Espatrio o…?

Lavatoio pubblico abbandonato, Spagna ©Samara Croci

Un elemento che mi ha colpito del libro della Cucchiarato (Vivo Altrove) è come la maggior parte degli italiani espatriati intervistati dicessero che non era stata un’emigrazione obbligata la loro, ma una scelta volontaria. Avevo dei dubbi su tutto ciò, non capivo questo timore nel dire che era stata una fuga e, a volte, una scelta obbligata come invece mi sembra che sia per molti.

Poi ho capito. E’ vero, nessuno di noi se né andato perché non aveva scelta, una scelta e un’alternativa c’era sempre. Ce ne siamo andati spesso per fare un’avventura che la maggior parte delle volte prevedevamo sarebbe durata un annetto o due. Poi però le motivazione per cui facciamo di tutto per non tornare, sono tutta un’altra cosa secondo me. Li sì che diventa una scelta obbligata. Dopo un po’ di anni fuori, è difficile che uno scelga liberamente di tornare in quest’Italia.

La partenza, la famosa fuga di cervelli, non è in realtà questo grande problema. In tutti i paesi europei i giovani vanno quasi sempre all’estero a fare un’esperienza di lavoro (oltre l’Erasmus) e poi tornano a farsi la loro vita in patria. Io l’ho visto a Madrid in questi 4 anni, quasi tutti gli stranieri come francesi, tedeschi e inglesi sono tornati in patria dopo 1 o 2 anni. Gli italiani sono qui, con le unghie infilate nel terreno, costi quel che costi. E non solo qui. Ho saputo dal consolato di Barcellona ma soprattutto da quello di Berlino, che non riescono a stare dietro agli arrivi nuovi, ogni mese, di connazionali.

Lavatoio pubblico abbandonato, Spagna ©Samara Croci

In questi mesi sto avendo l’onore di sentire tante storie di espatriati e non sono tutti successi stellari. Molti italiani all’estero non stanno vivendo situazioni idilliache, alcuni hanno fatto passi indietro in termini di carriera, sono pagati meno o hanno meno sicurezza sul lavoro, eppure rimangono fuori dall’Italia.

Questo è il problema, non la fuga di cervelli. I cervelli devono fuggire per nutrirsi della diversità, di esperienze nuove, per imparare. L’hanno fatto fin dai tempi del Grand Tour degli intellettuali europei, è la filosofia dell’anno sabbatico. Ora però, nel caso degli italiani, queste menti viaggianti, non tornano più, e preferiscono intraprendere anni di lotte con culture diverse, una burocrazia spesso ostile con i “pellegrini del lavoro”, con lingue diverse e spesso con la continua sfida di ricominciare daccapo più volte, in paesi diversi. Tutto, però il ritorno no!

Le ragioni le sappiamo, e credo ci sia ben poco che a breve termine possa accadere per farci cambiare idea. I giovani italiani continueranno ad espatriare e diventeranno sempre più spesso, e con buona pace dei leghisti, degli immigrati che piomberanno in altri paesi per “rubare il lavoro ai locali”.

Lavatoio pubblico abbandonato, Spagna ©Samara Croci

Ora è l’Europa, ma sempre più spesso sarà la Cina, gli Emirati, l’India, la Turchia… Sarà così perché l’Europa si sta sfaldando e i giovani, da quando il mondo esiste, sono alla ricerca di spazi da conquistare e di sfide che li stimolino.

Il nostro paese non ha più sogni e i sogni ce li mette chi ci vive. Noi italiani non sognamo più, non almeno per il nostro paese, e non in un numero o in una maggioranza adeguata. Forse qualcuno, con sogni diversi, vorrà piantarli qui, mentre noi andremo altrove a farlo. Non vuol dire che abbiamo smesso di sognare in assoluto, o che l’Italia sia spacciata. Sarà un’altra Italia, piena di altri sogni, magari anche migliori. Non è che nel nostro “Bel Paese” non ci siano sfide stimolanti. Ci sono, eccome! Ma non attraggono noi giovani, viziati, se volete, che avevamo una certa idea del nostro futuro e che ora non possiamo far altro che seguire, ovunque ci porti. D’altronde da qualche anno è diventato più che visibile come il nostro paese sia profondamente diviso a livello sociale. Purtroppo, per quello che mi riguarda, la maggioranza non mi rappresenta, e mi sento sempre più in minoranza.

Lavatoio pubblico abbandonato, Spagna ©Samara Croci

E chi salverà quest’Italia? Se succederà, credo che a salvarla saranno gli immigrati che proprio ora stanno sbarcando sulle coste italiane. D’altronde sono proprio loro che già adesso tengono in piedi interi settori dell’economia del nostro paese. Loro che arrivano da situazioni disastrate, che fanno tutte le rinunce possibili per restare e lottare. Forse loro vorranno rimanere e lottare per questo paese, migliorarlo e farne la loro patria. E forse non è giusto, non lo so, forse è un modo di lavarsene le mani, ma io non posso nascondere il fatto che, dopo quattro anni in Spagna, sono molto più entusiasta all’idea di lottare e lavorare sul futuro di questo paese, piuttosto che sull’Italia. E’ triste, lo so, però volendo essere onesti, è così. E non sarà diverso finché molte cose non cambieranno, e magari anche nel mio paese, come qui, tornerò a sentirmi parte di un maggioranza con concrete possibilità di influenzare il futuro del paese. Credo che una cosa per me sia la chiave di tutto: il clientelismo, le raccomandazioni, le spintarelle. Tolto quello, avremo risolto la maggior parte dei problemi di politica, criminalità, lavoro ed economia. Se  questo sarà risolto, chiunque abbia dei meriti, delle idee e della capacità, potrà arrivare a risolvere le cose. Al momento però non è così.

Lavatoio pubblico abbandonato, Spagna ©Samara Croci

Penso sempre che c’è anche chi ha fatto scelte diverse, forse migliori, forse più coraggiose, non lo so. Ci rifletterò su. Penso soprattutto ai ragazzi che durante la guerra civile risposero alla chiamata internazionale e da molti posti arrivarono in Spagna per combattere. Ora mi sono presa due libri che magari mi aiuteranno a conoscere le loro ragioni: “Omaggio alla Cataluña” di Orwell e “No pasarán!” di Upton Sinclair. Ora che ci penso, comunque, anche loro trovarono una ragione di lotta e di vita in una patria che non era la loro.

Samara Croci

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Mi piacerebbe condividere con voi un frammento letterario che ho scoperto durante la lettura di “Vivo Altrove” di Claudia Cucchiarato. Questa citazione che si trovava all’inizio di uno dei capitoli del libro, mi aveva colpito particolarmente. La riporto qui.

IL DISPATRIO, di Luigi Meneghello

“Il dispatrio non è un esilio. Indica qualcosa di profondamente diverso. Il dis suggerisce un’idea diversa, di mancanza, di separazione e di ‘altro’ che l’esilio identifica subito in un luogo preciso: il fuori, il suo ex. Tuttavia, il dispatrio si vive anche dentro, non solo fuori. Sembra una condizione che resta con noi indipendentemente da dove sia l’origine e la meta del nostro viaggio; indipendente dal luogo delle origini, dalla nostra stessa casa. Un sentire che resiste anche quando siamo nel nostro paese. La strana sensazione di non sentirsi mai davvero là dove si è. Una specie di dislocamento interno, o magari interiore, di chi spesso non si riconosce in ciò che vede e sente al di fuori di sé, nonostante si muova dentro un luogo familiare. Una condizione che, forse, nasce dalla sovrapposizione di nostalgia e nausea. Certamente dalla dialettica del punto di vista, da quella sua continua oscillazione con cui abbiamo imparato a convivere proprio nel nostro dispatrio.”

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