Generation GAP

Murales Madrid ©Samara Croci

Ricordate il numero d’Internazionale dedicato al “bravo maestro? Da allora, il tema mi ha assillata, grazie anche ad un reportage che sto seguendo per lavoro, sui minorenni violenti e a questa interessante conferenza di TED sulle tecniche di insegnamento negli slums. Di quest’ultima mi ha particolarmente colpita la spiegazione della tecnica “pull”, in contrasto con la classica tecnica scolastica del “push”. In sostanza, noi siamo stati “spinti” (push) a scuola. Ora, la tecnica che ha successo nelle favelas è quella del “tirare” (pull) o meglio, attirare i ragazzi con qualcosa che li faccia appassionare e poi vendergli tutto il resto.

Che strumenti hanno i professori per attrarre oggi gli alunni? Un bel dilemma, e una questione importante, soprattutto in un paese come l’Italia dove l’educazione è ormai lasciata in mano all’iniziativa individuale o peggio, alla tv. A tutto ciò si aggiunge un nuovo allarme, forse più mediatico che reale. I giovani sono più violenti che in passato?

Ho potuto assistere all’intervista ad una psicologa-criminologa spagnola di un centro di detenzione per minorenni. Giustamente, alla domanda sulla tv e le sue responsabilità sociali, lei ha risposto che non è solo la tv che è violenta, ma tutta la società vive un livello di tensione senza precedenti. Siamo tutti immersi in questa zuppa di tensione esplosiva, noi, come i ragazzi, il tizio che scende dalla macchina e mena l’altro per avergli toccato il parafanghi, così come il minorenne che alza le mani sul suo compagno di classe.

L’idea è buona, smettiamo di guardare solo ai giovani e pensiamo al mondo intorno a loro, agli adulti che li circondano e alla società in cui sono immersi e che fin dalla tenera età gli offre i modelli sociali basilari. Voi adulti, chi è che rispettate e ammirate? Di chi vi fidate ciecamente? Una volta ci si fidava del medico, del prete, del giornalista del telegiornale, del signor sindaco, del maestro. E oggi? Dubito che rimanga qualcuno.

L’autorità si guadagna con il rispetto e quindi con il riconoscimento di un valore nella persona che rappresenta l’autorità. Ma se oggi perfino i genitori non riconoscono il valore e non rispettano “il maestro”, come possono ottenere rispetto i professori con i ragazzi? Alcuni riusciranno a farlo con il carisma, ma è una qualità che pochi in generale hanno. Altri lo potranno fare cercando di suscitare interesse nei ragazzi. Ma le passioni di un professore di 50 anni possono attrarre anche un sedicenne? Secondo questo podcast sull’evoluzione dell’uomo attraverso internet, il gap potrebbe essersi fatto troppo grande. Se perfino il sistema di funzionamento del cervello con le nuove tecnologie è cambiato, qual è il terreno comune su cui le due generazioni (prof/genitori e ragazzi) possono ancora dialogare?  Se, come si dice nella conferenza di TED, dobbiamo trovare qualcosa con cui attrarre i ragazzi, cos’è quel qualcosa, e chi può insegnarlo ai professori? Credete che possa essere qualcosa che il nostro sistema scolastico stia insegnando ai futuri professori?

Io ho amato i Promessi Sposi, Dante e Boccaccio. Sono parte di me oggi grazie ad un professore giovane e pieno d’entusiasmo che incontrai lungo il cammino. Io però ero assetata di libri. Ma perché un ragazzo di 16 anni dovrebbe leggerli? Se non sappiamo rispondere a questa domanda, sarà dura che possiamo edificare un nuovo sistema educativo. Studiare Platone, è importante per districarsi nel mondo virtuale di internet? Io credo di si, ma come lo spieghiamo ai ragazzini? Cos’è importante oggi per loro, quali sono i valori che gli abbiamo trasmesso? Quali sono gli strumenti per formare degli individui che si addentrano in un mondo complesso e pieno di nuove sfide a cui noi certamente non sappiamo ancora dare risposte. Loro forse sapranno rispondere a queste sfide meglio di noi, ma gli mancano le chiavi, le password, che solo l’esperienza insegna. Sono hacker e non avranno difficoltà a craccare il sistema e trovare nuove vie, nuove soluzioni. Il problema di cosa faranno con l’innata conoscenza che hanno di questo sistema in evoluzione, dipende da noi, dalle chiavi che sapremmo passare loro. Ma per farlo, dovremo essere un po’ hacker anche noi, parlare il linguaggio di programmazione che loro utilizzano. Demonizzare e basta, non serve, dobbiamo avviare un rapido upgrade del nostro cervello e dare più fiducia a quei giovani che si stanno facendo largo ora per la vita. Se non abbiamo fiducia in loro, non avranno nulla da dimostrarci, nessuna sfida. Gli sembrerà di essere già dei falliti e l’unica cosa che faranno sarà confermarci quella prima impressione che gli abbiamo schiaffato in faccia.

Samara Croci

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