La speranza di un’isola

©Samara Croci

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Si può rifiutare uno stage oggi? Nella crisi in cui ci troviamo e in cui, soprattutto per i giovani, non c’è lavoro, si può rifiutare un’offerta? E quali sono le ragioni che possono giustificare un rifiuto?

Credo che ognuno si ponga degli obbiettivi e si faccia un ordine mentale di cose più o meno importanti. Secondo me dovrebbero essere due quelle che contano: i soldi (perché non si vive d’aria) e l’apprendimento. Se le aziende non possono darci i primi, chiediamo almeno che si prendano il tempo di insegnarci qualcosa, che investano tempo e formazione su di noi, e poi, che per favore non manchi il rispetto!

Il rispetto ad un lavoratore non dovrebbe mai mancare, in particolare quando qualcuno ha riposto tutto se stesso, il suo futuro e le sue forze su di voi in cambio di nulla. Se in un colloquio non trovate il tempo per spiegare di cosa si tratta, per scambiare sensazioni, per pungolare e comprendere meglio, che cosa dobbiamo aspettarci che siate disposti ad insegnarci durante il periodo di stage?

E’ chiaro che sempre di più i tempi stringono ma il tempo per insegnare e per mettere alla prova uno stagista non dovrebbe mai mancare, in fondo è l’unica cosa che chiediamo in cambio del lavoro fatto. Certo, questo se lo stage fosse ciò che dovrebbe essere, ciò che era in origine negli Stati Uniti quando fu creato per gli studenti di medicina: un periodo di formazione e di prova per testare 2 o 3 candidati ed assegnare alla fine un lavoro al più meritevole. Oggi però le cose sono ben diverse. Le aziende vanno avanti con rotazioni trimestrali o addirittura semestrali di stagisti senza pensare lontanamente di assumerne uno che si riveli meritevole. E intanto questo fragile e insicuro popolo degli stagisti, il governo se lo leva dal calderone esplosivo dei disoccupati. Perché certo, disoccupati non siamo e neppure potremmo mai aspirare al sussidio di disoccupazione dato che mai prima abbiamo avuto una occupazione per giustificarlo!

Vero è che i costi di un dipendente spesso sono proibitivi per una piccola-media impresa in Italia, per cui, va bene lo stage per ora, ma che per favore abbia un qualche scopo didattico in cambio. E non significa farci da maestre dell’asilo buone e darci carezze, significa semplicemente prendersi del tempo per formarci e metterci alla prova. C’è però un problema che ci rimanda al punto di partenza e fa crollare il bel castello di carte. Perché formare una persona che dopo 3 mesi manderò via e che, in effetti, in così poco tempo, non mi saprà levare di mezzo nessuna incombenza perché non avrà tempo di rendersi responsabile di nulla? Bang! Ancora mi scontro contro questo muro e non capisco che cosa ne ricaviate. Da qualunque parte lo guardi, la nostra o la vostra, mi pare che quello dello stagista usa e getta sia un metodo di lavoro distruttivo.

©Samara Croci

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Certo, ormai le università non sembrano più in grado di insegnare i mestieri, così che l’incombenza, si dice, è ricaduta sulle imprese. Però allora io dico, se non siete disposti a fare da “supplenti” delle università e ad insegnarci il mestiere – e lo posso capire perché ha un costo che non sembra ammortizzabile in così breve tempo – lasciateci nella disoccupazione, quantomeno per fare uno sgarro al governo che non potrà più nascondere la falsità delle sue statistiche sul numero dei disoccupati.  Farci rientrare nel numero degli “occupati” perché facciamo fotocopie e serviamo il caffè sembra veramente una presa in giro.

Ah, un’altra cosa in risposta a quelli che si lamentano degli stagisti ballerini che se ne vanno dopo poco tempo. Considerate per favore che il mondo del lavoro ci ha reso dei naufraghi su una zattera in mezzo al mare. Se siete dei pirati, che assoldano mozzi a rotazione per ributtarli in mare dopo poco, non sorprendetevi se al primo fazzoletto di terra ferma, alla prima isola, seppur misera, i naufraghi decidono di scendere dalla vostra nave per costruire quanto meno una capanna, un pozzo e raccogliere un po’ di cibo per l’inverno.

Malgrado tutto ciò devo dire che la mia esperienza personale è stata la maggior parte delle volte positiva però, guardo il mondo che mi circonda e non posso evitare di rimanere allibita dalle esperienze di altri.

Spiacente di non affrontare in questo blog gli errori, che pur sono tanti, dall’altro lato della medaglia. Ma credo che la disparità sia propria di questo “contratto di lavoro” e per una volta ho voluto riequilibrare la bilancia a favore del lato debole. Perché di lato debole si tratta, e su questo non c’è discussione possibile dato che la disparità di potere è evidente. Le aziende possono scegliere tra migliaia, cacciare chi non gli piace quando vogliono e andare avanti a rotazione, eternamente. Gli stagisti invece, non hanno grande scelta e devono spesso ingoiare il rospo e sottomettersi silenziosi mentre cercano di dare il meglio per l’eterna speranza di un isola, che oggi, appare sempre più come un miraggio.

©Samara Croci

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Samara Croci

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3 pensieri su “La speranza di un’isola

  1. Brava Samara, ottimo articolo.
    Ho due sole puntualizzazioni. La prima è quando ti riferisci al costo proibitivo del lavoro in Italia. Il costo del lavoro in Italia è sicuramente alto (pur essendo i salari i più bassi del vecchio continente). Ma attenzione che gli imprenditori non sono filantropi e fatturano per unità di tempo/lavoro molto più del costo dipendente per la stessa unità di tempo. Un esempio: io costo (e costavo all’assunzione) al cliente 75 €/h; costo all’azienda circa 15 €/h (e ne ricevo alla fine circa 5).

    Per cercare di dare soluzione al problema degli stagisti si può pensare a un modello scolastico sullo stile tedesco. In Germania le aziende non necessitano di fare molta formazione iniziale perché ad essa ci pensa il sistema scolastico (fortemente integrato con il mondo del lavoro) e questo dovrebbe ridurre drasticamente l’uso di questo distorto strumento. Per fare questo però siamo pronti a rinunciare alla flessibilità scolastica che promuove mobilità sociale ascendente e a subordinare l’insegnamento al mercato?

    Ciao niña

    1. Grazie del dibattito, era proprio ciò che volevo, anzi mi sarebbe piaciuto promuoverlo proprio nell’articolo perchè è un tema su cui ho dei progetti!!!
      Però non pensavo lo leggesse nessuno onestamente! Grazie anche del suggerimento tedesco, indagherò!!!
      Un saludo desde Madrid!

  2. Ciao Samara, appartengo al mndo dei vecchi . Trovo terribile il modo in cui si fanno lavorare i giovani, questo non solo nelle piccole aziende ma nelle grandi e nelle “ricche”. Trovo ingiusto che lo stato non vi cnsideri disoccuoati ma è proprio per questo che noi abbiamo il 6% di disoccupazione contro il 12 per esempio della Spagna. Sarebbe interessante avere unc cifra reale che comprenda appunto anche voi disoccupati eterni. E’ appena passata anche una moione per cui gli insegnati a tempo indetrminato se non ho capito male non potranno mai essere a tempo pieno!!!
    MA VORREI SAPERE PERCHE NON CI SONO IMPONENTI MANIFESTAZIONI DI PIAZZA? PERCHE QUESTI PRECARI NON SFILANO , ma non sotto una bandiera quando un partito decide di fare una manifrestazione e allora atrrivano in molti e poi per mesi niente più.
    Perchè non facciamo manifestazioni a ripetizione in ogni città senza bandiere partitiche perchè tanto i partiti al momento fanno altro, tutti. Perchè questi 25/30/35 enni disoccupati non si ribellano? Perchè votano per l’attuale governo? perchè non facciamo un partito dei precari!!!

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