Terzo giorno – Festival di Internazionale a Ferrara

Il primo incontro di oggi è stato un fiume in piena a dir poco, guidato in modo eccellente da Andrea Pipino di Internazionale, ha visto opinioni diverse da parte del francese Bernard Guetta  e dei russi Ilya Azar e Georgij Bovt. Per seguire il tutto, serviva un buona dose di conoscenza pregressa dei conflitti in corso in diverse aree del mondo, ma nell’insieme, il mosaico offerto da questa conferenza è stato ricco e variegato, con molti spunti, alcuni cupi sul futuro del mondo.

La conferenza “Le rovine dell’impero” si è aperta con un riepilogo di quanto successo dalla fine di novembre 2013 con il mancato accordo di associazione commerciale con la UE da parte dell’Ucraina, fino agli eventi in Crimea e alla situazione attuale. Una panoramica a volo di uccello, molto utile ma molto concentrata. Ciò che emerge è una questione di onore pubblicamente umiliato, l’onore di Putin e della Russia eroso dall’Europa, dagli Stati Uniti e dalle potenze della Nato.

Cosa è successo? E’ accaduto che la Russia, grande impero coloniale che si è espanso nella continuità territoriale (a differenza di quanto fatto dalla potenze europee oltremare) a tutti i paesi circostanti, dopo la fine della Guerra Fredda si è più volte sentita tradita. Prima di tutto durante la Perestroika, quando l’Europa non ha accettato la mano aperta di Gorbacev che proponeva di creare una casa comune europea. Poi nell’epoca Putin la cosa si è esacerbata. La Nato, che aveva promesso che non si sarebbe mai estesa ad oriente, l’ha fatto, fino in Georgia e nelle Repubbliche Baltiche e questo ha nutrito la paranoia di Putin e della Russia che da sempre ha avuto racchiusa nella sua cultura la convinzione di vivere sotto assedio. Questo porta ancora oggi, la popolazione russa a non dare la colpa di ciò che sta accadendo a Putin ma piuttosto all’Unione Europea.

Il giornalista russo, Georgij Bovt, ha sottolineato la questione dell’offesa a Putin spiegando come la Russia sia passata dall’essere in prima fila nell’arena internazionale ad essere mandata nel loggione, sui problemi della Iugoslavia, su quelli della Libia e della Siria su cui non è stata mai consultata. Anche ultimamente, quando cercava di stringere rapporti economici e militari con il Messico, gli Stati Uniti l’hanno allontanata dicendo che il Messico non era affar suo. Ma c’è anche una politica di due pesi e due misure dell’Europa contro la Russia che vede come i cittadini moldavi, rumeni o ucraini possano entrare in Europa senza bisogno di visti mentre i russi no.

Da tempo ormai le ex-repubbliche sovietiche richiamavano l’attenzione dell’Europa sul fatto che il problema non fosse solo il comunismo in Russia ma anche il nazionalismo identitario che oggi esplode con Putin che sente finalmente di avere gli strumenti per portare avanti il suo sogno nazionalista. Ma la Russia non è l’unica assetata di nazionalismo, sottolinea Bernard Guetta che per una manciata di minuti porta nella sala del cinema Apollo un’aria pesante prodotta da una cupa previsione per i prossimi anni a venire. Guetta evidenzia come in tutto il mondo i nazionalismi stiano esplodendo e molte frontiere secondo lui potrebbero saltare nel futuro prossimo portando una catastrofe di guerre tremende. Il giornalista francese cita a questo proposito le fratture che stanno avvenendo in Belgio, in Italia, in Scozia e in Spagna.

Finisce l’incontro e non posso fare a meno di pensare alla citazione di Gramsci fatta ieri qui a Ferrara dalla sociologa turca Pinar Salek: “il pessimismo è della mia coscienza, l’ottimismo della mia volontà”. Con questo pensiero nel cuore, mi avvio alla conferenza moderata da Trombetta, che vede di nuovo la presenza di Maisa Saleh ma anche di Yara Bader ed Eva Ziedan. Si parla di nuovo di Siria e la frase di Gramsci, alla fine della giornata sarà l’ancora a cui mi aggrappo per resistere alla forza con cui le richieste di appoggio per la Siria di Maisa, Yara ed Eva mi investono.

Il titolo dell’incontro, per me l’ultimo di questa edizione del festival è “Segnale Interrotto“. Si parla della Siria, il paese ora definito più pericoloso al mondo e dove la guerra continua a porte chiuse e, aggiungerei io su suggerimento di quanto denunciato dalle tre attiviste, nell’indifferenza dell’opinione pubblica e della società civile in Occidente. Cioè noi tutti.

Nella conferenza si è parlato tanto dei nemici della Siria, un paese in cui, secondo le minori stime dell’Onu, sta avvendo una catastrofe pari a quella della Seconda Guerra Mondiale e in cui le moschee hanno autorizzato i cittadini a mangiare cani e gatti per far fronte alla terribile crisi umanitaria e alla fame che colpisce la popolazione. Quali sono però i nemici? In primis quello che era all’inizio e contro cui la popolazione tre anni fa si è ribellata pacificamente, la famiglia Assad e il suo apparato di potere. Secondo è l’Isis o Daesh che però si ricorda è composto soprattutto da non siriani e in gran parte da musulmani con passaporti europei (incredibile la cifra di danesi nell’Isis, 1800). Bisogna però ricordare qui che l’Isis è sempre più appoggiato da una parte di popolazione stremata che non vede altri che possano vendicare i crimini del regime per lei e che vede lo Stato Islamico mettere in piedi servizi per la popolazione che i siriani hanno atteso per anni. Ma il terzo e grade nemico della Siria è il silenzio e la manipolazione deliberata delle informazioni da dire o non dire.

Grazie a questa politica del silenzio, quella che era una manifestazione pacifica della popolazione contro un regime dittatoriale, è diventata oggi un sanguinoso conflitto. Dopo le prime manifestazioni e la dura risposta del regime contro i manifestanti, l’occidente non ha detto nulla ne fatto nulla. Nessuno si è preocuppato per la Siria finchè non è arrivato l’Isis e le decapitazioni di occidentali, quando ormai era veramente tardi. Perchè prima non abbiamo fatto nulla?

Su tutti Yara Bader ha fatto due esempi. Nel 2013 ad Aleppo la popolazione è scesa in piazza in massa contro l’Isis che aveva rapito un attivista siriano e hanno manifestato proprio davanti al quartier generale dello Stato Islamico. In Europa, nessuno ne ha parlato. Nel 2014, una situazione simile si è presentata, il sequestro di un’attivista. Ma nessuno in questo caso è sceso in strada, tanto un anno prima nessuno li aveva ascoltati. E così le cose sono precipitate, nel silenzio generale.

Sempre Yara riassume bene la situazione. Oggi in Siria nasce la terza generazione di siriani che cresce nella violenza e che vede nell’altro un elemento assente o nemico (quando invia gli estremisti dell’Isis). Questo cittadino non potrà crescere in modo normale, avrà problemi di identità, di appartenenza e potrebbe diventare più crudele e indifferente verso gli altri. E nel frattempo, anche il patrimonio archeologico sarà distrutto come ha ben raccontato Eva Ziedan che prima di diventare attivista in Italia era archeologa in Siria. Quello che resisterà ai bombardamenti sarà venduto ed è già venduto dalla gente per potersi sfamare.

La conferenza si è conclusa con l’appello di Maisa. “Noi siriani non ci fidiamo più dei paesi e dei politici, ma rimane la speranza per i popoli che possono fare pressione sui governi perchè si fermi la guerra in Siria”. E così Maisa ci ha passato la palla e i mio cervello è ubriaco di dubbi terribili. Bravissime tutte e grandioso Trombetta. Un incontro veramente potente.

Si conclude con questa conferenza il festival di quest’anno e tristemente si torna alla quotidianità arricchiti però da mille stimoli e da una consapevolezza un po’ più grande sulle cose del mondo che sembra non ci tocchino ma che plasmeranno sicuramente il nostro futuro.

Samara

P.S.: L’immagine è l’ultimo capitolo di un giochino che ho inventato per le immagini dei tre giorni del festival, partendo dal logo originale.

P.S2: Bellissimo il numero di Limes “Le maschere del califfo” uscito in concomitanza con il Fesival e dedicato alla Siria. Se non lo trovate, si può acquistare per Kindle qui.

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