Sepolti

©Samara Croci

Buried è un film che racconta delle bugie che ci hanno soffocato negli ultimi anni, racconta delle guerre che abbiamo fatto per le armi di distruzione di massa e per l’esportazione della democrazia. Racconta anche del Patrioct Act e della crisi finanziaria, dei mutui subprime, e forse, anticipa anche la nuova bolla valutaria che sta per scoppiarci in faccia. Tutto ciò lo racconta da una bara sepolta sotto terra nel deserto dell’Iraq, dove un uomo è prigioniero con alcune torce, un coltellino e un blackberry.  In credibile no? D’altra parte, tutti i film che sono un forzato esercizio di stile, hanno in realtà lo scopo di raccontarci altre realtà più grandi, sono sempre metaforici. Buried non fa eccezione. Ci si va, magari come me, sapendo solo che è un film interamente girato in una bara sottoterra, con la curiosità tecnico/registica di sapere come lo abbiano fatto. Poi si scopre un film molto più profondo e oscuro di quella bara.
Buried è infatti un film sulle menzogne soffocanti del nostro tempo, menzogne che ci circondano e minacciano di intrufolarsi in uno spazio privato che ormai si è ridotto ad una piccola cassa oscura e senza via d’uscita. L’unico contatto con l’esterno è un blackberry ma si rivela inutile perché la lingua impostata è l’arabo (incomprensioni linguistiche), perché le batterie durano poco e perché fondamentalmente, all’altro capo del “filo” manca tutta un’umanità che possa aiutare, rispondere e confortare quell’uomo intrappolato tra le menzogne.
L’uomo sepolto nella cassa nel deserto iracheno, non è un soldato americano, ma un guidatore di camion. Questo però non fa differenza per i suoi rapitori. “Sono innocente, cosa c’entro con questa guerra?!” dice all’arabo che lo tiene intrappolato e gli parla per telefono. E quello: “Anch’io non ho fatto l’11 settembre, eppure avete bombardato la mia famiglia e il mio villaggio”.
Ed è così che via, via, nel film, lo spazio già angusto della cassa, si riempie non solo di pericoli reali che la rendono ancora più una trappola di tortura, ma si riempie soprattutto delle menzogne degli uomini che il prigioniero contatta in un disperato tentativo di aiuto. Lui, l’interrato, rappresenta tutti i soldati mandati alla leggera in Iraq, “leoni guidati da agnelli”. Rappresenta i lavoratori americani presi a calci dai loro datori di lavoro a ridosso della crisi, mentre intascavano i lauti aiuti statali e ricominciavano a speculare. Rappresenta quelli che, dopo anni di guadagni facili e boom economico, sono stati messi in cassa d’integrazione mentre i padroni con i soldi offshore se la svignavano dal paese in fiamme. Tutti, tutti quelli che hanno sofferto il crollo del castello di carte che ci circondava, tutti, ci troviamo in quella cassa. E da questa vicenda, il contatto umano e familiare ne esce sconfitto e debole. Quasi nessun conforto placa il terrore del prigioniero. L’unico contatto è alla fine, ma sembra arrivare solo per acuire la grande menzogna che segue e la disperazione che ne deriva. Quella cassa è sepolta in Iraq, ma poteva essere a Wall Street, nel Golfo del Messico, a Kabul o ad Abu Ghraib. Potrebbe essere in ogni posto in cui le istituzioni hanno sepolto gli uomini, i cittadini e le loro libertà. In ogni posto in cui gli individui si sono ritrovati improvvisamente all’oscuro, senza libertà, senza spazio privato, senza affetti e contornati da menzogne, da sterili protocolli d’intervento e da stupide formalità burocratiche.
Un film soffocante e claustrofobico ma non solo per le immagini. Se quella è la cassa in cui noi cittadini ci troviamo, sarà meglio fare al più presto qualcosa per uscirne perché la sabbia s’infiltra per tutte le fessure e l’ossigeno sta finendo…

Samara Croci

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Buried (Sepolto), in uscita in Italia il 15 ottobre, è diretto da Rodrigo Cortés e interpretato da Ryan Reynolds.

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