In cerca di volatilità?

statue parco di Praga ©Samara Croci

“Era più o meno il 1999, e io ero già assurto alle cronache italiane come uno che stava rivoluzionando il processo decisionale di investimento di un ente previdenziale e quindi tutti volevano parlare con me. Venne a trovarmi una delle tante iene travestite da educati broker della City, uno di quelli che riusciva a farsi il Porche e la casa a South Kensington con un solo anno di bonus. Disse: “Paolo, devi assolutamente comprarti della volatilità”. Io rimasi molto perplesso e detti l’unica risposta possibile in quel momento: “Ma la volatilità si vende?”. “Certo, come no, anzi adesso la danno via a prezzi di saldo”. Mi ci volle un po’ di tempo per capire che non stavamo parlando di televisori o di divani, ma della roba più immateriale, più eterea e impalpabile che esista al mondo. (…) Oggi, mio malgrado, vendo e compro volatilità senza neanche farci più caso, ma il malessere quando torno a casa è evidente e la notte sogno di costruire bulloni per avvitare tubi Innocenti. “ (Intervista a Paolo Tosi, gennaio 2010).

Quest’estratto viene dal libro che sto leggendo, Maonomics, di Loretta Napoleoni. Non l’ho ancora finito, quindi non mi addentro nei contenuti del libro. Basti dire però che questo paragrafo è inserito in un capitolo dal titolo: “Neoliberismo finanziario predatore”, che parla degli squali dell’alta finanza che trafficavano e speculavano in derivati “fuffa”, gonfiando la bolla finanziaria. Una storia che ormai conosciamo fin troppo bene.

Però il trafiletto mi ha spinto ad una piccola riflessione. Non solo la nostra economia occidentale e i nostri governi in questi anni si sono lasciati andare alla volatilità della finanza che non produce nulla, ma specula solo su valori ipotetici di cose lontane e, appunto, volatili, ma anche le nostre vite sono diventate volatili. La cosa non è necessariamente un male, perché può avere aspetti positivi, però si che è interessante indagare sul fenomeno.

Molti di noi hanno amici virtuali, incontrati semplicemente su fb con cui chiacchierano e condividono esperienze. Altri avranno una account di Anobii dove riuniscono la loro libreria virtuale e si scambiano recensioni. Se poi qualcuno si è già comprato l’ipad, non avrà neppure una copia cartacea dei suoi libri, piuttosto una manciatina di bit. Stessa cosa per le riviste. I soldi con cui viviamo, facciamo acquisti e che, se siamo fortunati, mettiamo da parte, sono virtuali e ben l’ha sperimentato qualcuno con l’ultima crisi, quando è andato a ritirare i suoi soldini dal conto e ha scoperto che, anche li, c’era solo una manciatina di bit. Le case in cui viviamo appartengono per la maggior parte, alle banche: un po’ come dire, a tutti e a nessuno, dato che è difficile dire chi possieda cosa. Ricordo una divertentissima scena del film Louise-Michel (2009) in cui le operaie di una fabbrica cacciate, decidono di vendicarsi uccidendo il proprietario. Si mettono allora alla sua ricerca ma seguendo le tracce della dirigenza, scoprono d’essere parte di una multinazionale che in fin dei conti non esiste, e seguendo l’investigazione, arrivano ad una cassetta postale in Belgio o Svizzera con solo una sigla. Dietro tutte le fabbriche del gruppo, dietro tutti gli uffici, i lavoratori stipendiati e i milioni di euro mossi, non c’è nessuno, nessuno a cui esigere responsabilità, nessuno a cui dare la colpa. Un sistema perfetto e diabolico, fondato sulla volatilità.

L’anno scorso, quando sono stata in Islanda, ricordo di essermi chiesta di cosa vivevano gli islandesi. Non avevano grandi industrie e quelle poche che c’erano erano in disuso. Coltivazioni, non ne avevano, e i pascoli, erano enormi, ma abbastanza rinsecchiti, senza contare le dure condizioni del clima! Pescherecci, ci saranno anche stati, ma io non l’ho quasi mai visti solcare il mare dalla coste. Ora, nel libro dalla Napoleoni, scopro che vivevano di speculazione finanziaria! “Vivevano”, in passato, perché ora, la loro volatilità si è trasformata in un fin troppo “materiale” debito nazionale pari a 850 volte il loro Pil.

Vista la volatilità che pervade i nostri tempi, non c’è da sorprendersi se gli esperti annunciano che la piaga del prossimo decennio sarà la depressione. Una malattia che non si spiega con cause chiare, che non si manifesta con sintomi precisi, che è volatile per eccellenza e che miete vittime senza sosta.

"Sacchetto vuoto" ©Samara Croci

Ricordo l’anno scorso, prima di intraprendere il Cammino di Santiago, quando mia madre mi aveva mandato lo zaino da trekking dall’Italia, e dentro ci aveva messo delle cose per il viaggio. Tra queste, c’era un sacchetto arrotolato, con un’etichetta che diceva: “sacchetto vuoto”. E’ curioso no? Uno che manda dall’Italia alla Spagna un “sacchetto vuoto”. Mi era sembrato molto buffo. La verità è che però il sacchetto mi è stato utile, ricordo di averci accumulato le conchiglie raccolte sulle spiagge del Cammino e i legnetti. Regalare o mandare a qualcuno un sacchetto vuoto non è un delitto, ma lo scopo del vuoto, è il metterci qualcosa, il dargli un significato.

La nostra economia non può continuare a speculare con la finanza mentre le fabbriche che producono merci si spostano ad oriente, i nostri soldi non possono essere solo virtuali, in mano ad enti bancari che s’indebitano per 30 volte il loro capitale e dietro cui, scava che ti scava, non c’è nessun responsabile. Il denaro non può solo generare altro denaro, deve essere uno strumento di produttività, d’investimenti reali.

Attenzione ai “sacchetti vuoti”, la volatilità sembra innocua, ma può costare carissima.

Samara Croci

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Un video divertentissimo sui derivati:

“Vedo un uomo così stanco del giorno, che nei suoi vestiti c’è solo un’ombra”

“Quando perdemmo il lavoro, ci accorgemmo che vivere senza questa sofferenza sicura, era peggio che vivere sotto la sua costrizione. Poiché il nostro ambiente, che avessimo o no il lavoro, ci considerava dei falliti, lo diventammo anche ai nostri occhi. Benché esaminassimo tutti i motivi e li trovassimo tutti validi, continuavamo a sentirci così. Eravamo fiacchi, stufi delle dicerie sulla morte eminente del dittatore, stanchi dei morti per fuga, sempre spinti verso l’ossessione della fuga senza accorgercene” ( Il paese delle prugne verdi, Herta Muller)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...