Si curi lei per sentire ciò che io sento

profeta ©Samara Croci

Quand’ero piccola, una delle mie storie preferite era quella di una ragazza di nome Bella che si costruiva il suo principe con pietre preziose, perle e fili d’oro. Non ricordo di chi fosse la favola, né ricordo il contesto, ma la storia mi affascinava. Agli occhi di una bambina, in effetti il principe azzurro non poteva che essere di pietre preziose e l’idea che il bellissimo fanciullo nascesse dall’amore di Bella e da come lei l’aveva immaginato, mi lasciava stupefatta.

Oggi ho scoperto una storia affascinante che non smette di suggerirmi spunti per pensare. E’ la storia di un ragazzo che ad un certo punto della sua vita decide di andare a cercare l’amore, la sua donna, quella che per Platone era la nostra metà originaria. S’imbarca in un viaggio che lo porta dalla Spagna fino in Francia, in Italia, in Inghilterra e ancora in Spagna. Durante il viaggio, solo e con una telecamera esplora gli estremi del suo sogno, riflette sull’amore, su quello che sta cercando e sul mondo. Piano, piano emerge anche la follia di questo viaggio, l’insensatezza del cercare qualcosa che potrebbe non trovare mai, qualcosa che ha idealizzato. E in questo suo ascendere i gradini del suo sogno, in realtà sta scendendo nell’inferno della pazzia, di quella vera, la schizofrenia. La sua famiglia non lo sa, i suoi amici lo considerano un artista alla ricerca dell’ispirazione, un visionario. Ma alla fine del viaggio fallito, i medici gli diagnosticano una schizofrenia grave. Nel documentario, che ha fatto con gli spezzoni girati durante il suo viaggio folle, si vede come a volte le sue riflessioni lo portassero ad identificarsi con Gesù, con il suo messaggio di amore e pace e a riflettere su un mondo di violenze e guerre. Al suo ritorno, quando i medici cercano di curarlo e dargli delle medicine, lui dice allo psichiatra “perché vuole curarmi per qualcosa in cui lei non crede. Si curi lei per sentire ciò che io sento”.

Questa storia e questa domanda finale, non smettono di ronzarmi in testa. Non credete che la figura di Gesù avesse un valore al di là dei suoi miracoli, per il suo messaggio rivoluzionario, folle, d’amore e perdono? Dopo diversi giorni che passo riflettendo e sentendo parlare quelli che definiamo matti, non mi pare che ci siano dubbi sul fatto che oggi, se Gusù arrivasse tra noi, sarebbe rinchiuso in un ospedale psichiatrico. Allora i miei dubbi si moltiplicano. Giovanna D’arco, Santa Teresa, Don Chisciotte, Van Gogh, Séraphin, Virginia Wolf, sarebbero tutti in un ospedale psichiatrico? Ma questa non è la sola cosa che mi preoccupa. La cosa peggiore è che sarebbero curati con medicine studiate proprio per eliminare quegli effetti che li hanno resi grandi, immortali e che hanno donato al mondo grandi storie. E’ giusto farlo?

Questo documentario mi ha scatenato grandi interrogativi che non so neppure se racchiudere in quest’unico articolo. Sarebbe più giusto, ma impossibile. Basti pensare che mai mi sono sentita così vicina a desiderare e a difendere la pazzia. Dopo averlo visto ero arrabbiata con il nostro sistema attuale che vuole “curare” i matti per distruggere quello che hanno di unico, di eccezionale che la maggior parte di noi non ha, per renderli uguali alla media, per modellizzarli. Nel documentario le riprese fatte nel momento della follia sono uniche, per quello che raccontano, per quello che lui dice, per il modo di riprendersi e di raccontare la storia. Quelle invece fatte dopo la cura, sono riprese molto più comuni e banali. Cos’è andato distrutto? La parte artistica, il sogno, l’aspirazione? E’ giusto?

Alle mie domande un collega mi ha fatto notare che la nostra società lo fa per difendersi, dato che i malati di schizofrenia possono improvvisamente diventare violenti (in realtà, non sempre e solo in ambito familiare). E questo ha rimesso un po’ le cose a posto, spiegava, giustificava qualcosa. Non posso però smettere di pensare che, ancora una volta, nel nome della sicurezza, dell’ordine e del controllo, sacrifichiamo troppe cose: la libertà dell’individuo, la sua creatività, la sua scintilla di pazzia. E alla fine in ogni caso, la sicurezza non l’abbiamo mai (vedi con il terrorismo). Ad un livello “macro”, facciamo alla nostra società quello che fanno gli psichiatri ai matti: per evitare una scompensazione ormonale ed emozionale, livelliamo, seghiamo via le estremità, obblighiamo gli individui a conformarsi alla massa, sopiamo e somministriamo tranquillanti per zittire i sognatori. Però questo è il 2010 non 1984, o sbaglio?

Come vive oggi Vicente, il nostro cercatore d’amore? Mettendo in dubbio ogni cosa della sua vita, chiedendosi sempre se è frutto della sua immaginazione o è reale, mettendo in dubbio i suoi sogni. Oggi Vicente ha trovato la sua Dulcinea, dopo averla cercata per il mondo, l’ha trovata nel suo paesino. Hanno un figlio e Vicente dice di essere finalmente completo. Prende medicine che tengono in ordine i suoi scompensi e fa conferenze per raccontare la sua storia.

Lui la racconta per dire che dalla follia si guarisce, ma io non posso fare a meno di pensare a chi avrebbe potuto essere Vicente se avesse continuato sulla sua strada di follia. Non posso evitare di pensare a quello che potremmo aver perso. Non posso evitare di ammirare la passione con cui “da matto” perseguiva il suo sogno, l’intensità delle sue sofferenze, della sua tristezza e della sua gioia. Il titolo del film è SOLO. Il perché lo spiega la frase finale, una voce off a schermo nero. “Estoy solo?! Porque solo no puedo” (Sono solo?! Perché solo non ce la faccio). La solitudine dei pazzi e dei visionari ed è un peso troppo grande, per loro come per tutti noi.

Samara Croci

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Il trailer del documentario di Vicente Rubio

Un bellissimo libro sulla mente e i suoi poteri e le sue stranezze: L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Oliver Sacks

Un film tratto da i ricordi di Oliver Sacks: Risvegli (Awakenings, 1990, Penny Marshall)

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