta alla vendetta e al terrorismo.

Samara Croci

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“Ed era talmente stanco e talmente solo, che l’infelicità gli urlava dentro senza posa” (La camicia di ghiaccio, W. T. Vollmann)
“Vedo un uomo così stanco del giorno, che nei suoi vestiti c’è solo un’ombra” (Il paese delle prugne verdi, H. Muller)
“Una volta arrivato, il silenzio mise radici in lui e cominciò a diffondersi. Con il passare degli anni Estha si ritirò dal mondo” (Il dio delle piccole cose, A. Roy)

Sei anni sulle tracce del terrorismo internazionale

InAntonio Salas, attualità, Islam, ITALIANO, persone, politica internazionale, religione su 17 agosto 2010 a 8:04 pm

Abraccio fraterno, Marocco ©Samara Croci

Lui si chiama Antonio Salas, e il mio desiderio più grande è che partecipi al festival di Internazionale a Ferrara, il primo weekend di ottobre. Non credo che sarà possibile perché Salas è un giornalista d’investigazione spagnolo di cui non è mai stata resa pubblica l’identità. Antonio Salas è un nome falso, il nome con cui da diversi anni pubblica i suoi libri e i suoi reportage. Nell’altra vita, Antonio Salas è un giornalista, ma quasi nessuno ne conosce l’identità. Il suo primo lavoro che raggiunse la popolarità in Spagna fu Diario di uno skin. Il libro, e successivamente i reportage, sono il frutto di una infiltrazione nei gruppi di estrema destra spagnoli. Terminato quel lavoro, Salas tornò sotto copertura per infiltrarsi nelle mafie russe del traffico di donne. Da quell’anno di investigazione nacque il libro: L’anno che trafficai con le donne. Salas si finse trafficante di donne, sondò il mercato, i traffici delle mafie africane e russe, il mercato delle minorenni schiave e registrò tutto. Oltre che un investigatore attento, è infatti prima di tutto un giornalista televisivo e ogni suo lavoro di investigazione è minuziosamente preparato, ma anche attentamente registrato con camere nascoste, documenti e registrazioni audio.
Finita l’investigazione sul traffico di donne, mentre si preparava il processo alla banda di skinheads in cui era stato infiltrato, a Madrid succede qualcosa d’incredibile: la stazione di Atocha è presa di mira da terroristi islamici in un attentato inaspettato e mortale, è l’11 marzo del 2004. Salas che dopo l’investigazione sul traffico di donne, era convinto di prendersi una pausa per ritrovare se stesso, e perfino seguire una terapia psicologica per uscire dai traumi di quel lungo anno sotto copertura, decide di rimettersi in gioco. Madrid è attonita di fronte agli attentati. A livello politico, come a livello umano, il caos è enorme. Salas decide di reagire come sa fare lui. Si propone di cercare di capire, di investigare, di scavare a fondo e decide di diventare Muhammad Abdallah, un venezuelano di origine palestinese che si farà largo per il mondo mussulmano, seguendo la pista del terrorismo internazionale di matrice islamica. Ma Salas, per quanto folle nei suoi propositi di infiltrazione (glielo faranno notare tutte le sue fonti e i suoi contatti nelle forze dell’ordine), prepara attentamente la sua copertura spendendo questa volta anni per preparare il suo personaggio e per diventare un mussulmano vero.

Chiacchere tra amici, Marocco ©Samara Croci

Quest’anno è uscito il libro, El Palestino (Il palestinese), che racconta di quest’investigazione durata quasi sei anni. Anni sotto copertura, facendosi crescere la barba, scurendosi la pelle, imparando l’arabo, creando contatti e vivendo due o tre vite in contemporanea, ma soprattutto, studiando, sé stesso e gli altri, e scontrandosi con i propri preconcetti da occidentale che giudica il mondo mussulmano. L’investigazione ha portato Salas a viaggiare per l’Europa, il Medio Oriente e l’America Latina, a conoscere pressoché tutti i gruppi terroristi e ad avere contatti con loro. Da questi sei anni, emerge un libro di 600 pagine, fitto di dati, di intrecci e di notizie poco conosciute. A livello giornalistico il libro ha un valore enorme e potrebbe essere lo spunto per centinaia di altre investigazioni sul traffico di armi, sulla droga, sui campi di addestramento paramilitari, sulla guerra mediatica a Chavez e molto altro. In parallelo c’è la storia personale, non tanto della trasformazione esterna di Salas, quanto del suo cambiamento interiore, della battaglia, di cui parla, tra il creare amicizie, stringere rapporti con gruppi di terroristi, e allo stesso tempo mantenere le distanze, coinvolgersi e insieme rimanere al margine, conoscere le nostre ragioni e calarsi nelle loro ragioni e nelle loro storie di violenza quotidiana. Quello che non vi racconto è un intera miniera di fatti che sono citati, di personaggi e storie di cui si racconta nel libro.
Qui in patria, c’è stata, un po’ come per Saviano da noi, una campagna di denigrazione da parte di alcuni. Onestamente queste accuse non mi sembrano interessanti. Non c’è dubbio che El Palestino sia un libro avvincente, frutto della mente di un grande scrittore e di un giornalista che, dovendo raccontare sei anni della sua vita, mescola i fatti politici con i tumulti del suo cuore, le paure e le soddisfazioni di un’estenuante investigazione. Però è anche vero che di tutto ciò Salas ha documenti e registrazioni che proprio in questi giorni sta cercando di ordinare in un reportage, e chiunque voglia investigare la veracità dei fatti potrà farlo.
I libri di Salas purtroppo non sono usciti in italiano, e non so se El Palestino avrà miglior fortuna. Per questo mi sembra ancora più importante che Salas partecipi al Festival di Internazionale, per parlare della sua investigazione e per diffondere la sua esperienza, che per me è stata illuminante, non solo sul mondo mussulmano ma anche sul terrorismo internazionale. Come ho detto, non credo che sarà possibile dato che Salas è un giornalista minacciato di morte da diversi gruppi e mafie, e l’unica cosa che lo protegge e che gli permette di continuare a lavorare è l’anonimato. Nelle poche interviste che ha rilasciato, la voce era distorta e l’immagine totalmente nascosta. Se non sarà possibile la sua partecipazione al Festival, spero che almeno sarà tradotto il libro in Italia. E se così non fosse, almeno quelli di voi che leggono lo spagnolo potranno comprarlo o almeno dare un occhiata al documento qui allegato che è una pagina tratta dal libro per me molto significativa.

El Palestino, Antonio Salas, p. 593, Temas de Hoy.

El Palestino, Antonio Salas, p. 594, Temas de Hoy.

Vi lascio con una citazione dalle ultime righe del libro (tradotte al volo da me), e spero che vi uniate a me nel chiedere a Internazionale che Antonio Salas partecipi al festival!
“Ancora una volta, suppongo che immaginare un mondo senza violenza, così come senza prostituzione e senza odio razziale, sia un’utopia. Pero in realtà non importa. Forse non è possibile cambiare il mondo, però ciò che è importante è che nel tentativo di cambiarlo, noi cambiamo. Un antico proverbio arabo dice: “Cerca di raggiungere la luna con una pietra…Non ce la farai mai, però finirai per maneggiare meglio di chiunque altro la cerbottana”.

Samara Croci

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I titoli dei libri di Salas che ho citato sono in italiano perché l’ho tradotti io. Come dico, non sono stati tradotti. I titoli originali sono: Diario di un skin e El año que trafiqué con mujeres e l’ultimo, El Palestino.

La web ufficiale di Antonio Salas: http://www.antoniosalas.org/

Salas ha messo on line le prime pagine del libro. el_palestino_primeras_paginas

Un piccolo reportage sui primi due lavori di Salas: “Diario di uno skin” e “l’anno che trafficai con le donne” (spagnolo)

Un altro video composto con alcune scene della camera nascosta di Salas nell’investigazione sul terrorismo internazionale

Percorsi verso l’estasi

Inarte, fotografia, Islam, ITALIANO, religione su 17 luglio 2010 a 5:52 pm

Torre del Canal Isabel II, Madrid ©Samara Croci

Il mio interesse per i sufi risale ad un tempo più lontano, però quando ho visto “sufismo” e Christian Caujolle uniti in un unico articolo che parlava di una mostra fotografica a Madrid, mi sono detta che non potevo perderla. Ed è stata meravigliosa anche se sono cosciente dell’impossibilità di spiegarvi quanto sia stata bella.

Ma iniziamo dai dati. Il titolo è “El amor y el extasis” e la fotografa è Isabel Muñoz. Se volete vederla, dovete affrettarvi perché sarà a Madrid, in occasione di Photo España 2010, fino al 29 agosto, presso la Sala del Canal Isabel II (Santa Engracia 125 – Canal/Rios Rosas).

Secondo il sufismo la vita è un cammino fatto di strade che si incrociano, di esperienze che ci cambiano. Io a questa mostra ci sono arrivata seguendo vari cammini.
Isabel Muñoz è una fotografa che ha dedicato tutta la sua carriera allo studio del corpo. Sfoglio il suo libro, è ci sono foto di ballerini di tutto il mondo, artisti cistercensi, statue, toreri, dettagli di corpi, curve, arti marziali, tatuaggi tribali e riti religiosi. In ogni caso i corpi, il movimento e la plasticità delle forme sono i protagonisti delle sue foto, sempre in bianco e nero, fino a quest’ultimo lavoro sull’estasi, a colori. Secondo elemento che mi ha portata a questa mostra, è stato Christian Caujolle, un photoeditor eccezionale che ho potuto vedere di persona e ascoltare all’ultimo festival di Internazionale a Ferrara, e mi ha lasciata senza parole. In questo caso, Caujolle è curatore della mostra insieme a Blanca Lleó. Terzo percorso sul quale mi trovavo, e che mi ha portato alla mostra, è stato ovviamente il sufismo. E’ vero che la mostra non riguarda solo i sufi, ma anche i fedeli della confraternita Al Qadiriya, però è anche vero che la mostra è costruita come un percorso e il termine ultimo, sono i dervisci rotanti (che appartengono al sufismo).
E’ quasi impossibile descrivere cosa sia il sufismo dato che secondo questa filosofia, dare un etichetta, una definizione, alle cose è mettergli un limite e distruggerle. Dato che è impossibile fare anche solo un riassunto di ciò che è il sufismo, rimaniamo con due idee importanti: il concetto di cammino e quello di spiritualità. Si potrebbe dire che per il sufismo, la vita è un percorso continuo di crescita e d’esperienze, per raggiungere l’amore puro. E, parte di quell’amore puro che i sufi e molte delle religioni del mondo cercano, è l’estasi, cioè il momento, fragilissimo e purissimo, in cui l’anima si distacca dal corpo e si avvicina e Dio. Alla ricerca di quel momento è andata Isabel Muñoz quando ha deciso di fotografare da un lato i riti iniziatici della confraternita di Al Qadiraya in Iraq (corpi tagliati e perforati con pugnali, aghi e coltelli) e dall’altro, la cerimonia dei dervisci rotanti in Turchia.
La magia della mostra però, non è costituita solo dalle foto, ma dal fatto che, quello stesso percorso che i fedeli di queste due tradizioni religiose seguono per raggiungere l’estasi, sia il percorso che lo spettatore compie nel visitare la mostra. L’esposizione infatti si trova in una vecchia torre di raccolta dell’acqua ristrutturata. All’entrata, c’è una foto gigante nel mezzo dell’oscurità totale, in alto, come il crocifisso di una chiesa. E’ un uomo con una ferita al costato, che guarda verso l’alto, lontano, con un sentimento di vero distacco, d’estasi. Girando, al piano terra, alle pareti della torre circolare, ci sono altri ritratti e poi, si sale, sempre circolarmente, per una scala centrale in ferro. E i pianerottoli superiori dove si sviluppa la mostra sono ringhiere circolari. Anche la luce è dosata secondo il momento ed il livello in cui ci troviamo del nostro percorso di risalita verso l’estasi divina. Al secondo piano, continuano le mutilazioni rituali dei corpi, con alcuni video visibili attraverso fessure nelle pareti, perché i riti religiosi non sono qualcosa che dovrebbe essere pubblico. Siamo spettatori che spiano, che possono vedere, ma difficilmente capire vedendo. E poi, al terzo piano ci aspettano le foto dei dervisci. Indimenticabili. E infine, ultima scala, passiamo ad una stanza che si trova nascosta in quella che era la cupola che si vedeva dal basso con la proiezione del video di un derviscio rotante. In questa stanza segreta, nel punto più alto della torre, e con tutto ciò che abbiamo già visto e vissuto, ci è finalmente concesso sdraiarci su dei divanetti e guardare una danza di dervisci rotanti in movimento circolare, di colori che si mescolano, di forme che si fondono e svaniscono nell’oscurità. Il sancta santorum della visita, la materializzazione, o sarebbe meglio dire, la smaterializzazione del corpo mentre siamo sospesi, in alto, al centro di quella torre di corpi straziati, il cui ricordo è già lontano. E tutto diventa solo musica, colore, luce, movimento e pace. Perfetto!

Samara Croci

So che è difficile credermi solo sulla base delle parole, ma se c’è tra voi qualche appassionato di fotografia, questa è una mostra che vale il viaggio a Madrid.

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Intervista a Christian Caujulle

Articoli di Caujolle su Internazionale

“Lo cierto es que el cuerpo habla, y habla mucho… Intento atrapar el cuerpo porque así atrapas a la persona, sus sentimientos, que habrán vivido esos ojos. También habla de su civilización”. (Isabel Muñoz) trad: E’ vero che il corpo parla, e parla ampiamente…Cerco di catturare il corpo, perchè così si cattura la persona, i suoi sentimenti, ciò che avranno vissuto quegli occhi. Parla anche della sua cultura.

Il Profeta e l’arte della danza sacra

InIslam, ITALIANO, pensieri sparsi su 25 aprile 2010 a 8:24 pm

Preghiera in una moschea indiana ©Samara Croci

Tra i libri che ricordo con maggiore affetto c’è Il vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago. E’ un libro che per certi versi ha cambiato la mia visione della religione cristiana e che, raccontando la storia umanissima di Gesù, le sue paure e i suoi amori, me l’ha reso più vicino. Oggi ho provato una sensazione simile al terminare il libro di Fátima Mernissi: Le donne del Profeta. C’è una notevole differenza tra i due libri: quello di Saramago è letterario, mentre quello della Mernissi è un saggio. Uno racconta la storia dell’uomo, Gesù, e l’altro cerca di analizzare la figura della donna nel mondo mussulmano. Alla fine però l’effetto è simile. Fátima Mernissi parla in modo affascinante dei testi sacri e delle donne nel mondo mussulmano, ma facendo ciò racconta anche la storia del Profeta. Ne esce un ritratto di Mohammad che, ai miei occhi, ha dell’incredibile.

In occidente siamo abituati a vedere i religiosi mussulmani come uomini barbuti, rigidi, conservatori, maschilisti e sprezzanti dei diritti umani. So che è un topico razzista, ma è difficile liberarsene. Il profilo, invece, che traccia la Mernissi del Profeta, riportando alcune storie dei testi sacri, è incredibilmente umano e vicino. Vi invito caldamente a leggere il libro, ma vorrei riportare qui le parti che più mi hanno lasciata esterrefatta. Credo che leggere alcune di queste riflessioni e di spezzoni, ci possa aiutare a togliere di mezzo parecchi stereotipi e ad avvicinarci un poco a questa religione, alla sua bellezza e al suo messaggio originario che, come in tutte le religioni delle origini, aveva un contenuto che parlava di fratellanza, amore, rispetto e speranza per un nuovo ordine.

Santa Sofia Istanbul ©Samara Croci

Il Corano è il libro sacro che contiene le rivelazioni di Allah raccontate a Maometto attraverso l’Arcangelo Gabriele. Le prime visioni furono incontrollate e spaventose per Maometto, ma successivamente divennero la risposta alle domande che la nuova comunità mussulmana poneva al suo Profeta riguardo la vita quotidiana. Il Corano non ha un ordine cronologico ma didattico, dai precetti più importanti e più largamente analizzati a quelli meno, ed è affiancato da un enorme corpus di testi che narrano le vicende del Profeta attraverso i racconti dei suoi contemporanei. Se potessimo raccontare queste vicende in poche parole, potremmo dire che rappresentano l’avventura della nuova comunità di mussulmani, che si riunisce attorno a Maometto, e sogna di costruire un nuovo ordine, una nuova umma (comunità), unita attorno ad un unico Dio e diversa dalle tribù politeiste e selvagge che li circondavano. E il Corano rappresenta gli sforzi di questa comunità, le sue domande e le rivelazioni di Allah. Però il libro racconta inevitabilmente anche della vita quotidiana del tempo: dalle grandi guerre, fino alle piccole vicende, e racconta la storia di Maometto, dei suoi amori, dei suoi timori e delle sue battaglie quotidiane.

Moschea grande Istanbul ©Samara Croci

Dalle parole della Mernissi, viene fuori un Profeta cortese e timido, che in tutte le vicende raccontate nel Corano e nei resoconti dei contemporanei, si mostra rispettoso e comprensivo con le sue mogli, con cui ha un rapporto di parità. Le consulta su questioni politiche, Aisha lo accompagna perfino in spedizioni di guerra, e in gran parte del Corano si nota il suo sforzo per difenderle dagli attacchi della comunità ancora maschilista e conservatrice. Era un uomo che cercava sempre di mitigare i conflitti e di rimanere calmo di fronte agli attacchi a cui rispondeva con le parole, la sua arma di seduzione più potente. Umanissima anche la paura e l’insicurezza che Maometto racconta di provare dopo le prime rivelazioni dell’Arcangelo. La prima persona a cui le racconta spaventato è la moglie Jadiya. Lei, era una mercante di grande successo per la quale Maometto lavorava. Jadiya aveva molti anni più di lui, è fu la prima a convertirsi alla nuova religione mussulmana. Dopo la morte di Jadiya, Maometto si sposerà con diverse donne, stringendo alleanze politiche con le tribù. Tra queste ci saranno anche due donne ebree, una cristiana, Maria la Copta, e una schiava di guerra, che libererà lasciando interdetti i suoi uomini.

Lo storico e teologo Tabari, nella sua versione araba del Tarij, fa una descrizione fisica del Profeta parlando dei suoi fluenti capelli, del collo lungo e della sua camminata energica. Nella versione persiana del testo, aggiunge anche una parte sulla descrizione del sorriso di Maometto e dice che c’era tanta dolcezza nel suo viso che quando ci si trovava in sua presenza, non ci si poteva più allontanare da lui.

La vita di Maometto era pubblica, sotto gli occhi di tutti fin nei dettagli più intimi, e sarà proprio questa parte quella che utilizzeranno i suoi contestatori per tenerlo sotto scacco, arrivando perfino a far cadere sulla sua moglie preferita, Aisha, un’accusa di infedeltà. Maometto in questo caso convocherà una riunione pubblica in cui risponderà alle accuse dicendo “Come osate portare il sospetto nella casa del Profeta?” e difendendo a spada tratta l’onore di Aisha.

Parte della nuova religione era anche il cambiamento dei costumi tribali: la schiavitù, la pessima condizione delle donne e le razzie di guerra. Su questo punto Maometto perderà, per certi versi, la sua battaglia. Nelle prime predicazioni postula una nuova società basata sulla responsabilità dell’individuo, sul rispetto delle donne e la loro parità, sui diritti di tutti gli uomini e contro la schiavitù e i saccheggi. Poi, con il tempo, e in parallelo con l’indebolimento della sua influenza sulla comunità e con l’aumento della corruzione, questi precetti andranno dissolti e storpiati dagli interessi politici ed economici, e anche il Corano subirà delle distorsioni e sarà oggetto di interpretazioni “pilotate” per interessi che nulla avranno a che fare con la religione. In questa lotta per il cambiamento, Maometto, già avanti con gli anni, sacrificherà il discorso rivoluzionario sulla donna e sulla schiavitù, in nome della pace nella comunità e della continuità della religione. In fondo, in 62 anni di vita, era difficile rivoluzionare tanto una società che partiva da un’organizzazione tribale politeista, basata sul saccheggio, la violenza e la legge del più forte.

profeta ©Samara Croci

C’è un passaggio della Mernissi che trovo stupendo, sulla figura del Profeta. Lo riporto qui sotto traducendolo dallo spagnolo.

“Un Profeta è prima di tutto un uomo che conosce l’arte della danza sacra, una danza dalla coreografia difficile, tra un Dio idealista e in fondo, lontano, estraneo e celestiale, e degli uomini che soffrono, prigionieri di una terra dove regna la violenza e l’ingiustizia. (…) Essere Profeta, a differenza di quello che credeva Musailima (un falso profeta), consiste nell’incitare la gente ad andare il più avanti possibile, a tendere verso una società ideale. (…) E Maometto era veramente un Profeta, un costruttore d’orizzonti tanto vasti che al solo contemplarli venivano le vertigini.”

Samara Croci

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Sotto l’hyjab… ancora la vecchia politica

Inattualità, donne, Islam, ITALIANO, politica internazionale su 25 aprile 2010 a 6:50 pm

Tipi di indumenti/veli mussulmani da El Pais

Mentre Francia e Inghilterra si scontrano con il burqa e il niqab, la Spagna dà segni di maggior sensatezza nel concentrare il dibattito sull’hyjab mussulmano, il velo. Per lo meno stiamo parlando di un indumento che viene utilizzato da un numero maggiore di persone e che è uno dei simboli della religione mussulmana menzionato anche nel Corano. Del burqa o del niqab, invece, nel Corano non se ne parla e sono semplicemente simboli dell’islamismo estremo che hanno a che fare, più con l’ignoranza e con il maschilismo, che con la religione (malgrado i tentativi di trovargli una giustificazione religiosa).

A far nascere questo dibattito mediatico in Spagna, è una ragazzina di 16 anni di nome Najwa Malha che frequenta la scuola pubblica di Pozuelo, vicino a Madrid.  La ragazzina è spagnola, figlia d’immigrati marocchini e quest’anno, secondo quanto dice lei stessa e i genitori, ha deciso di indossare il velo mussulmano volontariamente. Il padre, pare si sia perfino opposto invitandola ad aspettare la fine dell’anno scolastico. La scuola l’ha sospesa e le ha impedito l’accesso perché esiste un regolamento interno che vieta agli alunni di indossare qualunque copricapo. Il governo Zapatero si è opposto a questo regolamento mentre l’amministrazione di destra della comunità di Madrid, l’ha appoggiato. Ed ecco servito lo scontro politico. La scuola però non ha ceduto, e mantiene il regolamento e l’espulsione di Najwa. Ora la ragazza dovrà cambiare scuola, forse perdendo l’anno scolastico, e tre delle sue compagne, per solidarietà, hanno cominciato ad indossare il velo.

Bambina a scuola con il velo, Kabul ©Samara Croci

Questi i fatti, e mille poi le opinioni che il dibattito ha scatenato: da quelle politiche, a quelle legali, fino a quelle culturali. Possiamo allora stare qui a parlare di come un regolamento interno possa andare contro il diritto costituzionale di libertà religiosa, possiamo anche parlare della legittimità del regolamento, nato a suo tempo per impedire ai membri delle bande di strada (come i latin king) di portare segni distintivi della loro appartenenza. Possiamo anche interrogaci sulla laicità del sistema scolastico, ma il punto per me che non si può perdere di vista è che obbligare questa ragazzina a togliersi il velo le sta provocando uno shock tale che la spinge ad incaponirsi nella sua decisione nel migliore dei casi,  e che, nel peggiore, la potrebbe mandare dritta nelle braccia dell’estremismo religioso e culturale. Non c’è dubbio infatti, che a quest’età soprattutto, le proibizioni causano una ribellione ancora più forte.

Detto ciò, che per me è l’elemento più importante da comprendere, possiamo anche tornare a fare due chiacchiere sull’incompatibilità del diritto alla libertà religiosa con la laicità della scuola e chiederci cosa voglia dire laicità. Parliamo di eliminare qualunque simbolo religioso o permetterli tutti? Perché nel primo caso, non può proprio esserci compatibilità con la Costituzione, perché mi toglie la possibilità di esprimere la mia credenza religiosa e di indossarne i simboli. Nel secondo caso, se tutti i simboli o manifestazioni religiose sono permesse e la libertà d’espressione è tollerata per tutti, subentrano scenari difficili in paesi che ancora faticano a digerire l’immigrazione e le diversità. Che dilemma! Molti qui in Spagna appoggiano il regolamento della scuola in questione, che proibisce qualunque copricapo, dicendo che se si autorizza l’hyjab di Najwa, allora anche i delinquenti di bande a cui la comunità di Madrid ha dichiarato guerra, come i latin king, potrebbero tornare ad indossare i berretti che portano i simboli d’appartenenza delle bande. Non sono mussulmana, ma l’idea di paragonare un velo mussulmano con il berretto di un delinquente, mi sembra una bestialità. Non è che siccome vale il velo, allora valgono i berretti dei latin king o la svastica! Cerchiamo di utilizzare il cervello! Ma in fin dei conti, se proprio vogliamo fare un regolamento, per me, basterebbe proibire indumenti e oggetti che limitano la concentrazione e l’attività scolastica o che inneggiano alla violenza. Perché alla fine, diciamocelo, che minaccia può rappresentare il velo sulla testa di una ragazzina che lo indossa volontariamente? Portasse un burqa lo capirei: svilisce e annulla la donna ed è un simbolo islamico estremista che oltretutto le impedisce di avere un contatto con il mondo. Ma un velo? Ci rendiamo conto di qual è il punto di questa polemica, che ormai è diventata una guerra politica tra il partito popolare (della comunità di Madrid) e il partito socialista (del Governo di Zapatero)? No perché se parliamo dell’indumento, mi pare che stiamo esagerando, e se invece parliamo di quello che gli sta dietro, allora dovremmo rivedere l’artico della Costituzione che parla della libertà d’espressione religiosa.

Come ho detto in un commento precedente, credo che il mondo arabo mussulmano, in questi ultimi anni stia affrontando un cambiamento epocale, spinto dalla ricerca di una nuova  identità (dopo il crollo dell’impero ottomano e dell’impero coloniale). Noi “occidentali” e non mussulmani siamo solo spettatori, non illudiamoci di poter pilotare le cose, però sì che le nostre risposte a questioni quotidiane di questo tipo, avranno un peso. Le nostre reazioni, in qualche modo, influiranno su questi cambiamenti e sulla nuova identità mussulmana e araba che ne verrà fuori. L’incomprensione e il rifiuto dell’altro, l’umiliazione e il razzismo hanno sempre provocato, nel migliore dei casi un muro e nel peggiore, una risposta uguale e contraria, mai un chiarimento. Per questo credo che Najwa dovrebbe essere lasciata in pace, libera di fare le sue scelte e di muovere i suoi passi nella difficile linea di divisione tra i due mondi che formano la sua cultura (Spagna e Marocco). Le soluzioni che troverà lungo il percorso, aiuteranno tutti noi ad una migliore convivenza.

Samara Croci

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Un cortometraggio interessante sulla questione del velo

Per accelerare l’integrazione tra la gente della Mecca e quelli di Medina, Maometto decise di ricorrere a rituali che creassero un legame di fratellanza (muajat): ad ogni ansâr (abitante di Medina), assegnava un fratello immigrato, del quale, in un certo senso, egli doveva assumersi la responsabilità, per aiutarlo a vincere la sensazione di spaesamento. (Riportato da Fátima Mernissi in Le donne del Profeta, cap VI)

In questa stanza oggi ci sono persone da diversi paesi: Italia, Marocco, Francia, Germania, Spagna, Argentina e Palestina. Pensate che magnifica cena potremmo fare se ognuno cucinasse un piatto della sua terra. Questa è la diversità. Non vi sembra che abbia delle potenzialità incredibili? (Frase di una donna spagnola di origine marocchina, in chiusura di una conferenza sull’immigrazione in Spagna)

In italiano – Ultimo articolo sulla Repubblica sul tema delle proibizioni europee al velo integrale

Le donne del Profeta per i diritti civili

Inattualità, donne, Islam, ITALIANO, pensieri sparsi, politica internazionale su 18 aprile 2010 a 10:21 pm

 

In classe, Kabul 2002 ©Samara Croci

La percentuale di donne nelle università, nel mondo arabo e mussulmano, è molto maggiore rispetto al mondo occidentale. La rivoluzione, per le donne di questi paesi, inizia dall’istruzione, nelle università, non dallo Stato. Mentre gli Stati orientali, importano con relativa facilità i modelli occidentali-consumistici che penetrano nella cultura locale, non cambiano altrettanto facilmente la società civile e la politica.

 

poster in un salone di bellezza a Kabul 2002 ©Samara Croci

Bisogna premettere che la religione mussulmana è una religione che penetra, per le sue stesse premesse, in ogni ambito della vita privata e pubblica. Inoltre, nel mondo arabo-mussulmano, l’individuo conta concettualmente meno della collettività. In questo ci dividono infatti, le mille correnti della filosofia dell’individualismo e dell’esistenzialismo. La religione mussulmana nasce sognando di creare una Umma, una comunità di credenti che condividono una cultura e una religione. Essendo un elemento di condivisione, la religione mussulmana, ma in generale tutte, sono il rifugio perfetto nei momenti di crisi e disgregazione. Per questo stiamo assistendo in questi anni ad un grande ritorno alla religione. Non fanno eccezione i mussulmani-arabi che, minacciati da guerre e disgregazione, e da una dissoluzione dei valori tradizionali e delle democrazie, ritornano alla religione che li unisce culturalmente e politicamente.

 

Donna, Kabul 2002 ©Samara Croci

In questa trasformazione, che è solo agli inizi nel mondo mussulmano e arabo, le donne sono quelle che più stanno soffrendo di ingiuste imposizioni che spesso hanno a che fare più con il maschilismo che con la religione. Analizzando infatti il Corano, molte delle restrizioni abominevoli che gli si impongono, non esistono, e sono state inventate nel tempo e per interesse, da una società patriarcale e spesso arretrata e disgregata a causa della colonizzazione, delle lotte politiche e delle continue divisioni messe in atto dalle potenze coloniali dopo la dissoluzione dell’Impero Ottomano. Come in tutto il mondo, le donne sono quelle che più soffrono d’ogni situazione avversa, insieme ai bambini. Ma le donne mussulmane e arabe sono ben lontane dall’accettare queste regole retrograde, e la ribellione, seppur lenta e silenziosa, c’è. Un elemento forte di cambiamento sono le donne che emigrano a paesi occidentali lasciandosi finalmente dietro le spalle la famiglia, con il suo stretto controllo e le regole sociali asfissianti. Nei paesi in cui emigrano si trovano di fronte a situazioni difficili, ma provano una libertà e un’indipendenza nuove, che inevitabilmente le cambia. Dall’altro lato, c’è la formazione di correnti femministe di diverso tipo, direttamente nei paesi arabi e mussulmani. Il femminismo mussulmano è una corrente che cerca una mediazione tra il femminismo occidentale e la tradizione religiosa mussulmana, mentre lotta per i diritti civili. Si coglie perfettamente leggendo il libro Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi.

 

Donne guardando le vetrine a Kabul, 2002 ©Samara Croci

Credo che il femminismo mussulmano abbia dei valori che il nostro femminismo occidentale, ha, con il tempo, dimenticato, facendosi annebbiare dalla lotta per l’uguaglianza a tutti i livelli. Abbiamo perso la nostra specificità per cui, quando con grandi sacrifici e lotte noi donne arriviamo a posizioni di potere pari agli uomini, dimentichiamo noi stesse e finiamo per imitare il loro modello di potere e di gestione. Dall’altro lato, ancora più grave è il fatto che a differenza del femminismo mussulmano, non lottiamo più per i diritti civili, abbiamo perso l’aspetto “politico” della lotta femminista: quello che smuove la società civile e che si batte per una maggiore democrazia. Le studentesse di cui si parla in Leggere Lolita a Teheran, sono donne con una grande dignità femminile, che rifiutano il modello occidentale che in parte nasce da un “maschilismo femminista” fatto di eguaglianza (dobbiamo veramente aspirare ad essere uguali?) e provocazione, ma che, secondo loro, snatura la donna della sua femminilità. Il loro femminismo inoltre, ha una forte componente politica, tradizionale e religiosa. Pur essendo un movimento laico, non è ateo e lotta principalmente per uno stato moderno e democratico. E se pensiamo che i nostri Stati siano democratici, forse dovremmo dare un’occhiata alle politiche nei confronti degli immigrati e alla politica estera di tutti i nostri paesi occidentali.

 

Ragazze indiane, Kashmire ©Samara Croci

E’ difficile raccontare questo delicato equilibrio del femminismo mussulmano, perché noi occidentali vediamo sempre il mondo arabo-mussulmano con il filtro degli stereotipi di stampo coloniale. Però, è un equilibrio e insieme una forza, che credo possano darci molti elementi nuovi o perduti, e molto su cui riflettere. Forse, qui da noi, ci siamo ammarate in un cambiamento di “estetica” (superficiale), ma abbiamo perso di vista i diritti civili e il dialogo continuo per trasformare la società civile, per renderla più democratica. E oggi, mentre noi dimentichiamo sempre più spesso di scendere in piazza a manifestare per i nostri diritti, le donne mussulmane e arabe, portano avanti piccole conquiste, ottenendo il divorzio, la protezione in caso di maltrattamento (la nuova legge in Marocco è più efficace di quelle italiane o spagnole), scendono nelle strade per le lotte civili del movimento verde in Iran o per la ribellione nella Palestina occupata. Leggo e sento molti racconti di lotta dalle donne dei paesi arabi e mussulmani. In pochi anni, dalla fine del colonialismo, questi paesi sono cambiati molto e moltissimo hanno ancora da fare per ritrovare la loro identità. Le donne arabo-mussulmane sono il grande motore che guiderà questi cambiamenti, ne sono sicura. Non sono invece altrettanto certa che le donne occidentali avranno un ruolo altrettanto importante nei loro paesi, anche perché molte ragazze delle generazioni più giovani, sono imbevute di modelli “maschilisti” e retrogradi, che relegano la donna alla posizione di oggetto plasmato dai desideri maschili. Purtroppo, da questo pozzo d’ignoranza è difficile uscire quando, come in Italia, si è smesso di investire e di valorizzare l’educazione e manca ancora una società civile forte e strutturata.

Samara Croci

 

Bambine a Imichil, Marocco ©Samara Croci

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“Rifugiarsi nel passato è un modo di assentarsi dalla realtà. E’ un’assenza suicida.” (Fátima Mernissi)

Su questo tema del femminismo nel mondo arabo e mussulmano, consiglio vivamente i libri di Fátima Mernissi: Le donne del profeta o, per un confronto tra Oriente e Occidente: L’harem e l’Occidente

E anche: Nawal A-Saadawi, i cui libri più conosciuti non sono però ancora stati tradotti in Italia: Memorie dalla carcere delle donne e Donna al punto 0.

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