Appunti di Internazionale a Ferrara: sabato. “What is left of LEFT”…and of Italy?

Colazione con Internazionale

©Samara Croci

Seconda giornata del festival e come si può vedere da questa foto, il buon giorno si vede dal mattino! Arriviamo con un’ora e mezza di anticipo al Teatro Comunale. Gli anni passati ci hanno rese troppo sospettose e abbiamo esagerato. Non c’è nessuno. Per fortuna che c’è il baretto di fronte al teatro, il salvatore di molti credo, in questi giorni. Beh, seduti comodi ci mettiamo a leggere, io come al solito ho l’adrenalina da festival e non posso neppure leggere il povero Langewiesche. Ci raggiunge Edoardo che vorrebbe leggere ma non glielo permetto. Il tempo passa parlando di ultimi libri letti e della grafica di Internazionale nuova. Il piano di oggi è: “Iran la rivoluzione che verrà”, “la crisi dell’umanitarismo” e, una conferenza in cui si prevede grande interesse en affluenza che è quella sull’”Italia invertebrata e la crisi della sinistra”.

Sono sempre colpita dalla capacità che hanno gli storici di dare chiavi di lettura semplici, di interpretare i fatti alla luce del passato. Era successo l’anno scorso con Sergio Romano ed è risuccesso quest’anno con i tre storici: Paul Ginsborg, John Foot e Marc Lazar. I tre sono intervenuti all’ultima conferenza, quella sull’Italia invertebrata. Per me, una conferenza interessantissima da cui sono emersi dei punti, delle chiavi di lettura appunto dello stato delle cose oggi in Italia. Peccato che Gad Lerner, il moderatore, seppur ridendo e scherzando, ha veramente ostacolato lo sviluppo della discussione sulle responsabilità della sinistra. Com’era da prevedere l’affluenza al Teatro Nazionale è stata grandissima e anche la partecipazione del pubblico durante i vari interventi.

Gran sorpresa e tristezza per me quando all’inizio della conferenza John Foot ha spiegato che gli storici stranieri che si sono dedicati come loro alla storia dell’Italia, oggi, nel panorama scientifico siano snobbati. Triste no, per un paese che ha avuto una storia così affascinante e che ora, agli occhi degli storici stranieri, sembra un paese marginale con una bussola impazzita. A parte il mio disaccordo sulla marginalità degli attuali eventi italiani, l’osservazione è interessante anche se un po’ dura per introdurre il tema della crisi italiana. La discussione è andata quindi alle ragioni storiche. Si è parlato da un lato del peso della storia italiana, del suo ossessionante passato che a differenza di ciò che accade in altri paesi, in Italia divide. Si è detto che “il passato ossessiona quando non si riesce a leggere il presente e il futuro”. Un momento in cui forse si, siamo riusciti e abbiamo voluto con tutte le nostre forze dimenticare il passato, è stato dopo la seconda guerra mondiale. Da quel momento fino ad oggi, la società italiana è cambiata enormemente, a livello antropologico soprattutto. Le classi sociali sono cambiate, così come i valori “della campagna” cancellati in favore dei nuovi valori del profitto e del lavoro individuale. Un’etica, quest’ultima, che Berlusconi impersona pienamente e nella quale anche molti italiani oggi si identificano. Questo ha colpito duramente la sinistra, più vicina alle classi contadine e operaie ed incapace di contrastare il nuovo modello di profitto. Le armi della battaglia sono diventate impari quando Berlusconi ha creato e alimentato il berlusconismo con la figura di un leader forte e populista al quale la sinistra non ha mai saputo rispondere con un’altrettanto forte figura contraria.

La televisione intanto, già da anni alimentava il mito del profitto e poi del berlusconismo. Non dimentichiamo che secondo uno studio di Giuseppe D’Avanzo il 69% degli italiani utilizza come strumento culturale e di informazione solo il TG! E negli anni del boom in cui l’Italia finalmente dimenticava il suo pesante passato, la tv si presentava come il futuro, con il suo mondo dei consumi individuali e individualisti. La politica non sapeva rispondere ai cambi della società mentre la tv lo faceva perfettamente, in un meccanismo contorto di auto alimentazione reciproca.

Dove sta allora la rivolta a tutto ciò? Pare che ci sia. Ci sono statistiche che lo dimostrano. Secondo quanto detto, l’Italia è stata premiata da un alto “Civil Society Index” che misura la forza e l’estensione di gruppi alternativi d’opinione. Pare che il nostro paese, sia ricco di reti alternative, specialmente nel nord e nel centro, ma manca loro una voce di rappresentanza a livello politico.

In contemporanea con l’esplosione della tv, la politica, rimasta indietro, non ha saputo creare una Società con la S maiuscola e oggi questa mancanza può essere anche più dannosa della diffusione della televisione, specialmente per il giovani. Questi ultimi sono intrappolati in una società vecchia, soffocata dal fardello di un passato storico, con poche prospettive per il futuro e senza nessun investimento in loro da parte dello stato gerontocratico e corrotto. In questo clima, la sinistra è paralizzata dalla crisi e dall’incomprensione dei cambiamenti avvenuti. Non hanno saputo sfruttare le cose buone del loro passato (Turati, Matteotti e Gramsci) e non hanno saputo rinnovare l’interesse per la politica, le riforme sociali e la partecipazione civica. Quello che è chiaro, anche se triste, è che la società civile da sola non ce la può fare e serve un contributo della politica che ancora stenta a vedersi all’orizzonte.

All’ascesa poderosa del berlusconismo, la sinistra ha provato a rispondere mettendosi in discussione in una crisi perenne da cui sembra sia uscita buttando via il passato (il grande partito comunista italiano) in favore di un futuro sconosciuto. Purtroppo però, nel caos, ciò che vince è un’offerta politica chiara. La destra ha dato una risposta potente con il berlusconismo (il leader forte) e dando peso ai valori (indipendentemente dal fatto che fossero buoni o meno). La sinistra ha risposto con due mosse errone. Da un lato ha seguito nell’errore, storicamente ripetuto, di alzare un muro “staliniano” attorno a se: o sei con noi o contro di noi e chi è stato respinto è stato prontamente accolto dal pluralismo della destra. Dall’altro alto, la sinistra, con la sua filosofia dell’uguaglianza interna, non è stata in grado di far emergere un leader forte come Berlusconi. In sostanza mentre la destra narratizzava il riformismo come elemento di speranza contro la paura e l’incertezza degli italiani, la sinistra perdeva il treno chiusa nella sua perenne crisi e incapace di studiare la società. E in ultimo i movimenti di opposizione civile non trovavano  sbocchi politici.

Paese, e conferenza, totalmente diversi ma problema simile per il Movimento Verde in Iran. Anche qui, un gruppo di protesta e opposizione civica non intravede una vittoria a causa della mancanza di una rappresentazione politica e di una struttura. E’ stato un punto della conferenza sull’Iran nel discorso del giornalista Masoud Benhoud. Crede che il movimento verde possa ottenere una vittoria nei prossimi anni? No, non se continua a non avere una struttura politica che lo rappresenti.

Di nuovo alle prese con i politici dunque, malgrado la nostra grande indignazione in Italia come in Iran contro lo stato, senza una riforma politica qui non si va da nessuna parte!

Anche nel caso dell’Iran il movimento si scontra con il populismo, quello di Ahmadinejad, tanto ben rappresentato nel documentario del regista ceco Petr Lom (Letters to the president – http://www.letterstothepresidentmovie.com/ ). Petr ha raccontato molto bene il populismo di Ahmadinejad sperimentato durante il suo soggiorno in Iran per il documentario. Un populismo che sfrutta due elementi e li fonde in una miscela esplosiva. Da un lato c’è la forte presenza della storia coloniale nella cultura degli iraniani e il loro grande orgoglio e dall’altro il mito della potenza atomica paragonabile alla potenza degli stati occidentali. Mettendo insieme le due cose, Ahmadinejad ha alimentato l’orgoglio degli Iraniani: siamo potenti come i più grandi stati, non siamo da meno e ve lo dimostreremo. Niente di diabolico e incomprensibile dunque, semplicemente un governo populista e un popolo che quotidianamente vive una doppia vita, da un lato la privata, libera e moderna e dall’altro quella pubblica con le sue dure regole e le proibizioni. Una doppia vita di cui simpaticamente la regista iraniana Firouzeh Khosrovani ha fatto vedere il lato positivo. Ci ha raccontato infatti, che per lei le feste dei giovani la sera in Iran sono molto più emozionanti di quelle occidentali grazie al gusto del proibito. Il regime ha creato inconsapevolmente “una generazione perversa che ricerca il gusto per il proibito”, nei divertimenti serali così come nel cinema iraniano, pieno di linguaggi metaforici per dire senza dire!

C’è tempo per un’ultima domanda su una possibile caduta del regime iraniano. Potrà essere come quella dell’impero sovietico? Un’implosione silenziosa come il comunismo? La risposta di Masoud è stata negativa. Il regime iraniano non assomiglia a quelli totalitari perché ha tanti strati e se uno crolla, un altro lo sostituisce, non c’è solo un dittatore che cade e punto.

Rimane in ogni caso la riconoscenza per il Movimento Verde che ha saputo spezzare quell’aura d’incontestabilità che sembrava avere il regime. Ha piegato e rotto tutte le proibizioni del governo di Ajmadinejad ed è sceso in strada contro ogni divieto obbligando il mondo a raccontare cosa succedeva. Bello, anche se non so quanto effettivo, il pensiero che i migliori amici dei giovani iraniani siano i giovani europei  e anche la speranza che ad intervenire in questa difficile crisi siano, di primo impatto, i popoli e non i governi.

Queste sono state le conferenze a cui ho assistito personalmente. C’è poi stata una che mi sarebbe piaciuto seguire, la conferenza sulla crisi dell’umanitarismo. Per non perdere una voce anche da li, ho mandato una “inviata speciale”. Pare che la giornalista olandese Linda Polman abbia, come dicono gli spagnoli, dato caña all’associazionismo. In pratica pare che il povero Jean Hervè Bradol, ex presidente di Medici senza Frontiere Francia, come rappresentante prima di tutto della sua associazione, ma anche, sul palco, delle associazioni in generale, si sia dovuto difendere con i denti dalle accuse di una preparatissima Linda che, con dati alla mano, non terminava di pungolare. Un solo dato per tutti: al mondo esistono 37.000 organizzazioni non governative internazionali. Non sono forse troppe? In più pare che manchino pianificazione economica e piani finanziari che dimostrino in modo trasparente l’utilizzo delle risorse. Io non c’ero, però pare che la conferenza sia stata veramente interessante e sicuramente recupererò comprando il libro di Linda (L’industria della solidarietà).

Beh, qui finisce la giornata di sabato, domani ci aspettano dei personaggioni molto amati dal popolo dei festivalieri di Internazionale: Loretta Napoleoni e Roberto Saviano. Le code saranno pazzesche e bisognerà fare una scelta oculata.

Un’ultima osservazione volevo farla alla bravissima traduttrice dall’iraniano di Masoud Benhoud. Brava! Che memoria, non ha scritto nulla e che esposizione! Una vera interprete veramente, ha saputo dare personalità alla traduzione. Complimenti!

A presto

Samara Croci

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Un articolo super interessante da Newsweek su Berlusconi e l’Italia (tradotto da Internazionale nel numero 817).

http://www.newsweek.com/id/217155

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