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Internazionale a Ferrara: domenica, finale di folla

In2010, attualità, Internazionale a Ferrara, Islam, ITALIANO, politica internazionale, religione su 5 ottobre 2010 a 1:54 pm

Domenica: siamo agli sgoccioli, ma come sempre Internazionale ha riservato per quest’ultima giornata un finale con il botto. Due conferenze attirano l’attenzione di tutti concentrando le peggiori code di quest’edizione del Festival dove i tagliandi avevano finora contenuto le terribili attese. Le conferenze top sono quella su Islam ed Europa e quella sul giornalismo investigativo. Prima di arrivare però a queste, la mia mattinata è iniziata con un giretto per la piazza municipale con Raúl, dove si preparava la conferenza sulla spazzatura a tavola e gli scarti dell’industria alimentare. Raúl, per interesse professionale e anche, credo, per scroccare la colazione :) ha assistito a questa conferenza, non senza prima aver preso un buon caffè fresco con me al bar della piazza ;)

Io mi sono avviata con Edoardo alla conferenza sulla “Creatività al potere”, mentre la mia fidata corrispondente andava a quella di “Aiutare, soccorrere e proteggere: i civili nel mirino”. Dopo aver sentito racconti da tutti, devo dire che Edoardo ed io abbiamo scelto la peggiore, purtroppo. Pare che quella di “Aiutare, soccorrere e proteggere” fosse molto interessante, perché spiegava cosa fosse il Global Center for the Responsability to Protect. Comunque io mi sono recata alla conferenza “La creatività al potere”. Purtroppo non vedo cosa ci fosse in comune tra il titolo e la conferenza a cui abbiamo assistito. Certo, si parlava di riviste letterarie, ma senza nessun riferimento al loro ruolo nella società civile, a parte dire che erano un utile elemento di svecchiamento e di contro censura della Stampa. Della conferenza, potrei solo riportarvi alcuni link di riviste letterarie interessanti che potete trovare qui, sul il blog di Orazio. Adoro il moderatore, Goffredo Fofi, ma la prima domanda che invitava ogni relatore ad introdurre la sua storia e quella della sua rivista, ha tolto troppo tempo al dibattito che doveva spiegarne il potere e la necessità nel panorama dell’attualità mondiale. Io mi aspettavo una conferenza più simile a quella di quattro anni fa (Letteratura. Un mondo di storie: narrativa e giornalismo).

Dopo la conferenza, in previsione di un pomeriggio intenso, ci siamo dati appuntamento per mangiare una piadina in piedi, in fila per la conferenza sull’Islam: “Uno spettro si aggira per l’Europa”. Edoardo desiste, e decide di optare per il maxischermo, mentre Raúl entra per stare solo mezzora e riuscire a prendere il tagliando per la conferenza successiva con Dana Priest.

Con una deliziosa piadina di speck e fontina nello stomaco, ci apprestiamo allo spettacolo simil-televisivo della conferenza moderata da Lilli Gruber. I conferenzieri erano: Ian Buruma, Tariq Ramadan e Olivier Roy.

 

Uno spettro si aggira per l’Europa © Samara Croci

 

In sala c’è uno stuolo di ragazze con hijab colorati in testa, che all’arrivo di Tariq Ramadan urlano e applaudono emozionate come le groopies delle star del rock degli anni passati. Mia madre dice che le capisce dato che Tariq è un uomo affascinante. Io non penso sia solo quello. La realtà è che Ramadan è uno studioso d’Islam riformista ma anche molto spirituale, che capisce e parla dei problemi dei giovani mussulmani che vivono in Europa e che ogni giorno rinegoziano l’equilibro tra le esigenze quotidiane europee e le loro credenze religiose. L’entusiasmo di quelle ragazze era indirizzato ad un personaggio che le capiva, che le difendeva con le sue conferenze per il mondo, che sapeva spiegarne le inquietudini e sbatterle in faccia agli europei con il loro linguaggio.

Peccato che dopo tanto criticare il sistema della tv italiana, con i suoi dibattiti politici per “opinioni in pillole”, nel festival si ricrei una situazione simile, che non dà molto spazio all’approfondimento, ma più allo scontro e al dibattito a suon d’applausi del pubblico, che obbliga i relatori al contrattacco e alla difensiva. Le domande, più che per capire ed approfondire, erano fatte per pungolare e provocare. Il relatore che più mi è piaciuto è stato Olivier Roy che non cadeva nelle trappole facili del moderatore, ma riusciva a spiegare le cose in modo distaccato, disteso ed ottimista. Mi è venuta voglia di leggere il suo libro Global Muslim.

Sarà perché è un tema sul quale ho approfondito molto, ma esco da questa conferenza senza nuove chiavi d’interpretazione del tema. Non sento di potervi dire un gran che sulla conferenza, realmente mi è sembrato uno di quei dibattiti tv in cui alla fine potesti raccontare come uno ha lottato con l’altro su questo o quel tema, ma dove non si è progredito un gran che. Mi riservo di dedicare un articolo alle teorie di Tariq Ramadan quando abbia terminato alcuni dei suoi libri che ho comprato.

 

Reporter Top Secret, Dana Priest © Samara Croci

 

Usciamo di corsa da questa conferenza per prepararci all’altra: Reporter Top Secret con Dana Priest, Hu Shuli, Horacio Verbitsky e il moderatore, Antonio Stella. Purtroppo il problema del moderatore non del tutto appropriato, a mio avviso, si ripete amplificato,  sprecando un po’ la forza e le potenzialità degli ospiti. L’incontro si riduce alle domande su come siano state per ognuno degli invitati le loro prime investigazioni giornalistiche, su come la politica possa pilotare le inchieste giornalistiche per i suoi fini e sulla questione economica e organizzativa del giornalismo d’investigazione. Tutto però molto all’acqua di rose. Si è poi aggiunta una domanda su internet e una dal pubblico su quali siano le strategie di un giornalista d’investigazione. Grandi temi assenti sono stati wikileaks, le fondazioni private di giornalismo d’investigazione e i metodi alternativi di finanziamento (cose solo accennate). Dana Priest ha accennato al fatto che lavora con un’assistente ricercatrice, ma non si è approfondito il tema, ne si è parlato molto delle sue inchieste con cui ha vinto il premio Pulizer.

La conferenza comunque, fra alti, bassi e precipizi di gaffe di Stella, si conclude, a mio avviso, con la sensazione di aver perso un’opportunità per spremere a fondo tre dei migliori giornalisti al mondo, dei luminari di questa professione. Un peccato! Questo non toglie che durante la chiusura, quando Giovanni De Mauro compare con il sindaco di Ferrara per la chiusura del Festival, mi alzi ad applaudire entusiasta. Il festival di Ferrara continua ad essere un miracolo in questo paese. E se ora sono più esigente sulle conferenze, è proprio grazie ad Internazionale che mi ha fatto crescere e mi ha viziata in questi anni con incontri incredibili.

 

Fine festival e foto ricordo © Samara Croci

 

Mi sarebbe piaciuto andare a vedere The Red Chapel, ma sono già passate le 19 quando usciamo dal Teatro. Con Raúl ed Edoardo ci facciamo delle foto ricordo, e dopo delle buonissime tagliatelle con il ragù, si torna a Milano con un bagagliaio pieno di panfortini al cioccolato e libri, entrambi scorte di dolcezza che serviranno a sopportare il resto dell’anno senza Ferrara e senza il festival. Arrivederci, al prossimo anno.

Samara Croci

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Sei anni sulle tracce del terrorismo internazionale

InAntonio Salas, attualità, Islam, ITALIANO, persone, politica internazionale, religione su 17 agosto 2010 a 8:04 pm

Abraccio fraterno, Marocco ©Samara Croci

Lui si chiama Antonio Salas, e il mio desiderio più grande è che partecipi al festival di Internazionale a Ferrara, il primo weekend di ottobre. Non credo che sarà possibile perché Salas è un giornalista d’investigazione spagnolo di cui non è mai stata resa pubblica l’identità. Antonio Salas è un nome falso, il nome con cui da diversi anni pubblica i suoi libri e i suoi reportage. Nell’altra vita, Antonio Salas è un giornalista, ma quasi nessuno ne conosce l’identità. Il suo primo lavoro che raggiunse la popolarità in Spagna fu Diario di uno skin. Il libro, e successivamente i reportage, sono il frutto di una infiltrazione nei gruppi di estrema destra spagnoli. Terminato quel lavoro, Salas tornò sotto copertura per infiltrarsi nelle mafie russe del traffico di donne. Da quell’anno di investigazione nacque il libro: L’anno che trafficai con le donne. Salas si finse trafficante di donne, sondò il mercato, i traffici delle mafie africane e russe, il mercato delle minorenni schiave e registrò tutto. Oltre che un investigatore attento, è infatti prima di tutto un giornalista televisivo e ogni suo lavoro di investigazione è minuziosamente preparato, ma anche attentamente registrato con camere nascoste, documenti e registrazioni audio.
Finita l’investigazione sul traffico di donne, mentre si preparava il processo alla banda di skinheads in cui era stato infiltrato, a Madrid succede qualcosa d’incredibile: la stazione di Atocha è presa di mira da terroristi islamici in un attentato inaspettato e mortale, è l’11 marzo del 2004. Salas che dopo l’investigazione sul traffico di donne, era convinto di prendersi una pausa per ritrovare se stesso, e perfino seguire una terapia psicologica per uscire dai traumi di quel lungo anno sotto copertura, decide di rimettersi in gioco. Madrid è attonita di fronte agli attentati. A livello politico, come a livello umano, il caos è enorme. Salas decide di reagire come sa fare lui. Si propone di cercare di capire, di investigare, di scavare a fondo e decide di diventare Muhammad Abdallah, un venezuelano di origine palestinese che si farà largo per il mondo mussulmano, seguendo la pista del terrorismo internazionale di matrice islamica. Ma Salas, per quanto folle nei suoi propositi di infiltrazione (glielo faranno notare tutte le sue fonti e i suoi contatti nelle forze dell’ordine), prepara attentamente la sua copertura spendendo questa volta anni per preparare il suo personaggio e per diventare un mussulmano vero.

Chiacchere tra amici, Marocco ©Samara Croci

Quest’anno è uscito il libro, El Palestino (Il palestinese), che racconta di quest’investigazione durata quasi sei anni. Anni sotto copertura, facendosi crescere la barba, scurendosi la pelle, imparando l’arabo, creando contatti e vivendo due o tre vite in contemporanea, ma soprattutto, studiando, sé stesso e gli altri, e scontrandosi con i propri preconcetti da occidentale che giudica il mondo mussulmano. L’investigazione ha portato Salas a viaggiare per l’Europa, il Medio Oriente e l’America Latina, a conoscere pressoché tutti i gruppi terroristi e ad avere contatti con loro. Da questi sei anni, emerge un libro di 600 pagine, fitto di dati, di intrecci e di notizie poco conosciute. A livello giornalistico il libro ha un valore enorme e potrebbe essere lo spunto per centinaia di altre investigazioni sul traffico di armi, sulla droga, sui campi di addestramento paramilitari, sulla guerra mediatica a Chavez e molto altro. In parallelo c’è la storia personale, non tanto della trasformazione esterna di Salas, quanto del suo cambiamento interiore, della battaglia, di cui parla, tra il creare amicizie, stringere rapporti con gruppi di terroristi, e allo stesso tempo mantenere le distanze, coinvolgersi e insieme rimanere al margine, conoscere le nostre ragioni e calarsi nelle loro ragioni e nelle loro storie di violenza quotidiana. Quello che non vi racconto è un intera miniera di fatti che sono citati, di personaggi e storie di cui si racconta nel libro.
Qui in patria, c’è stata, un po’ come per Saviano da noi, una campagna di denigrazione da parte di alcuni. Onestamente queste accuse non mi sembrano interessanti. Non c’è dubbio che El Palestino sia un libro avvincente, frutto della mente di un grande scrittore e di un giornalista che, dovendo raccontare sei anni della sua vita, mescola i fatti politici con i tumulti del suo cuore, le paure e le soddisfazioni di un’estenuante investigazione. Però è anche vero che di tutto ciò Salas ha documenti e registrazioni che proprio in questi giorni sta cercando di ordinare in un reportage, e chiunque voglia investigare la veracità dei fatti potrà farlo.
I libri di Salas purtroppo non sono usciti in italiano, e non so se El Palestino avrà miglior fortuna. Per questo mi sembra ancora più importante che Salas partecipi al Festival di Internazionale, per parlare della sua investigazione e per diffondere la sua esperienza, che per me è stata illuminante, non solo sul mondo mussulmano ma anche sul terrorismo internazionale. Come ho detto, non credo che sarà possibile dato che Salas è un giornalista minacciato di morte da diversi gruppi e mafie, e l’unica cosa che lo protegge e che gli permette di continuare a lavorare è l’anonimato. Nelle poche interviste che ha rilasciato, la voce era distorta e l’immagine totalmente nascosta. Se non sarà possibile la sua partecipazione al Festival, spero che almeno sarà tradotto il libro in Italia. E se così non fosse, almeno quelli di voi che leggono lo spagnolo potranno comprarlo o almeno dare un occhiata al documento qui allegato che è una pagina tratta dal libro per me molto significativa.

El Palestino, Antonio Salas, p. 593, Temas de Hoy.

El Palestino, Antonio Salas, p. 594, Temas de Hoy.

Vi lascio con una citazione dalle ultime righe del libro (tradotte al volo da me), e spero che vi uniate a me nel chiedere a Internazionale che Antonio Salas partecipi al festival!
“Ancora una volta, suppongo che immaginare un mondo senza violenza, così come senza prostituzione e senza odio razziale, sia un’utopia. Pero in realtà non importa. Forse non è possibile cambiare il mondo, però ciò che è importante è che nel tentativo di cambiarlo, noi cambiamo. Un antico proverbio arabo dice: “Cerca di raggiungere la luna con una pietra…Non ce la farai mai, però finirai per maneggiare meglio di chiunque altro la cerbottana”.

Samara Croci

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I titoli dei libri di Salas che ho citato sono in italiano perché l’ho tradotti io. Come dico, non sono stati tradotti. I titoli originali sono: Diario di un skin e El año que trafiqué con mujeres e l’ultimo, El Palestino.

La web ufficiale di Antonio Salas: http://www.antoniosalas.org/

Salas ha messo on line le prime pagine del libro. el_palestino_primeras_paginas

Un piccolo reportage sui primi due lavori di Salas: “Diario di uno skin” e “l’anno che trafficai con le donne” (spagnolo)

Un altro video composto con alcune scene della camera nascosta di Salas nell’investigazione sul terrorismo internazionale

Percorsi verso l’estasi

Inarte, fotografia, Islam, ITALIANO, religione su 17 luglio 2010 a 5:52 pm

Torre del Canal Isabel II, Madrid ©Samara Croci

Il mio interesse per i sufi risale ad un tempo più lontano, però quando ho visto “sufismo” e Christian Caujolle uniti in un unico articolo che parlava di una mostra fotografica a Madrid, mi sono detta che non potevo perderla. Ed è stata meravigliosa anche se sono cosciente dell’impossibilità di spiegarvi quanto sia stata bella.

Ma iniziamo dai dati. Il titolo è “El amor y el extasis” e la fotografa è Isabel Muñoz. Se volete vederla, dovete affrettarvi perché sarà a Madrid, in occasione di Photo España 2010, fino al 29 agosto, presso la Sala del Canal Isabel II (Santa Engracia 125 – Canal/Rios Rosas).

Secondo il sufismo la vita è un cammino fatto di strade che si incrociano, di esperienze che ci cambiano. Io a questa mostra ci sono arrivata seguendo vari cammini.
Isabel Muñoz è una fotografa che ha dedicato tutta la sua carriera allo studio del corpo. Sfoglio il suo libro, è ci sono foto di ballerini di tutto il mondo, artisti cistercensi, statue, toreri, dettagli di corpi, curve, arti marziali, tatuaggi tribali e riti religiosi. In ogni caso i corpi, il movimento e la plasticità delle forme sono i protagonisti delle sue foto, sempre in bianco e nero, fino a quest’ultimo lavoro sull’estasi, a colori. Secondo elemento che mi ha portata a questa mostra, è stato Christian Caujolle, un photoeditor eccezionale che ho potuto vedere di persona e ascoltare all’ultimo festival di Internazionale a Ferrara, e mi ha lasciata senza parole. In questo caso, Caujolle è curatore della mostra insieme a Blanca Lleó. Terzo percorso sul quale mi trovavo, e che mi ha portato alla mostra, è stato ovviamente il sufismo. E’ vero che la mostra non riguarda solo i sufi, ma anche i fedeli della confraternita Al Qadiriya, però è anche vero che la mostra è costruita come un percorso e il termine ultimo, sono i dervisci rotanti (che appartengono al sufismo).
E’ quasi impossibile descrivere cosa sia il sufismo dato che secondo questa filosofia, dare un etichetta, una definizione, alle cose è mettergli un limite e distruggerle. Dato che è impossibile fare anche solo un riassunto di ciò che è il sufismo, rimaniamo con due idee importanti: il concetto di cammino e quello di spiritualità. Si potrebbe dire che per il sufismo, la vita è un percorso continuo di crescita e d’esperienze, per raggiungere l’amore puro. E, parte di quell’amore puro che i sufi e molte delle religioni del mondo cercano, è l’estasi, cioè il momento, fragilissimo e purissimo, in cui l’anima si distacca dal corpo e si avvicina e Dio. Alla ricerca di quel momento è andata Isabel Muñoz quando ha deciso di fotografare da un lato i riti iniziatici della confraternita di Al Qadiraya in Iraq (corpi tagliati e perforati con pugnali, aghi e coltelli) e dall’altro, la cerimonia dei dervisci rotanti in Turchia.
La magia della mostra però, non è costituita solo dalle foto, ma dal fatto che, quello stesso percorso che i fedeli di queste due tradizioni religiose seguono per raggiungere l’estasi, sia il percorso che lo spettatore compie nel visitare la mostra. L’esposizione infatti si trova in una vecchia torre di raccolta dell’acqua ristrutturata. All’entrata, c’è una foto gigante nel mezzo dell’oscurità totale, in alto, come il crocifisso di una chiesa. E’ un uomo con una ferita al costato, che guarda verso l’alto, lontano, con un sentimento di vero distacco, d’estasi. Girando, al piano terra, alle pareti della torre circolare, ci sono altri ritratti e poi, si sale, sempre circolarmente, per una scala centrale in ferro. E i pianerottoli superiori dove si sviluppa la mostra sono ringhiere circolari. Anche la luce è dosata secondo il momento ed il livello in cui ci troviamo del nostro percorso di risalita verso l’estasi divina. Al secondo piano, continuano le mutilazioni rituali dei corpi, con alcuni video visibili attraverso fessure nelle pareti, perché i riti religiosi non sono qualcosa che dovrebbe essere pubblico. Siamo spettatori che spiano, che possono vedere, ma difficilmente capire vedendo. E poi, al terzo piano ci aspettano le foto dei dervisci. Indimenticabili. E infine, ultima scala, passiamo ad una stanza che si trova nascosta in quella che era la cupola che si vedeva dal basso con la proiezione del video di un derviscio rotante. In questa stanza segreta, nel punto più alto della torre, e con tutto ciò che abbiamo già visto e vissuto, ci è finalmente concesso sdraiarci su dei divanetti e guardare una danza di dervisci rotanti in movimento circolare, di colori che si mescolano, di forme che si fondono e svaniscono nell’oscurità. Il sancta santorum della visita, la materializzazione, o sarebbe meglio dire, la smaterializzazione del corpo mentre siamo sospesi, in alto, al centro di quella torre di corpi straziati, il cui ricordo è già lontano. E tutto diventa solo musica, colore, luce, movimento e pace. Perfetto!

Samara Croci

So che è difficile credermi solo sulla base delle parole, ma se c’è tra voi qualche appassionato di fotografia, questa è una mostra che vale il viaggio a Madrid.

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Intervista a Christian Caujulle

Articoli di Caujolle su Internazionale

“Lo cierto es que el cuerpo habla, y habla mucho… Intento atrapar el cuerpo porque así atrapas a la persona, sus sentimientos, que habrán vivido esos ojos. También habla de su civilización”. (Isabel Muñoz) trad: E’ vero che il corpo parla, e parla ampiamente…Cerco di catturare il corpo, perchè così si cattura la persona, i suoi sentimenti, ciò che avranno vissuto quegli occhi. Parla anche della sua cultura.

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