8 e mezzo > 9

Bailamos? © Samara Croci

Sull’equazione matematica del titolo, non ho dubbi. 8 e mezzo di Fellini è meglio di Nine di Rob Marshall. Se nessun regista italiano si azzarderebbe a rifare 8 e mezzo, l’americano Marshall, si sente pienamente autorizzato a saccheggiarne scene e topici e addirittura ha il coraggio di aumentare la posta di mezza tacca =9. E ovviamente, quantomeno agli occhi di un’italiana, fallisce. Nine somiglia a 8 e mezzo come la lettura della Divina Commedia da parte di Gassman potrebbe somigliare a la lettura di uno studente di liceo in classe di italiano tra l’ora di ginnastica e quella di geografia. I contenuti sembrano gli stessi ma senza accenti, intonazione e aura magica, sono svuotati.

Quello che non ho ancora capito però è se questo film eleva gli italiani su un piedistallo di fascino o li getta in un vortice senza fondo, irrisolto e mai concreto. Il film nel film, di cui tanto si parla e mai si produce, e di cui nessuno ha la più vaga idea di cosa parli, si chiama Italia. E questo già la dice lunga! Sembra una storia dei programmi politici italiani. Seguono poi tutti i balletti, tra cui spicca “Be italian” con Fergie, i topici, le coreografie e le scene mitiche che vorrebbero ricostruire i lustri di Viale Veneto, dei paparazzi e delle dive.

Bailamos? © Samara Croci

Per rifare Fellini che raccontava dei topici italiani e smascherava cinicamente il sogno di quell’Italia degli anni ’60, ci vorrebbe onestamente un genio. Molto più facile cadere nella banalizzazione del topico e non c’è cosa peggiore. Manca la mitizzazione del quotidiano che sapeva fare Fellini, mancano personaggi e momenti fondamentali. L’inizio per esempio, il sogno di Guido in cui è bloccato in una galleria nel traffico e si guarda intorno. E’ un incubo di un immobilismo asfissiante da cui Guido cerca di scappare. Successivamente, mentre lui galleggia tra le nuvole in cielo, dal basso lo acchiappano e cercano di riportarlo giù. Scene oniriche ma anche dure, di malessere fisico che in Nine è del tutto assente e tutto si dissolve in una marea di pagliuzze, pizzi e luci teatrali.

Dopo l’overture delle donne che mette tanta carne al fuoco e imita la magistrale scena di Chicago delle prigioni, nel resto del film spiccano indiscutibilmente solo Daniel Day-Lewis e Judi Dench, tutti gli altri rimangono nel grigiore come delle macchiette e non si spiega la candidatura di Penelope Cruz.

Bailamos? © Samara Croci

Alla fine mi rimane la sensazione che l’errore sia stato proprio di Marshall, di direzione. Ci sono tanti attori che potevano dare di più, dei costumi bellissimi che rimangono vuoti e, solo Judi Dench, grazie alla sua autoironia giocosa, splende di luce propria nel Folies Bergere.

Marshall ha preso un sogno di Fellini e l’ha caricato di teatralità, pagliette, pizzi e piume, ma così facendo lo ha allontanato dalla realtà e rimane semplicemente una messa in scena festosa che non ci coinvolge. La ricchezza di Fellini aveva tanti strati, era profonda e parlava all’animo, quella di Nine è fatta di immagine, di colori, di costumi e travestimenti ma rimane piatta. Ci stupisce si, ma non ci tocca, è solo uno spettacolo per gli occhi che non regge neppure il paragone con Chicago.

Samara Croci

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