Amor (e rabbia) di patria

Italia by Yocci

Ci sono dei post che scrivo ma non pubblico perché mi rendo conto che qualcosa ancora mi sfugge. Questo è uno di quelli. Lo scrissi qualche settimana fa quando qualcuno mise in facebook questo video chiamato: “Ma quale fuga di cervelli, questa è la rivoluzione del non esserci”

Dalla prima stesura questa è una delle entrate del blog che più è cambiata. Nella prima versione attaccavo l’idea di questo video e poi, mano a mano, ripensandoci, accettavo sempre di più le sue critiche e perfino a volte il suo tono, quando la rabbia per qualche notizia d’attualità mi attanagliava. Come spesso mi è successo in passato, le parole di Saviano mi hanno chiarita e spinta finalmente a chiudere questo post.

Parliamo dell’affetto che uno prova per il proprio paese e per le proprie radici. Nel caso di noi italiani, senza dubbio, un sentimento più spesso di amore e rabbia. Spero che a questo punto avrete visto il video e vi sarete fatti la vostra opinione. Il tono è duro, d’accusa ma il problema è che alla fine sembra lavarsene le mani. Credo sia uno sfogo, come anche a me ne sono capitati tanti. Lo sfogo di chi, quasi ogni giorno deve sopportare le domande stupefatte che spagnoli, tedeschi, francesi e inglesi ci fanno; di cosa stia succedendo in Italia e di come possiamo continuare ad affondare senza ribellarci, senza opporci a questa staticità malata. E’ una cosa frustrante, che a volte provoca degli scoppi emozionali.

La sostanza però del video mi pare sia: avete tutti questi problemi e ci avete obbligato ad andare via dal paese? Beh, noi ci siamo rifatti una vita e non ce ne frega più nulla di quello che succede in Italia, ora abbiamo una nuova patria e voi, arrangiatevi. E in più aggiunge, come per levarsi di dosso un incipiente senso di colpa: tanto l’Italia a noi non ci ha dato mai nulla.

Su quest’ultimo punto io ho i miei dubbi. Per me, quello che siamo, le persone che siamo diventati (anche noi cervelli in fuga) non è solo merito nostro, ma anche del paese in cui siamo cresciuti e che ha formato i nostri genitori e poi noi. E se a formarci non sono state le scuole e le istituzioni che magari ci hanno messo i bastoni tra le ruote, sono state le sfide, le persone, i libri e le piccole ribellioni quotidiane. In ogni caso, non è solo merito nostro. Mi viene allora da chiedermi se non dobbiamo in qualche modo ripagare questo debito che secondo me abbiamo con il nostro paese.

Molte volte mi sono chiesta se bisogna tornare in Italia dopo essere vissuti all’estero. Credo sia stato Saviano in alcuni dei suoi interventi a dire che bisogna andarsene dall’Italia, ma poi ritornare. Anche se ognuno poi fa le sue scelte e la vita ci impone le sue, credo più nel discorso di Saviano che in quello di lavarsene le mani di un Italia che si sta asfissiando nel suo piccolo spazio vitale. E’ vero che una parte dell’Italia è terra popolata di anime morte e di cancrene, ma è giusto voltargli la schiena e continuare a vivere altrove?

Vivere in Italia è come vivere con un parente anziano e malato in casa. Si può decidere di rimanere ad assisterlo negli anni della malattia, o di andare via e magari occuparsene a distanza, ma cercare una nuova vita altrove. Mettiamo che siete giovani e con una vita davanti da intraprendere, molti progetti e un’energia scatenata dentro. I principi di libertà e autodeterminazione e il vostro senso d’indipendenza vi direbbero che la vita è una, che dovete cercare la vostra strada, che se non chiedete nulla a nessuno e intraprendete la vostra vita con le sole vostre forze, siete nel diritto di farlo. Ma l’indipendenza ha una doppia faccia terribile che può lasciarci impantanati in conflitti morali e personali complicati. Cosa fareste quindi? Tempo fa l’Economist pubblicò un articolo interessante sugli espatriati, che venne tradotto da Internazionale. Citando Hemingway si diceva: “la condizione di straniero era un mezzo di evasione fisica, psicologica e morale. (…) consentiva di liberarsi dai condizionamenti imposti dalla famiglia, dal lavoro, dalla classe, dall’accento e dalla politica. Dava la possibilità di reinventare se stessi, magari anche nella propria testa”. E per un italiano, fuggire dall’immobilismo del suo paese e trovarsi in questa nuova condizione, non c’è dubbio che sia un’esperienza eccitante. Giusto o sbagliato che sia il rimanere e resistere, o l’andarsene e iniziare con una nuova vita, quello che non mi pare giusto è, dopo essersene andati, voltarsi e gridare “vaffanculo” a chi è rimasto (“vaffanculo Italia”) come succede nel video

Oggi su El Pais esce un’intervista fatta a Saviano in occasione della sua presenza qui a Madrid per ritirare un premio. In quest’intervista Saviano ipotizza l’idea di andarsene via dall’Italia per un po’, e riprende un pensiero fatto a suo tempo sull’Italia. Lo riporto qui traducendolo da El Pais:

“…l’Italia è un paese cattivo in cui vivere, un paese feroce. (…) Perché è da troppi anni che non ha diritti garantiti. Alla fine succede che per la gente il nemico non è il sistema, ma l’individuo che ha ottenuto ciò che l’altro non ha. Il disoccupato odia a chi lavora, però non fa nulla per cambiare le cose. Se hai un lavoro, la gente si chiede chi ti avrà raccomandato. Se sei in televisione pensano: chi l’avrà introdotto? E nel 80% dei casi è così. Quindi si sentono in diritto di continuare a pensarla così. Non è genetico, è come funziona il paese. E’ la sua frustrazione. (…) tutta l’Europa sta diventando più mafiosa…”

Saviano ha ragione e questo rende ancora più difficile la scelta per noi espatriati tra tornare o no, e per gli italiani in patria, tra rimanere o andare via. A ciò si aggiunge l’esempio di persone come Saviano appunto, che resistono a costo di grandi sacrifici nel paese, per continuare a tenere viva l’attenzione sui temi importanti, per evitare il coma completo. E in risposta che cosa gli arriva? Tanto fango. Tanto affetto anche, l’ho potuto vedere al festival di Internazionale quando Saviano venne ricevuto con un’interminabile standing ovation. Però anche tanta amarezza e accuse e insulti e disprezzo. E allora la scelta tra il proprio paese ed il proprio futuro si fa pesante come un macigno, così come i dubbi: ma il paese a cui mi sento tanto unito è l’Italia reale o è quello che porto nel cuore? E forse, in questo secondo caso, è meglio cercare un paese più “meritevole” degli sforzi dei suoi cittadini per migliorarlo. Un paese in cui, quella patria che portiamo nel cuore, possa essere creata davvero con lo sforzo di tutti. Forse in Italia bisognerà prima o poi tornare per provare a fare qualcosa per quelle anime morte che asfissiano il mio bel paese, che è bello davvero, ma che a volte è troppo presuntuoso per accorgersi dei suoi errori, è troppo cattivo e sospettoso per lasciare che alcuni cerchino di raccontarlo e di migliorarlo e prendersene cura. Però rimane mio, e mentre molte di quelle “anime morte” preferirebbero che io e altri ce ne andassimo per sempre per sguazzare in pace nel loro piccolo impero, dovremmo cercare invece di fare in modo che ad andarsene siano loro! Però la scelta si fa sempre più difficile. Le accuse non servono, parlare di “noi” e “voi” neppure. Siamo italiani, e la rabbia con cui Federico Bonelli si accanisce nel video, credo che in fondo riveli il suo amore per il nostro paese e la voglia di denunciarne i problemi che sono assolutamente reali.

Nel ’96 il Sudafrica uscì dall’epoca più difficile dell’appartheid anche creando la Commissione di Verità e Giustizia che portava in tribunale i crimini e i criminali per fare chiarezza, e in molti casi concedere amnistia in cambio della verità su quello che era successo. Molti non furono d’accordo e non lo sono ancora, e si può discutere molto sulla correttezza di quella scelta, ma credo che a volte la verità si debba ricercare a costo del perdono. Una parte degli italiani dovranno imparare a perdonare a quest’Italia i danni causati, denunciarli, renderli pubblici ma alla fine perdonare per ricominciare una nuova epoca di chiarezza e di garanzia dei diritti civili. Il cuore degli italiani è troppo pieno d’amarezza, rabbia ed impotenza per poter intraprendere un nuovo percorso di cambiamento. Sono sentimenti che ci appesantiscono troppo e a volte ci rendono meschini e ci anestetizzano.

Samara Croci

(Vivere all’estero) “è un atto di sfiducia nei confronti del proprio paese natale”

“Gli emigrati di lunga data, finiscono per sentirsi come gli esuli, il paese che si sono lasciati alle spalle cambia e cominciano a sentirsi stranieri anche li. C’è sempre un prezzo da pagare”

Licenza Creative Commons

Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

“MA QUALE FUGA DEI CERVELLI QUESTA E’ LA RIVOLUZIONE DEL NON ESSERCI” from Daniele Ciabattoni on Vimeo.

Vita da Stranieri_Internazionale 829, scaricabile

Articolo de El Pais con spezzoni dell’intervista a Saviano durante l’evento di Madrid

Yocci è una bravissima disegnatrice giapponese che abita in Italia. Durante un lungo periodo ha collaborato con Internazionale. Ecco qui alcuni riferimenti: un intervista, una pagina in flicker con alcuni suoi lavori e il suo blog.

2 pensieri su “Amor (e rabbia) di patria

  1. Hai dato voce a quello che penso in maniera perfetta.
    Tempo fa in un film stupidissimo sentii la frase “quando i frutti della tua vite maturano solo nell’orto del vicino, le tue speranze falliscono.”
    Credo che possa racchiudere il sentimento di chi rimane in questo Paese che in fondo amiamo tutti, anche chi scappa.
    Saluti

    1. Ciao Donatella, grazie per il tuo commento. La frase che citi è veritiera e in sintesi riassume veramente il sentimento, come dici tu! Ho in testa un post sullo stesso argomento ma devo dire che la speranza non sta crescendo in me, tutto il contrario!🙂 Grazie veramente di avermi lasciato un commento e grazie per essere passata di qui! Un saluto.
      Samara

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