Dalla paura al furore

©Samara Croci

Ho appena visto la cerimonia dei Kennedy Center Honors in cui sono stati premiati alla presenza di Obama alcuni artisti d’eccellenza, tra cui Bruce Springsteen. Allora mi è venuto in mente delle numerose volte in cui parlando con qualcuno di Bruce, la gente mi dice: “si, però è già acqua passata, roba di altri tempi”. Come di altri tempi?

Ma io li capisco, chi non ha mai visto un concerto di Bruce, non sa di cosa parla. Ho infatti la presunzione di dire con sicurezza che chiunque abbia la fortuna di ascoltare il Boss in concerto, non può non innamorarsi di lui, indipendentemente dal genere di musica che ascolta normalmente. Non è solo che il repertorio di Bruce è tanto vasto che può soddisfare e coprire quasi ogni genere di musica. La questione è che Bruce canta in poesia, Bruce è un cantastorie, un cantore, e i cantori non hanno generi, parlano ai cuori, al di là dei confini e dei limiti. Bruce racconta storie epiche, costruisce personaggi e mette in scena lotte e drammi che sono profondamente umani e lo fa in una manciata di minuti soltanto, ma con una profondità che arriva dritta all’animo. E questo non è tutto. Questo è l’artista, ma un vero artista come lui ha radici in un grande uomo che ha saputo raccontare ciò che conosceva, guardarsi in giro e di nuovo, come un cantastorie, cantare il suo tempo con onestà, forza e dignità e senza mai risparmiarsi. Ha saputo raccontare la vita, senza abbellirla, senza disprezzarla ma con la dignità che merita.

©samara Croci

Ricordate la scena di Contact quando Elly si trova nella galassia aliena e vede un panorama bellissimo dall’oblò e dice: “dovevano mandare un poeta per raccontarlo”. La poesia è sempre stata un linguaggio universale. Parlando al cuore, illumina la realtà che racconta, e non lo fa solo con le parole, lo fa con qualcosa che non si può definire, ma che tocca nel profondo. Bruce è un poeta della realtà. Non solo di quella di allora (come credono alcuni che non lo conoscono), ma anche di quella attuale e futura. Canta la lingua universale della poesia e facendo ciò inserisce le nostre vite in una prospettiva più grande.

Quasi tutti i personaggi delle canzoni di Bruce hanno un sogno, ma non sono degli illusi. Sono esseri umani che grazie a quel sogno vivono, lottano, scappano e si difendono. E nelle sue parole, in quel posto misterioso tra le corde vocali ed il cuore di Bruce, questi personaggi prendono forma, vivono e soffrono, e noi con loro. La loro forza risiede a volte nell’amore, a volte nella rabbia, a volte nella fede o nella speranza e a volte non c’è più nessuna forza rimasta, e Bruce è li a raccontare il dramma.

©Samara Croci

Io mi sono innamorata di Bruce al primo concerto a Bologna, tra il sudore e gli spintoni delle prime file, in un palazzotto piccolo e tutto sommato intimo rispetto ai concerti seguenti. Però quando veramente ho avuto occasione di studiarlo con attenzione, è stato con l’album The Ghost of Tom Joad. Un album ispirato a Furore di Steinbeck, un libro indimenticabile. Ci sono brani, come Land of Hope and Dreams o Born to Run, che sono basilari nella discografia di Bruce e raccontano vicende emozionanti. Ma The Ghost of Tom Joad occupa un posto speciale nel mio cuore, insieme all’album The Rising o a The River.

©Samara Croci

Chi pensa che Bruce sia acqua passata, è in torto marcio, soprattutto oggi. Bruce è il cantore degli oppressi e dei dimenticati del sogno americano. I suoi testi hanno raccontato la tragedia dei poveracci d’America, come ha fatto Robert Frank con il suo mitico Americans. Attraverso le foto di Frank, così come attraverso i testi di Bruce, i fantasmi degli immigrati, dei lavoratori sfruttati nelle fabbriche, dei carcerati, dei veterani, dei drogati e degli insoddisfatti sono diventati parte della storia invece di essere i dimenticati del “sogno”. E cosa può essere oggi più attuale di parlare delle tragedie che si consumano lungo il confine messicano, del traffico di droga, dei cartelli, degli sconfitti della crisi economica o dei giovani senza più prospettive che vogliono ribellarsi e trasformare la paura in furore? Mentre altri album mostrano maggiore speranza, The Ghost of Tom Joad lascia l’amaro in bocca e Bruce sembra affidare la sua ultima preghiera solo alla fede in Dio e alla ricompensa nell’aldilà. Dopo quest’album, Bruce ha recuperato la speranza nei lavori successivi, soprattutto nell’album dedicato all’11/9, The Rising, dove una nuova solidarietà tra le persone restituisce la speranza al genere umano.

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Per lo meno nel nostro piccolo, in Italia, potremmo iniziare a vedere se riusciamo a tirare fuori qualche ispirazione da Galvestone Bay (penultima canzone di The Ghost of Tom Joad). Una storia che racconta di odio razziale, di incomprensione e di superamento e che mostra come le decisioni individuali possano cambiare il mondo e bloccare la spirale di violenza.

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L’album Ghost of Tom Joad è ambientato nel deserto, ma non è più il deserto della conquista americana e del trionfo dell’eroe. E’ un deserto desolante che ci siamo costruiti noi e in cui le anime dei singoli sono staccate, solitarie e abbandonate. Non ci sono Chevrolet per fuggire come in altre canzoni famose. Tutto è statico e i personaggi vivono in un isolamento e in una paura che tarda a trasformarsi in furore costruttivo. Non vi sembra familiare?

Samara Croci

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©samara Croci

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Prima parte della serata dei Kennedy Center Honors (la parte dedicata a Bruce): http://www.youtube.com/watch?v=0VsAGhlyEkA

Ghost of Tom Joad: http://www.youtube.com/watch?v=NKKpmbcSe5E

Testi di Ghost of Tom Joad

“Le cause giacciono più in fondo, e sono semplici: sono la fame d’uno stomaco moltiplicata un milione di volte; la sete d’un singolo spirito, sete di sicurezza, sete di tranquillità, moltiplicata un milione di volte; l’ansia di muscoli e cervelli che aspirano a crescere a lavorare a creare, moltiplicata un milione di volte. Sono questi muscoli tesi nello sforzo della fatica, questi cervelli ansiosi di produrre in eccedenza ai bisogni individuali, che rappresentano la funzione suprema dell’umanità, il significato dell’uomo. (…) Perché l’uomo, a differenza di ogni altra cosa organica o inorganica, si solleva più in alto del suo lavoro e delle sue concezioni; l’uomo sovrasta le proprie conquiste. Le teorie possono mutare e crollare, le scuole, le filosofie, i vicoli del pensiero nazionale e religioso o economico possono farsi man mano sempre più tortuosi e oscuri, maturare e poi disintegrarsi, ma l’uomo va avanti inesorabile; inciampando, sia pure ferendosi, sbagliando, ma va avanti. (…)Sconfortante sarebbe il tramonto degli scioperi mentre i padroni continuano a durare; perché ogni sciopero anche fallito è evidenza del sopravvivere dello spirito. Sconfortante sarebbe notare che l’Umanità rinuncia a soffrire e morire per un’idea; perché è questa la qualità fondamentale che è alla base dell’Umanità, questa la prerogativa che distingue l’uomo dalle altre creature dell’universo”. (Steinbeck, J, Furore))

“Le donne osservavano i loro mariti, per vedere se questa volta era proprio la fine. Le donne stavano zitte ed osservavano. E se scoprivano l’ira sostituire la paura nei volti dei mariti, allora sospiravano di sollievo. Non poteva ancora essere la fine. Non sarebbe mai venuta la fine finché la paura si fosse tramutata in furore” (Steinbeck, J, Furore)

3 pensieri su “Dalla paura al furore

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