Secondo giorno – Festival di Internazionale a Ferrara

Stamattina, anche per motivi di lavoro, dopo aver ritirato i tagliandi per la giornata, mi sono diretta verso l’incontro su “Produrre senza inquinare“. Lavoro quotidianamente a contatto con i problemi della sostenibilità ambientale e conosco abbastanza il punto di vista dell’impresa, almeno nel mio settore, e l’incontro mi ha deluso parecchio. Primo su tutti, mancava il punto di vista dell’azienda, non c’era nessun imprenditore a cui chiedere perché, se tutte le politiche dell’Europa e del Ministero sono così coraggiose come si diceva, perché le aziende non seguono con convinzione la via della Green Economy. Le cose dette erano abbastanza banali e a tratti sembravano un discorso elettorale a favore dell’Europa o del Ministero. A controbattere, con poco spazio c’era solo la climatologa francese Valerie Masson: “si, l’Europa ha diminuito la CO2 ma anche perché ha delocalizzato tutta l’industria nel terzo mondo!”. Bravo! Peccato, un’occasione persa per parlare di temi veramente interessanti!

Poi, dopo un giretto per librerie, mi sono diretta al Teatro Comunale dove si é tenuto l’incontro “Foto di gruppo, Dal Venezuela all’Argentina, dove va la sinistra Latinoamericana”. Un incontro bello e con relatori veramente interessanti e che ci sarebbe piaciuto durasse di più. Si é parlato dei grandi cambiamenti avvenuti in America Latina negli ultimi 50 anni, ma si é anche parlato delle grandi sfide che ancora incombono: la mancanza di stato di diritto, la povertà e corruzione e la diseguaglianza. Enrique Krauze ha evidenziato come l’America Latina abbia una vocazione naturale per la sinistra, sia per una forte storia di diseguaglianze, che per le esperienze di regimi militari invasivi e per lo spirito missionario e la presenza religiosa forte nel continente. Detto ciò, la questione, ha evidenziato Patricio Fernandez Chadwick, é stabilire di che sinistra parliamo. Chadwick ha infatti riportato una frase di Patricio Haylwin: “hay que luchar por la injusticia en la medida de lo posible”. E il punto é, parliamo di una sinistra che lotta “en la medida de lo posible” (nei limiti del possibile) contro le ingiustizie o di una che lotta realmente e senza limiti? Di che progetto di sinistra parliamo? Perché certamente, un altro virus pericoloso per il continente é sicuramente anche il populismo alla Chavez, quello, si é detto, “a cui piace il microfono” e che viene spesso osannato con tinte religiose e quasi spirituali (si sono fatti vari esempi spassosi delle richieste eccentriche di Chavez).

Sicuramente il successo di Chavez mette in luce un punto importante: gran parte della popolazione si sentiva esclusa dal discorso politico precedente in cui spesso le elite politiche si esprimevano con disprezzo per una parte della popolazione. In questo Chavez ha mostrato una grande carenza del precedente modo di fare politica. Ma alla sua morte rimane purtroppo un paese senza piú istituzioni, che sopravvive solo grazie ai soldi che circolano con il petrolio e che ha come unica istituzione la volatilità.
Bello anche qui il discorso introdotto da Krauze (citando Carlyle e la sua Great Man Theory) sulla “storia di un popolo che si riduce a biografia di un solo uomo” cioé paesi in cui le istituzioni scompaiono e si ricorda solo un personaggio, un leader un po’ dispotico che incarna il tutto come in Venezuela o a Cuba.

Dal pubblico è arrivata una domanda che stimolava il dibattito sulle condizioni di vita della gente più che sui giochi di potere. Enrique Krauze ci ha tenuto a sottolineare che c’è una correlazione fortissima tra populismo, leader carismatici e peggioramento delle condizioni di vita della gente. Si è quindi accennato brevemente ai programmi sociali lanciati in Brasile e Messico in favore dei poveri, con finanziamenti dati in modo diretto con il sistema del microcredito in stile Muhammad Yunus. Si è chiuso il dibattito con le considerazioni di Krauze sulla necessità di avere in America Latina gente con idee pratiche e non con ideali romantici che spesso hanno danneggiato fortemente quest’area del mondo. E qui faceva riferimento alla domanda di una persona del pubblico che chiedeva come l’immigrazione di giovani europei in America Latina avrebbe cambiato la narrativa sulla democrazia in quell’area del mondo. Domanda un po’ arrogante per conto mio e la risposta di Krauze è stata elegantissima.

Dalle storie dei leader carismatici dell’America Latina, siamo corsi a sentire la chiacchierata su Erdogan, non a caso intitolata: “Erdogan piglia tutto. Democrazia, minoranze, Europa. Tutte le sfide del presidente“. Di questo incontro rimane l’idea di una Turchia schizzofrenica che come hanno detto gli ospiti presenti, ha tutti gli ingredienti per essere una democrazia vera, ma rimane invece una democrazia autoritaria come l’Ungheria o come alcune in America Latina. Erdogan è al potere da 12 anni e non sembra esserci nessuno in grado di sfidarlo. In questi anni, grazie anche alla spinta per entrare in Europa, grandi progressi sono stati fatti. La Turchia è il primo paese musulmano ad abolire la pena di morte e le rivolte di Piazza Taksim o Gezi park sono stati segnali importanti di un movimento della società civile che anni di militarismo avevano tenuto nascosto. Alcune timide tracce, anche a livello elettorale ci sono: alle ultime elezioni un candidato curdo ha superato la soglia del 10%, qualcosa che prima sarebbe stato impensabile. Ma ci sono purtroppo ancora 38.000 prigionieri politici in carcere e la sociologa Pinar Salek è stata in prigione tra loro. In questa schizzofrenia di elementi positivi e negativi, la Turchia quindi fallisce nel diventare una vera democrazia e il motivo per cui fallisce, secondo i nostri ospiti, è la scusa sempre citata dei pericoli esterni che la minacciano.

Ahmet Insel, economista e politologo turco, ha spiegato che la società turca è una società che ha paura di se stessa e che subisce tre grandi fratture:

– Una frattura etnica (la questione curda)

– Una frattura legata all’incapacità per una maggioranza sunnita (con 20% di Alawiti) di riconoscere l’uguaglianza alle altre religioni

– Una frattura sociale che contrappone una minoranza occidentofila ad una maggioranza musulmana

E a tutto ciò si aggiunge il fatto che si, i militari hanno perso il potere, ma il sistema rimane militarista, non c’è stato un passaggio democratico che abbia affiancato l’arresto dei capi militari.

E l’Europa? Dai turchi presenti alla nostra conferenza, possiamo sicuramente farci ispirare per un minimo di entusiasmo a favore dell’Europa, che qui non si percepisce più da anni. L’Europa è stata utile a democratizzare la Turchia come è stata utile nell’estendere per esempio i concetti di parità di diritti e dell’ecologia, dai paesi del Nord a paesi che prima non volevano sentir parlare di queste questioni. Certo, all’interno dei conflitti ora in essere in Medio Oriente, spesso l’Europa spinge la Turchia (con tutti i suoi problemi identitari) al radicalismo religioso, indebolendo chi vuole fare solo un discorso politico e non religioso. Ma questo ho paura succeda in molti paesi musulmani che sono ora in cerca della loro identità, compresa la Siria dove abbiamo visto, la rivolta politica del popolo diventa ora nella narrativa occidentale, una guerra di religione.

Un ultimo accenno importante è per ricordare che nel 2015 si festeggerà il centenario del genocidio armeno, una questione su cui Cengiz Aktar ha molto indagato e per la quale si è battuto.

Rimane una riflessione carina da tener presente sempre durante il festival di Internazionale. Lo spunto arriva dalla sociologa Pinar Salek che citando Gramsci ha detto all’inizio della conferenza: “il pessimismo è della mia coscienza, l’ottimismo è della mia volontà“, per spiegare come quando si analizzano le situazioni affondo e nei dettagli, la situazione sia sempre pessima, ma che questo non può logorare mai il nostro ottimismo nel voler cambiare le cose. E questa riflessione, lanciata qui, mi è stata affianco per il resto del festival, soprattutto l’ultimo giorno all’incontro sulla Siria con Trombetta e le attiviste siriane, un incontro particolarmente emotivo.

La giornata si è chiusa con un fantastico incontro con Caujolle che ci ha raccontato delle rivolte in Tailandia. Foto bellissime e un incontro veramente interessante su questi scontri di strada molto particolari. Le foto che ci ha mostrato erano in tour fuori dal paese per la prima volta. Che primizia! Grazie.

Samara

FOTO: Adattata dal logo di Internazionale per farne un giochino mio sui tre giorni del festival!

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