Ricordi di novembre

 

Praga mulino notte ©Samara Croci

Ieri in giro per le strade di Madrid c’erano già diverse persone con mazzi di crisantemi e margherite da portare nei cimiteri sulle tombe dei loro cari. Forse è per questo che ieri sera, tornando a casa mi è venuto da ripensare alle persone care che ho perso. Subito ho pensato a mia nonna, ma poi anche a mio nonno e a Rudy.

Rudy era il mio istruttore di subacquea. La morte di Rudy mi colpì tantissimo. Fu il primo ragazzo giovane a cui ero legata che morì di un incidente violento, improvviso. Successe una notte. Lui guidava in moto e in una curva, una macchina lo spinse fuori strada. Rudy era il tipico ragazzo che adora la vita e che la vita adora. Affascinante, sportivo, gli piaceva correre, andare sott’acqua e aveva sempre un bel sorriso. Pochi giorni dopo la sua morte erano pianificate le sue nozze con una ragazza carina che finalmente l’aveva “incastrato”. Ricordo il funerale, pioveva, e io piangevo di un pianto rumoroso e incontrollabile. Credo che quello fu il momento in cui mi resi conto che la vita poteva veramente essere crudele. Al funerale c’erano tutti i suoi amici, la famiglia e la promessa sposa. Ancora oggi, ripensando a Rudy, il ricordo del giorno del suo funerale, in cui il cielo si aprì in un pianto cupo e disperato, si annebbia, e rimane il suo bel sorriso lieve e contagioso mentre usciva dall’acqua con la muta da sub e i riccioli gocciolanti.

Casetta campi ©Samara Croci

Un altro ricordo vivido che ho è quello con mio nonno materno, forse l’unico ricordo che ho con lui vero, non derivato dai racconti e dalle foto. Ricordo che eravamo nel parco e lui mi sgridava perché non imparavo ad andare in bici e a me veniva da piangere, e non volevo imparare con lui che strillava. Poi però ricordo un momento in cui lui mi teneva, io cominciavo ad andare e lui diceva: “ti tengo, ti tengo” ma la voce si allontanava e allora mi rendevo conto che non mi stava più tenendo e che stavo andando da sola. Ho ancora quella sensazione di felicità in testa, vivida. So che mi leggeva delle favole e che mio padre lo obbligava ad uscire in balcone per fumare quando veniva da noi. E ricordo che mangiava un sacco di pane, sempre.

Cimitero ©Samara Croci

Ma il ricordo più doloroso che mi affiora in questi giorni di pensieri sulle persone care, è quello di mia nonna paterna. La persona che ho perso e con la quale avevo passato più tempo e di cui avevo più ricordi.
Mia nonna mi mandava sempre per posta delle letterine con dei ritagli degli elzeviri del Corriere e a volte con i cruciverba. Diceva che s’imparava più da quelli che dall’università. E a giudicare dalla sua freschezza mentale, direi che aveva ragione. E insieme agli articoli che ogni settimana mi mandava in una busta, ci metteva 2.000 o 5.000 lire, e a volte, faceva dei disegnini, o mi metteva delle osservazioni sue scritte a penna.I o non li leggevo sempre, erano difficili da capire, ma aprivo ogni volta quella busta piena di ritagli con grande attesa. Era un momento sacro, l’unica corrispondenza che ricevevo io da bambina e mi faceva sentire importante. E poi, quando andavo a trovarla, mi comprava il Cebion all’arancia, la vitamina C. E io la divoravo, così come anche la Citrosodina. E poi, faceva i ravioli in brodo. Il nonno succhiava rumorosamente il brodo dal cucchiaio, e io e la mamma scoppiavamo dal ridere. Mia mamma inorridiva per il caffè che faceva la nonna, e lo buttava sempre nel lavandino di nascosto. A me piaceva, mi faceva sentire grande. Ricordo che lavava i vetri tutti i giorni, che aveva una sala macchine con i tubi colorati in cantina, dove c’era la caldaia, quel essere mostruoso e rumoroso che incuteva un timore reverenziale e che solo il nonno poteva toccare. E poi c’era la sala della scarpiera, che odorava di lucida scarpe, e il garage, prima con la 500 ,e poi con un’indistruttibile Panda 4×4. Ricordo il lungo corridoio che dava accesso alle stanze da letto. Era buio, e le finestre erano oscurate da pesanti tende di velluto nero dietro le quali, nella mia immaginazione, si nascondevano mostri orribili. Ricordo quando dormivo nella stanza della bisnonna morta, il terrore mi attanagliava fin nelle ossa e non osavo svegliarmi la notte per andare in bagno. E poi la nonna diceva che poteva parlare con i morti. Prendeva il suo ingombrante registratore e lo metteva in rec nel silenzio più assoluto della grande casa. E poi si sentiva raschiare sul microfono e lei traduceva le parole dei morti. Aveva tutta una serie di cassette registrate.
Mi diceva sempre che una volta morta, mi avrebbe sicuramente dato i numeri della lotteria, e che se non l’avesse fatto, era perché quella cosa dei numeri della lotteria era una cavolata. E così deve essere, perché i numeri non li ho e so che lei era testarda!
Ricordo che mi portava nella cantinetta, tutta arredata in stile anni ’70, mi spingeva nella sala dei freezer – ne aveva due a pozzo giganti – e tirava fuori le bomboniere Algida e me le ficcava in bocca e se le ficcava in bocca anche lei, e mi faceva l’occhiolino e mi diceva delle parole in varesotto. La nonna era una avanti!
Poi si ammalò, aveva un cancro linfatico, ma quello che le dette il colpo di grazia fu la sua mania di pulire i vetri tutti i giorni. Lo fece quando era già malata, e si prese una polmonite. Ricordo vagamente una volta in cui già delirava e le avevano dato dei calmanti e diceva qualcosa sui bonsai, ma dicendolo in modo buffissimo, con la “z”, come fosse una cinese. Chissà in che mondo stava vivendo in quegli ultimi giorni.
E poi ricordo il momento in cui mio padre mi telefonò per dirmi che la nonna era morta. Ero a lezione, in università, uscii dalla classe e piansi come mai mi era successo, il cuore mi si era spezzato, e la mia nonna se n’era andata. Ma quello che ancora di più mi spezzò il cuore fu il nonno, il giorno del funerale. Mio nonno era un uomo tutto d’un pezzo, burbero, sempre servito e riverito dalla mia allegra e pazzerella nonna, ma lui, non si scomponeva mai, neppure con me. Il giorno del funerale, all’uscita dal cimitero, ricordo che ruppe a piangere di una disperazione inconsolabile, chiedendosi cosa sarebbe stato della sua vita e rimproverandosi di non aver mai valorizzato la nonna come avrebbe dovuto. Si sentiva solo al mondo e non si era mai reso conto realmente di quanto lei gli riempisse la vita. Ma era impossibile prendersela con quel vecchietto, di colpo rimpicciolito della metà dal dolore, che si rendeva conto che il suo mondo se n’era andato con la sua sposa. Veder piangere mio nonno, vederlo farsi piccolo, debole, disperato e fragile, fu uno shock incredibile dopo tanti anni temendolo e stando sempre lontana dal suo studio dove passava le mattine a leggere il giornale in religioso silenzio.

Taranto ceri ©Samara Croci

Infine, di quest’ultimo anno, ho ancora vivo il ricordo della nostra piccola Taira, la mia cagnolotta che ora riposa tra le radici di un alberello di ciliegio che mia mamma ha piantato, ancora in fiore. Taira arrivò in un periodo difficile della mia vita. Ero appena tornata dagli Stati Uniti con l’animo e le forze distrutte. L’altro mio cane, Fiamma, era morta nell’anno in cui ero stata via e la mia famiglia si stava disgregando. Intanto a scuola mi chiedevano il 100% d’attenzione. C’era la maturità quell’anno, e io avevo praticamente perso il 4° anno del liceo. Ricordo quando andammo a prendere Taira, in una stalla che puzzava di cacca di vacca, era li a gironzolare con gli altri fratellini. Quando la portammo a casa, ricordo che mia madre le preparò una zuppa di pesce. Molto raffinata, e sembrava molto adatta ad un cane di mare come i terranova. Ma, nulla, le faceva schifo. In cambio rubava dal tavolo i grissini e il prosciutto. Mentre studiavo, lei stava in camera mia giocherellona e iperattiva, invece, sotto i portici di Cuneo, si rifiutava di camminare con il guinzaglio e si faceva trascinare come un mocio! La ricordo anche l’inverno scorso, ormai vecchietta, al mio ritorno in Italia a Natale. Era già molto malata ma ci regalò un giorno nella neve spettacolare in cui, eccezionalmente, si mise anche ad abbaiare ad uno dei suoi adorati sassi. Quello fu l’ultimo ricordo del tempo insieme, non c’ero quando dovettero sopprimerla, ero a Madrid, ma mi resi conto che la distanza non attenua in nessun modo il dolore.

Queste sono le persone a cui penso in questi giorni. Il dolore della perdita di ciascuno mi ha insegnato qualcosa e mi ha cambiata un po’. Tramite i loro cuori e le loro vite, sono cresciuta anch’io e ho imparato a conoscere le persone e a decifrare la complessità di questa vita imprevedibile. Per questo li ricordo e racconto i pezzi delle loro storie che si sono incrociati con la mia.

Samara Croci

Licenza Creative Commons
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Based on a work at samaracroci.wordpress.com.

2 pensieri su “Ricordi di novembre

    1. Ciao Emanuela! Grazie per essere passata e per avermi letta e grazie del pensiero.
      Sono contenta che ti sia ritrovata nei miei ricordi. Un abbraccio chica, forte, forte! Samy

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