Sotto l’hyjab… ancora la vecchia politica

Tipi di indumenti/veli mussulmani da El Pais

Mentre Francia e Inghilterra si scontrano con il burqa e il niqab, la Spagna dà segni di maggior sensatezza nel concentrare il dibattito sull’hyjab mussulmano, il velo. Per lo meno stiamo parlando di un indumento che viene utilizzato da un numero maggiore di persone e che è uno dei simboli della religione mussulmana menzionato anche nel Corano. Del burqa o del niqab, invece, nel Corano non se ne parla e sono semplicemente simboli dell’islamismo estremo che hanno a che fare, più con l’ignoranza e con il maschilismo, che con la religione (malgrado i tentativi di trovargli una giustificazione religiosa).

A far nascere questo dibattito mediatico in Spagna, è una ragazzina di 16 anni di nome Najwa Malha che frequenta la scuola pubblica di Pozuelo, vicino a Madrid.  La ragazzina è spagnola, figlia d’immigrati marocchini e quest’anno, secondo quanto dice lei stessa e i genitori, ha deciso di indossare il velo mussulmano volontariamente. Il padre, pare si sia perfino opposto invitandola ad aspettare la fine dell’anno scolastico. La scuola l’ha sospesa e le ha impedito l’accesso perché esiste un regolamento interno che vieta agli alunni di indossare qualunque copricapo. Il governo Zapatero si è opposto a questo regolamento mentre l’amministrazione di destra della comunità di Madrid, l’ha appoggiato. Ed ecco servito lo scontro politico. La scuola però non ha ceduto, e mantiene il regolamento e l’espulsione di Najwa. Ora la ragazza dovrà cambiare scuola, forse perdendo l’anno scolastico, e tre delle sue compagne, per solidarietà, hanno cominciato ad indossare il velo.

Bambina a scuola con il velo, Kabul ©Samara Croci

Questi i fatti, e mille poi le opinioni che il dibattito ha scatenato: da quelle politiche, a quelle legali, fino a quelle culturali. Possiamo allora stare qui a parlare di come un regolamento interno possa andare contro il diritto costituzionale di libertà religiosa, possiamo anche parlare della legittimità del regolamento, nato a suo tempo per impedire ai membri delle bande di strada (come i latin king) di portare segni distintivi della loro appartenenza. Possiamo anche interrogaci sulla laicità del sistema scolastico, ma il punto per me che non si può perdere di vista è che obbligare questa ragazzina a togliersi il velo le sta provocando uno shock tale che la spinge ad incaponirsi nella sua decisione nel migliore dei casi,  e che, nel peggiore, la potrebbe mandare dritta nelle braccia dell’estremismo religioso e culturale. Non c’è dubbio infatti, che a quest’età soprattutto, le proibizioni causano una ribellione ancora più forte.

Detto ciò, che per me è l’elemento più importante da comprendere, possiamo anche tornare a fare due chiacchiere sull’incompatibilità del diritto alla libertà religiosa con la laicità della scuola e chiederci cosa voglia dire laicità. Parliamo di eliminare qualunque simbolo religioso o permetterli tutti? Perché nel primo caso, non può proprio esserci compatibilità con la Costituzione, perché mi toglie la possibilità di esprimere la mia credenza religiosa e di indossarne i simboli. Nel secondo caso, se tutti i simboli o manifestazioni religiose sono permesse e la libertà d’espressione è tollerata per tutti, subentrano scenari difficili in paesi che ancora faticano a digerire l’immigrazione e le diversità. Che dilemma! Molti qui in Spagna appoggiano il regolamento della scuola in questione, che proibisce qualunque copricapo, dicendo che se si autorizza l’hyjab di Najwa, allora anche i delinquenti di bande a cui la comunità di Madrid ha dichiarato guerra, come i latin king, potrebbero tornare ad indossare i berretti che portano i simboli d’appartenenza delle bande. Non sono mussulmana, ma l’idea di paragonare un velo mussulmano con il berretto di un delinquente, mi sembra una bestialità. Non è che siccome vale il velo, allora valgono i berretti dei latin king o la svastica! Cerchiamo di utilizzare il cervello! Ma in fin dei conti, se proprio vogliamo fare un regolamento, per me, basterebbe proibire indumenti e oggetti che limitano la concentrazione e l’attività scolastica o che inneggiano alla violenza. Perché alla fine, diciamocelo, che minaccia può rappresentare il velo sulla testa di una ragazzina che lo indossa volontariamente? Portasse un burqa lo capirei: svilisce e annulla la donna ed è un simbolo islamico estremista che oltretutto le impedisce di avere un contatto con il mondo. Ma un velo? Ci rendiamo conto di qual è il punto di questa polemica, che ormai è diventata una guerra politica tra il partito popolare (della comunità di Madrid) e il partito socialista (del Governo di Zapatero)? No perché se parliamo dell’indumento, mi pare che stiamo esagerando, e se invece parliamo di quello che gli sta dietro, allora dovremmo rivedere l’artico della Costituzione che parla della libertà d’espressione religiosa.

Come ho detto in un commento precedente, credo che il mondo arabo mussulmano, in questi ultimi anni stia affrontando un cambiamento epocale, spinto dalla ricerca di una nuova  identità (dopo il crollo dell’impero ottomano e dell’impero coloniale). Noi “occidentali” e non mussulmani siamo solo spettatori, non illudiamoci di poter pilotare le cose, però sì che le nostre risposte a questioni quotidiane di questo tipo, avranno un peso. Le nostre reazioni, in qualche modo, influiranno su questi cambiamenti e sulla nuova identità mussulmana e araba che ne verrà fuori. L’incomprensione e il rifiuto dell’altro, l’umiliazione e il razzismo hanno sempre provocato, nel migliore dei casi un muro e nel peggiore, una risposta uguale e contraria, mai un chiarimento. Per questo credo che Najwa dovrebbe essere lasciata in pace, libera di fare le sue scelte e di muovere i suoi passi nella difficile linea di divisione tra i due mondi che formano la sua cultura (Spagna e Marocco). Le soluzioni che troverà lungo il percorso, aiuteranno tutti noi ad una migliore convivenza.

Samara Croci

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Un cortometraggio interessante sulla questione del velo

Per accelerare l’integrazione tra la gente della Mecca e quelli di Medina, Maometto decise di ricorrere a rituali che creassero un legame di fratellanza (muajat): ad ogni ansâr (abitante di Medina), assegnava un fratello immigrato, del quale, in un certo senso, egli doveva assumersi la responsabilità, per aiutarlo a vincere la sensazione di spaesamento. (Riportato da Fátima Mernissi in Le donne del Profeta, cap VI)

In questa stanza oggi ci sono persone da diversi paesi: Italia, Marocco, Francia, Germania, Spagna, Argentina e Palestina. Pensate che magnifica cena potremmo fare se ognuno cucinasse un piatto della sua terra. Questa è la diversità. Non vi sembra che abbia delle potenzialità incredibili? (Frase di una donna spagnola di origine marocchina, in chiusura di una conferenza sull’immigrazione in Spagna)

In italiano – Ultimo articolo sulla Repubblica sul tema delle proibizioni europee al velo integrale

2 pensieri su “Sotto l’hyjab… ancora la vecchia politica

  1. Come promesso sono venuta a farti visita:) sul mio blog avevo anche io scritto un post sul fatto accaduto a Madrid, esprimendomi contraria a questa nuova politica del – no hijab –
    Ma quello che mi chiedo adesso è, se dobbiamo essere sinceri, prima dell’11 sett. a chi importava che le donne musulmane si coprissero o meno, a quale governo dava fastidio che le ragazzine andassero a scuola coperte, chi si poneva il problema se la donna musulmana era repressa per via del burqa/niqab o hijab? Molti non avevano neanche idea della differenza tra questi tre “veli”.
    Sinceramente non ricordo nessun fatto del genere prima di quella data, perché fondamentalmente il problema non esisteva.

    Dopo l’11 sett. l’Islam è visto come la religione del terrore e dell’estremismo e l’hijab (che alla fine compre solo i capelli, lasciando scoperto il viso) viene immediatamente associato all’estremismo, cosa assai pericolosa, perché ciò ci porta ad escludere qualsiasi musulmana, ci porta su una strada molto pericolosa quella del musulmana con hijab = estremista.

    Se i governi che vogliono impedire l’hijab (capisco quelli che sono contro il burqa – che comunque in europa non viene portata da quasi nessuna donna – o il niqab, sopratutto perché non permettono il riconoscimento della donna) vogliono seguire questa linea politica, devono anche essere pronti ad affrontare altri problemi, come quelli dell’integrazione, l’incomprensione che nascerebbe automaticamente tra la gente, la rabbia delle musulmane che si sentirebbero oppresse (soprattutto quelle che scelgono di portare l’hijab), perché la loro vita cambierebbe radicalmente, si vedrebbero costrette a scegliere tra la vita sociale, il lavoro, un istruzione e l’hijab, e se quelle donne hanno deciso di portarlo liberamente, vuol dire che dietro c’è una fede molto forte, e quindi sceglierebbe l’hijab.

    Ciò porterebbe ulteriori problemi a questi paesi, se le donne non lavorano, non si istruiscono, non partecipano alla vita sociale di un paese, in quale direzione pensate che andrebbero …. non voglio nenache immaginarlo.
    È triste che l’Europa si voglia abbassare a certi livelli, se veramente alcuni paesi europei dovessero impedire l’hijab, mi chiederei che fine ha fatto la nostra libertà d’espressione, perché l’hijab non è solo una scelta religiosa, ma anche un espressione personale, di quello che si è o almeno di quello che si vorrebbe essere.

    un caro saluto – articolo molto ben scritto, complimenti:)

    1. Ciao Laayla, grazie per i complimenti e per la visita. Sottoscrivo ovviamente su tutta la linea.
      Ora sto leggendo L’harem in occidente della Mernissi, è proprio buffa la sua analisi sulle differenze tra l’harem in oriente e in occidente e sulle opposte rappresentazioni di Sherzerade ai due estremi del mondo.
      Ci vedremo presto sul tuo blog! E vado di corsa a cercare l’articolo che hai scritto sul caso di Madrid.
      Un abbraccio
      Samara

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