Personaggi in cerca di un autore e della felicità

©Samara Croci

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Tutti sappiamo che alla fine, sempre, scendiamo a patti, in un modo o nell’altro, con i nostri sogni, le nostre paure e i nostri dolori. La parte più interessante però è vedere come lo facciamo. Quello è il cuore delle nostre storie. D’altra parte, gli scrittori e gli sceneggiatori conoscono benissimo questo meccanismo. Ai personaggi della finzione, in fondo succede sempre la stessa cosa: un inizio, un ostacolo, un superamento e una conclusione. E’ uguale per qualunque narrazione umana, una legge universale. La parte interessante allora, il vero cuore della narrazione, è il “come” avviene il processo, sono i meccanismi di difesa che il personaggio mette in moto per superare i problemi ed il suo cambiamento lungo il percorso.

Per questo lo studio sui meccanismi della felicità dell’università di Harvard mi ha lasciata di stucco. Pochi studi scientifici mi hanno appassionato tanto come questo, forse solo quello sullo studio del DNA nelle varie popolazioni del mondo. Sono studi che narrano una parte importante della nostra civiltà, sono le nostre storie, tutte insieme, da tutte le epoche, pressate in una grande storia. Ed è incredibile anche che con il passare degli anni e tutto quanto attorno che cambia, uno studio così sia potuto andare avanti per quasi 80 anni.

Lo studio sui meccanismi della felicità umana è iniziato 72 anni fa per studiare la vita di 268 persone analizzate sotto ogni punto di vista per anni, per scoprirne i meccanismi, per cercare di carpirne i segreti della felicità, potendo guardare la vita di questi soggetti, oggi, proprio come lo sviluppo narrativo di un romanzo di cui sappiamo già le battute finali. Non è incredibile che mentre la tecnologia si evolveva, la medicina affrontava spaventosi cambi e gli uomini sperimentavano guerre e rivoluzioni quotidiane, il progetto di questa ricerca sia rimasto in piedi, abbia trovato i finanziamenti di anno in anno grazie a persone che hanno avuto la lungimiranza di vederne le incredibili possibilità e l’incredibile potere? Trovo che sia un ulteriore esempio della visionarietà di cui siamo capaci noi esseri umani.

Qualche giorno fa stavo parlando con una persona implicata in un complicato progetto scientifico internazionale che durerà anni e mi ha detto che il progetto è impossibile con le tecnologie attuali. Eppure lo stanno portando avanti, stanno costruendo una macchina che ancora non sanno come far funzionare! E lo fanno, seppur forse inconsapevolmente, perché hanno fiducia nell’inarrestabile progresso dell’uomo, possiedono il dono della visione sul futuro e della fede scientifica. E questa è una cosa che mi lascia sempre estasiata.

Nel caso dello studio sui meccanismi della felicità (di cui vi invito a leggere tutti i dettagli nell’articolo al link che inserisco qui sotto), oggi i 72 anni di ricerca impulsati dallo studioso Gorge Vaillant, ci hanno lasciato migliaia di dati sulla vita di questi soggetti, e quello che sembriamo ricavarne alla fine è il caos. E non è, come molti possono dire, il risultato più prevedibile. E non è neppure inutile, come si potrebbe pensare a prima vista. Nel caos, infatti, come si dice nell’articolo, un narratore può trovarvi una direzione. E la regola, la direzione che vi ricavo io è quella che non ci sono regole per la felicità. Ma è rassicurante, credo, vedere che gente che secondo gli studiosi, all’inizio dell’indagine, aveva molte speranze di essere felice, alla fine, alcune volte ha tradito quella previsione e altre volte no. Vuol dire che non ci sono percorsi definiti, che non siamo personaggi con un percorso narrativo stabilito dagli anni e dalle esperienze che abbiamo vissuto finora. Significa anche che quello che conta sono i meccanismi di difesa che ogni giorno mettiamo in atto per deformare il mondo, modellarlo e risolvere i nostri problemi. Tutto si può confermare e cambiare radicalmente. Mi viene allora in mente la meravigliosa opera teatrale di Pirandello: Sei personaggi in cerca d’autore. Penso che forse, siamo tutti in cerca di un autore che sappia narrativizzare, dare una visione più a lungo termine ai nostri eventi quotidiani, alle nostre sofferenze.

papaveri

©Samara Croci

Ma quei narratori, dobbiamo sforzarci di essere noi stessi, secondo me. Dobbiamo essere capaci di raccontare a noi stessi la nostra storia con una visione distaccata sul nostro passato e sul futuro. Dobbiamo cercare di uscire per un attimo dal quotidiano che è limitato, mutevole e sfuggente. Non siamo personaggi perduti. Siamo totalmente padroni del nostro futuro e mi sembra che lo studio lo dimostri. Addirittura nel bellissimo articolo che vi ho segnalato, c’è un momento in cui si dice: “le vite degli uomini vibrano ad una frequenza su cui nessun insieme di dati si può sintonizzare”. Forse è per questo che ci vuole un narratore, un autore – e non uno scienziato – che  racconti le nostre vite.

Tempo fa ho scritto un articolo che si intitolava “Scrivere per vivere” dove per scrivere in realtà, ora mi rendo conto che intendevo “narrativizzare”, raccontare se stessi. Scrivere, ci permette di lasciare una traccia, ci obbliga a registrare gli eventi e, con il passare del tempo, lascia una cronaca del nostro percorso. Questo ci permette di leggere la nostra stessa storia e di prevederne il destino e quindi, sulla base di quello, prendere le nostre decisioni importanti.

©Samara Croci

©Samara Croci

Perché oggi le vite dei soggetti che hanno partecipato allo studio sulla felicità, ci sembrano così chiare e lineari. Semplicemente perché le analizziamo come dei narratori. Lo stesso dovremmo cercare di fare durante la nostra vita: cercare di uscire da noi stessi ed avere una visione “narrativa” della nostra vita. Raccontarla, tirare le somme e vedere verso che direzione sta andando, quali sono le possibilità narrative del nostro personaggio. D’altra parte, qualunque corso di scrittura narrativa inizia introducendo la regola d’oro: dovete aver ben presente l’inizio e la fine del vostro romanzo per iniziare a scrivere. Avendo ciò, si può andare avanti a fare tutte le circonvoluzioni che si vuole, senza perdere il filo della narrazione.

Pirandello scrisse: “Ciascuno di noi si crede “uno” ma non è vero: è “tanti”, signore, “tanti”, secondo tutte le possibilità d’essere che sono in noi: “uno” con questo, “uno” con quello diversissimi! E con l’illusione, intanto, d’esser sempre “uno per tutti”, e sempre “quest’uno” che ci crediamo, in ogni nostro atto. Non è vero!”.

E se ciascuno di noi è molti “io” molteplici, allora solo un autore può mettere ordine in questo caos, solo un autore può aiutarci a raccontare il dramma delle nostre vite dandogli così la giusta prospettiva. D’altra parte, nel libro di Pirandello, gli eventi che sembravano di finzione, diventano improvvisamente realtà drammatica quando i personaggi trovano un autore cui raccontarli.

Samara Croci

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Un personaggio, signore, può sempre domandare a un uomo chi è. Perché un personaggio ha veramente una vita sua, segnata di caratteri suoi, per cui è sempre «qualcuno». Mentre un uomo – non dico lei, adesso – un uomo così in genere, può non essere «nessuno». (Sei personaggi in cerca d’autore, Pirandello)

L’articolo: http://www.theatlantic.com/doc/200906/happiness (english)

Il segreto della felicità_Internazionale818 (italiano) –  http://www.internazionale.it/home/

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