Elogio della lentezza e dei piccoli

Montagna ©Samara Croci

Oggi ho finito di leggere La leggenda dei monti naviganti di Paolo Rumiz. La dedica che Rumiz fa all’inizio del libro è in onore dei “giardinieri di Dio rimasti sull’Arca” e già in apertura ci chiarisce che “l’Arca è la montagna di casa nostra”, le Alpi e gli Appennini, che lui percorre instancabile per raccontare una storia di resistenza: vite di italiani che resistono “malgrado l’Italia”. Rumiz li paragona ai monaci che meditavano in Cappadocia tra i “nidi di fata” dei monasteri abbandonati, e che con le loro preghiere garantivano la continuità e la sopravvivenza del mondo.

Il racconto però vira prestissimo alla catastrofe imminente, i guerrieri di cui racconta sono quasi sempre vecchi e stanchi, sono soli e spesso dimenticati. Grazie a Rumiz però, abbiamo la possibilità di aggrapparci a questo scampolo di speranza: loro sono lì che lottano contro il potere che li ignora, gli mette i bastoni tra le ruote e si divora interi pezzi della nostra bella Italia. Rumiz ondeggia, a passi di valzer e mazurke, o zampetta, sull’onda di una tarantella tra le storie di quelli che incontra, sulle sillabe affascinanti dei posti che attraversa. In noi, mentre leggiamo, penetra la rabbia e l’orrore per quello che abbiamo già perso per sempre, per l’incuria che riserviamo a chi resiste e per gli stupri del potere al nostro territorio di cui non ci siamo quasi mai occupati di sapere di più.

Quello che facciamo con Rumiz è un viaggio sacro, alla scoperta di luoghi, persone e tradizioni profonde che una volta erano il sale delle nostre vite. La domanda quindi diventa: come abbiamo potuto dimenticare tutto ciò e sopravvivere? E poi, siamo sopravvissuti veramente? O il viaggio di Rumiz è un viaggio lungo l’Acheronte tra anime morte, convinte d’essere ancora vive e di costituire una nazione, ma in realtà immobili nella nebbia e ormai immerse solo nei loro sogni infranti? Rumiz è più ottimista di me, vede in queste persone delle resistenze che possono riscattare il paese, ma io, vedo in loro dei “giardinieri di Dio” rimasti a bordo di un’Arca che ormai vive solo nel racconto. I personaggi di Rumiz rischiano di avere la consistenza dei ricordi di Ulisse che decanta le lodi della sua lontana Itaca. Come l’eroe omerico essi vivono nella leggenda che Rumiz battezza “dei monti naviganti”.

Qualcuno si ricorderà il bellissimo film di Lynch, “Una storia vera”. Raccontava la storia di un vecchio, Alvin Straight, che per andare a trovare il fratello malato che vive lontano da lui, decide di mettersi in viaggio con un trattore, attraversando gli infiniti spazi della campagna americana dove entra in contatto con mille piccoli universi umani che incontra sul suo percorso. Come il libro di Rumiz, anche il film vuole essere un elogio alla lentezza, al viaggio di scoperta, alla riflessione su un mondo che va pazzamente veloce e rischia di schiantarsi, come le macchine che seminavano sprezzanti i contadini di “Furore” di Stenbeick in fuga dalla Grande Depressione lungo le strade polverose di un’America, come oggi, umiliata dalla crisi e dai potenti.

Appena finito il libro di Rumiz, mi è venuta voglia di rivedere il film di Lynch che mi ha fatto pensare ad un altro elemento triste: nel libro di Rumiz, sono quasi assenti i giovani. Un po’ perché non abitano più i territori attraversati dalla Topolino del giornalista e un po’ perché forse non sono tra i “giardinieri di Dio” rimasti sull’Arca, ma lottano in altri mondi, oppure si sono perduti in alto mare.

L’Arca, la montagna di Rumiz, così come il trattore del film di Lynch, da lontano, sembrano fermi, immobili, ma avvicinandosi, gustandone le mille storie che contengono, ci si accorge che essi si muovono vorticosamente e raccontano ciò che chi rimane a distanza, come “i politici sui loro elicotteri”, non vede. Forse in questo modo, avvicinandosi con pazienza, con lentezza, i personaggi dell’Arca, da sogni, da leggende, diventeranno realtà.

Da lontano le cose si possono interpretare un po’ come ci conviene, per poi passare ad altro con la coscienza pulita. Il nostro mondo, d’altra parte, viaggia veloce ormai, chi si ferma è perduto e chi va piano è un fallito. E’ un sistema facile in fondo per lavarcene le mani, c’è tanto a cui pensare e non c’è tempo per avvicinarsi. Ma è quello che Rumiz ci invita a fare, ad avvicinarci, a rallentare e a non guardare le cose da lontano cercando scuse, ma a fermarci per parlare, schietti, diretti, senza intermediazioni, ne scuse, ne distanze sicure. Lo fa anche Alvin Straight, il protagonista di “Una storia vera”, che poi nel titolo originale era “A Straight Story”, cioè una storia schietta, diretta. Lo fa infine anche Steinbeck, con i suoi contadini di “Furore”: storie singole che ci si appiccicano addosso con le loro gioie e le tragedie, ci contagiano, senza possibilità di distanza, ma proprio per quello, ci entrano dentro e ci smuovono. Forse le persone di cui parla Rumiz sono solo personaggi, come i contadini di Steinbeck, già umiliati dalla velocità e dalla spocchia dei potenti, già schiacciati, già vecchi come Alvin, ma il racconto delle loro storie ha una funzione importante, quella di avvicinarci a loro e poi di pervaderci per raccontarci di un altro mondo, di un altro modo di fare, di una resistenza possibile.

Samara

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