Io scelgo l’ambiguità europea


©Samara Croci

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Molte volte la gente mi ha chiesto: “Perché la Spagna?”. Non sono mai riuscita a rispondere chiaramente a questa domanda. Non conoscevo Madrid e non sapevo lo spagnolo più di quanto non conoscessi Berlino e sapessi il tedesco però ho scelto Madrid. In modo forse confuso e da lontano cercherò di rispondere alla domanda.

Torno da poco da un week-end a Oxford, che mi ha dato da pensare sulla differenza che c’è tra cultura europea, americana e inglese e mi ha fatto tornare con la memoria agli Stati Uniti, dove sono vissuta, abbastanza miseramente devo dire, per un anno. Lo scontro di civiltà in quell’anno per me è stato palpabile ed illuminante. E’ vero che ogni stato è molto diverso, ma nel Massachussetts dove sono stata, sono ancora forti i semi del puritanesimo e credo che quell’anno, abbia formato la mia insopportazione verso le regole ferree e l’asfissia di un ambiente ultra disciplinato. O era la cultura europea, dove ero cresciuta, che mi faceva rifiutare quella mentalità? La verità è che mai ho amato l’Europa e l’Italia tanto come nell’anno che ho passato negli Stati Uniti. Mai ho capito così bene la bellezza, la diversità e l’eterogeneità della nostra cultura. E ora, spesso quando sono all’estero o conosco americani e inglesi, ritorno con il pensiero alle mie mille esperienze quotidiane di diversità in USA. Questo non vuol dire che una cultura o l’altra siano migliori, semplicemente ci sono differenze e similitudini, e mi piace cercare di capirne le cause. E quando dico che mi mancava l’Europa, è solo per dire che quella cultura rispondeva meglio alle esigenze del mio spirito, non necessariamente che fosse meglio in assoluto. Gli Stati Uniti sono un paese giovane rispetto all’Europa. Quando gli attuali abitanti vi hanno messo piede, hanno cancellato la cultura che vi era prima. E anche la cultura che si sono portati dietro, quella dei pellegrini inglesi, pretendeva di essere una “nuova cultura”, di rifondare le regole a favore di una maggiore “purezza”, di un nuovo mondo. Così che la filosofia era proprio quella di fare tabula rasa. Per questo li considero un popolo giovane: avere una storia che va dalla fine del 1400 a oggi significa avere poco più di 500 anni di storia. L’Europa invece ne ha quasi 4000 considerando per esempio la raffinata cultura micenea a Creta o gli Etruschi in Italia. E mi riferisco alla storia che studiamo, non ai dati archeologici che si continuano a scoprire e che si scopriranno in futuro. Perché noi europei, così come gli americani e gli Inglesi, studiando la storia del nostro passato la rendiamo parte di noi, e su quella costruiamo noi stessi. E la mole di storia della civiltà europea in confronto a quella americana, rappresenta una bella differenza che qualcosa dovrà pur influenzare.

Allora viene facile un paragone tra età delle civiltà e fasi della vita dell’uomo. In questo senso, gli Stati Uniti sono degli adolescenti, laddove l’Europa è un vecchio canuto e, l’Inghilterra, un rampante quarantenne. Il mio scontro di culture l’avevo già sperimentato ampliamente negli Stati Uniti e il mio “io” più profondo si era ribellato visceralmente a quella mentalità americana fatta di certezze e di regole assolute (tipica peraltro dell’adolescenza, non trovate?), che a volte, dipendendo dagli stati e dalle persone, sfiorava l’ignoranza più bieca. L’Inghilterra in questo può apparire come la giusta via di mezzo, la ponderatezza della maturità: con saggezza, ma ancora con quello slancio di giovinezza che dà un sapore frizzante alla vita, pur mettendole delle regole. Non a caso è un ponte di connessione tra Europa e Stati Uniti. Noi europei invece siamo degli “scafati”. La vecchiaia ci ha reso anche un po’ cinici e furbetti, le regole sono aggirabili e relative. Abbiamo visto civiltà millenarie elevarsi a divinità e costruire imperi impossibili per i loro tempi, però le abbiamo anche viste cadere rovinosamente e sprofondare irrecuperabilmente nell’oscurità più nera dove pareva che tutto fosse stato cancellato. Abbiamo visto alcune delle più potenti civiltà, le rivoluzioni tecnologiche e la nascita della scienza che ci rendeva immortali! Ma abbiamo anche sperimentato l’abiezione e l’ignoranza in cui siamo precipitati nel Medioevo e la follia delle guerre mondiali con la loro forzata lezione di rispetto e terrore verso al nera signora con la falce. Noi europei abbiamo avuto una vita piena ed abbiamo imparato così tanto, da essere diventati cauti, talvolta saggi, ma anche cinici su come va il mondo e come andrà il futuro. E in alcuni casi, come forse l’italiano, ci siamo trasformati un po’ in vecchi bavosi, invidiosi e nostalgici dell’altrui giovinezza, quasi arrivando a sfiorare il “ridicolo pirandelliano” di travestirci e comportarci come giovincelli. E in questo Berlusconi con i suoi ultimi scandali, è un modello del paese, secondo me.

E poi c’è un discorso, che a me sta molto a cuore da quando ho scritto la mia tesi di laurea sulla paura della morte ed il cinema, e credo che un accenno alla cosa qui, possa essere utile. Se c’è un parallelo tra età dell’uomo ed età delle diverse civiltà, possiamo farne uno anche tra età delle civiltà e fasi di accettazione della paura della morte. Da giovani siamo spericolati, non contempliamo neppure la nostra finitezza. Poi cresciamo, veniamo nostro malgrado a contatto con la morte nella vita quotidiana e da vecchi possiamo o arrivare ad una accettazione o a un terrore sacro ma certo ne siamo in entrambi i casi, infine, coscienti. Riportando il parallelo al nostro discorso, non a caso, gli Stati Uniti sono il paese in cui ci sono più manifestazioni di rifiuto della morte: si esorcizza, si cancella con incredibili tentativi di immortalità, attraverso l’imbalsamazione, la criogenia e perfino con il cinema di fantascienza e i suoi mondi ed eroi immortali. L’Europa invece è diversa, più sfumata in questo come in altri temi. Conosce bene la dama nerovestita, non può negarla o arginarla, anzi, in alcuni casi la corteggia. La teme certo, a volte ne è terrorizzata o la sfida, ma noi europei siamo ben conoscenti della sua esistenza.

©Samara Croci

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E a me questa ambiguità tutta europea piace, la totale coscienza delle mille sfaccettature della vita, l’eterogeneità contro l’unicità, e la visione a specchio rotto invece del riflesso singolo. Mi piace il fatto che nei secoli siamo cresciuti, ci siamo evoluti fino a comprendere le nostre paure più profonde, elaborarle ed in un modo o nell’altro accettarle. Abbiamo macinato eventi storici enormi e siamo andati avanti, e tutto ciò fa parte di noi. Perché, non ci sono delle regole per una “buona vita”, non ci sono formule infallibili e questo, noi europei lo sappiamo bene. E se non ci sono modelli certi, allora è meglio brancolare nell’incertezza, senza restrizioni radicali, senza partito preso o idee preconcette.

Questo però non ci autorizza a smettere di sperimentare pensando che abbiamo già visto e fatto tutto. Per questo, contemporaneamente, cerco di lottare contro il rischio di trasformarsi in pigri, bavosi vecchi, cinici e biechi, ma anche contro il pensiero assoluto e radicale dei giovani americani, contro quella cultura fatta di scatole, pareti di regole e di mille convenzioni sociali inviolabili, che tolgono elasticità al pensiero. I popoli giovani sono invasi da gradi passioni e grandi depressioni e conflitti, non esiste la via di mezzo, o è no o è si. Io non posso vivere così, non mi ci ritrovo, ho bisogno di analizzare le singole situazioni, meditare sui meccanismi, vedere le aggravanti e mi dispiace anche le scusanti, che ci sono in ogni singolo caso. Certo, questo può portare, come in Italia e a volte in Spagna, al fatto che le regole sono interpretabili dai singoli e così anche le leggi. Ma preferisco il rischio di quella “elasticità” alla rigidezza delle scatole. Ovviamente, l’aspetto cancrenoso esiste in entrambe le culture, così come l’aspetto virtuoso. Da un lato dell’oceano, la cancrena sono i bigotti ossessionati dalle regole e dall’altro lato, la Mafia che manipola ogni legge. Sul versante virtuoso: da un lato c’è il “politically correct” americano o inglese e, dall’altro, la fantasia estrosa, per esempio, degli italiani.

Se però devo scegliere un lato con tutti i suoi pregi e rischi, perdonatemi, ma scelgo quello europeo e al suo interno quello mediterraneo. E qui arriviamo alla mia scelta della Spagna. Credo che la Spagna sia molto simile culturalmente all’Italia però, rispetto a questa, ai miei occhi, è una vecchina che ha ancora tanto da dare e per cui lottare e guarda con ammirazione ed emozione ai giovani, con i quali scambia opinioni ed esperienze. L’Italia invece, mi appare a volte più simile a quei vecchi bavosi, chiusi in case con puzza di gatto, con i velluti della passata gloria alle pareti, la tv perennemente accesa e lo sguardo lussurioso e velenoso verso i giovani che “ancora se la spassano”. Forse sono spietata in questa immagine del mio paese, forse sono più radicale dei radicali che dico di non amare. Alla fine a mio parere, ogni paese ha le sue scusanti e le sue mille spiegazioni storiche, ed è alla fine proprio questa complessità tutta europea che mi affascina, ed è per questo che lotto all’interno del “modello” che ho scelto (quello mediterraneo – tra Italia e Spagna) per potenziarne le cose che amo e denunciare le cancrene corrotte. Questo pur sapendo sempre che, essendo cancrene, sono comunque parti del corpo che, seppur malate, nascono da noi, non sono virus esterni venuti da chissà dove.

©Samara Croci

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E per questo forse, che sono spinta a fare un auto esame di coscienza culturale più che a cercare un capro espiatorio come forse farebbe una cultura in crisi, più giovane, impetuosa e bellicosa. A volte mi sembra che la ricerca di un capro espiatorio esterno sia un elemento di rivolta sociale più efficace, quanto meno nel breve tempo, mentre l’auto esame di coscienza è un processo più lento e meno radicale. Molte volte l’impeto della mia “età anagrafica” mi spinge a volere una rivoluzione rapida, qualcosa che smuova le coscienze ed unisca la gente subito, poi però, la mia “età culturale” di europea, mi dice che l’auto esame, pur essendo un processo lento, è assolutamente coerente con la nostra anzianità di europei e fa si che, seppur lentamente e con tutti i problemi, possiamo continuare ad avanzare inesorabili dopo così tanti secoli. E poi credo che ci arriverà anche una ventata di nuova forza da parte dei paesi giovani e dai giovanissimi come la Cina. Spero sapremo coglierla e interiorizzarla, senza dimenticare mai la bellezza della nostra terra d’origine, nel mio caso l’Italia, con i suoi riti, le tradizioni, le belle città, le lotte, gli scandali per cui lottare e le parole antiche che dai dialetti tornano a lanciare grida di battaglia contro lo scempio di uomini viscidi che hanno dimenticato le loro radici.

Samara Croci

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“Noi fummo i gattopardi, i leoni. Chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene. E tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli o pecore, continueremo a crederci il sale della terra.” Il Gattopardo – Tommasi di Lampedusa.

“Bisogna periodicamente allontanarsi da qualsiasi luogo dove la consuetudine ha ucciso l’obiettività. Succede così anche per le lingue. Quando si è costretti a parlarne un’altra per molti mesi, (…) quando ritorni alla tua ti accorgi che la lontananza ti è servita per riscoprirla nella sua essenza più profonda” Goliarda Sapienza, L’arte della gioia.

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