Hurt Locker

Muro di Lennon, Praga ©Samara Croci

Per i pacifisti come me, The Hurt Locker, è una vera fregatura. Quando si è contro la guerra, spesso è più facile prendersela con i militari: assetati di violenza e sangue, mercenari senza scrupoli né ideali. Però nel film della Bigelow, sono indubbiamente vittime. Non vittime innocenti, per niente! Però si, vittime. E non sono vittime perché gli iracheni cattivi li attaccano e li uccidono, ma perché non sanno più come uscire dal pozzo senza fondo in cui si sono ficcati andando in guerra. L’unico metodo giusto per uscirne, è “quello in cui non si muore”. Questo però vuol dire spingersi fino in fondo al tunnel, nella logica macabra della guerra. Sparare a qualunque cosa si muova, urlare, malmenare, bere, fare a pugni, tenere viva l’adrenalina che ti fa sentire vivo e ti dà coraggio. E così il tempo passa, contando i giorni che mancano al cambio per lasciare finalmente il deserto.

La tensione nel film non cala mai, e si perdono anni di vita cercando di sostenere l’ansia continua che provoca la storia. D’altra parte Kathryn Bigelow, non ha scelto di raccontare la storia di una squadra qualunque di militari in Iraq, ha scelto gli artificieri, gli specialisti in tensione estrema, la squadra a più alto tasso di mortalità.

C’è una scena per me fortemente simbolica. La squadra arriva sul posto e c’è in mezzo alla strada un uomo bomba. E’ stato imbottito d’esplosivo, ma lui vuole sopravvivere. Cerca di avvicinarsi ai militari che hanno formato un cordone attorno a lui e gli intimano di fermarsi e inginocchiarsi. Lui avanza, è disperato, parla, grida. I militari si innervosiscono ancora di più, sentono il pericolo, gridano al traduttore e quello grida all’uomo. Insomma, un macello. In questo putiferio arriva l’artificiere che si avvicina all’uomo per vedere la bomba e cercare di salvarlo. Quello parla, cerca di spiegare che è innocente, che ha figli e vuole vivere. Il soldato è concentrato con i fili. L’uomo che parla e piange è insopportabile. Tutto intorno, dai palazzi, ogni uomo o bambino potrebbe essere un cecchino pronto a sparare o qualcuno che attivi a distanza la bomba, il tempo corre. Il soldato vuole salvare l’uomo, anche se tutti dicono che sarebbe più semplice sparargli. L’artificiere gli grida esasperato di stare zitto, deve concentrarsi.  E’ un meccanismo malato quello della guerra, la tensione che si crea, fa si che una parte in conflitto, per concentrarsi sulla situazione difficile, zittisca l’altra. Ma così, le “vittime” subiscono anche l’abuso del silenzio e alla fine, i “salvatori” vivono in uno stato di tale tensione che non ascoltano più le “vittime” che erano andati a salvare, e semplicemente cercano di sopravvivere (esemplare anche la storia con il bambino). E così, va in polvere anche l’illusione di essere li per salvare qualcuno. E allora perché si è in guerra? Nessuno ne cerca più la ragione. O forse la ragione per i soldati è proprio la spirale di dipendenza dall’adrenalina. All’inizio si accende la scintilla per darsi coraggio, ma una volta accesa, non c’è modo di spegnerla e tutto il resto rischia di perdere interesse.

Bisogna arrivare alla fine del film per vedere il tocco femminile che può dare una regista in un film di guerra. Tranquilli, non racconto il finale né nulla di trascendentale. Kathryn Bigelow di colpo, ci permette di uscire per un attimo dall’Iraq e di vedere un ricordo dell’artificiere William James. L’uomo sta parlando con suo figlio neonato, che ride per qualunque giochino. Gli fa un discorso sul tempo che passa, e sulle cose della vita che perdono valore. Si capisce che lui è già stato in guerra in una missione precedente e dice che ormai solo una cosa ha valore. E da quel ricordo, torniamo in una dissolvenza a lui che con la tuta speciale si avvicina all’ennesima bomba. Un altro giorno di vita o morte, un altro giorno d’adrenalina pura, la sua droga, l’unica cosa che ancora abbia un valore.

Dal primo momento in cui mette piede al campo, gli dicono che tutto è ostile in Iraq e che non c’è modo di proteggersi perché qualunque cosa facciano, gli iracheni hanno mille opzioni per ammazzarli. Quando il film inizia, manca più di un mese al cambio di squadra, i nostri protagonisti devono resistere, ma ogni giorno una bomba li mette alla prova, ogni giorno ci sono cecchini, bombe umane, trappole, ogni giorno è vita o morte. Come superare un prova così spaventosa? Non si può dubitare, perché la debolezza, il fermarsi a pensare, il cercare di proteggersi, di parlare con il nemico, scatena già la presa di conoscenza della possibilità di morire. Ed è un peso troppo insopportabile da sostenere quotidianamente. Meglio drogarsi d’adrenalina, buttarsi senza protezioni. Il corpo diventa una resistenza incandescente, in cui passa sempre corrente, impossibile da spegnere. E’ una terapia shock auto imposta. Un po’ come ai prigionieri di Guantanamo, ma qui non è per abbrutire e svilire ma per caricare e tendere. Alcol, musica forte, botte, armi…e ogni bomba disinnescata, ogni piccolo pezzetto della cassetta dei ricordi, e una prova d’invincibilità, di onnipotenza che dà significato alla guerra, mentre priva di senso il resto della vita lasciata alle spalle. E così, si finisce per essere soldati veri, duri, capaci di fare scelte difficili tra la vita e la morte ma incapaci di scegliere una scatola di cereali nei corridoi del supermercato.

Forse la Bigelow direbbe cha assomiglio allo psicologo che parla della guerra senza essere mai stato in campo e sono tra quelli che cercano di comunicare con il nemico, di avere fiducia. Non importa, io rimango convinta del fatto che in guerra non ci si deve andare, per nessuna ragione. Una volta che si è li, non ci sono scappatoie e il sistema “guerra” in sé, ti obbliga a scelte terribili, ad una logica implacabile. E’ un mostro che si autoalimenta di violenza, che offusca i sensi, i sentimenti. Si finisce per cercare di salvare qualcuno che chiede aiuto, ma per farlo lo si zittisce, lo si minaccia finché alla fine, non si è più li per lui, ma per una ragione dimenticata, o forse perché tutto il resto intorno ha già perso valore e non c’è più nient’altro. In Hurt locker, non si cercano le grandi ragioni della guerra in Iraq ma si cercano le ragioni e si analizzano le tragedie individuali, quelle di chi è intrappolato sul campo e di petrolio e di interessi economici non sa nulla. Il territorio ostile, la hurt locker, diventa tutto il mondo, una cassetta della sofferenza in cui il cuore rimane intrappolato, si atrofizza e scompare, e rimangono solo delle placchette a testimonianza di una vita.

Samara Croci

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

“Welcome to Camp Victory!

Camp Victory? I thought this was Camp Liberty.

Oh no, they change it about a week ago. Victory sounds better”

(The Hurt locker)

Scheda del film

Trailer originale

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...