Mongolia, i nomadi che scompaiono

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A volte, quando si parla di ricerche e letture, tu puoi cercare, informarti e leggere tutto quello che c’è, ma poi il giusto spunto arriva in maniera del tutto casuale. Lo dico perché quando abbiamo cominciato a fare ricerche per la Mongolia, credo che fosse marzo. Ho cominciato con la Lonely Planet, poi con “Mongolia in Viaggio” di Irene Cabiati e poi la Polaris. Nel frattempo ho anche attivato un allert di Google sulla Mongolia per ricevere tutto quanto usciva sul web e ho cercato sul Guardian, Internazionale e altre riviste, tutti gli articoli usciti sulla Mongolia.
Ero piuttosto preparata sia sulla storia antica che su quella moderna, ma è stato un autore, che con la Mongolia non c’entrava nulla, ad aprirmi con i suoi libri una finestra su questo paese. Si tratta di “Artico Nero” e di “Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica” di Matteo Meschiari.
Ho assistito all’incontro alla libreria Arcadia di Rovereto poco prima di partire per la Mongolia. A quel punto, la mia testa era ricolma di informazioni sul paese e mi ero anche resa conto che il problema ambientale era uno dei grossi scogli tra le tradizioni antiche del paese e la sua voglia di modernità. Sono stati però i libri e l’incontro con Meschiari che mi si sono infilati in testa e piano piano, durante le centinaia di chilometri nella steppa, si sono fatti largo come un’infezione benigna in tutto il mio cervello ossessionato dalla Mongolia.
Come si racconta un paese la cui cultura sta scomparendo? Siamo stati testimoni dell’effimero di una cultura nomade che già oggi si mescola in modo malato con il teatrino per i turisti? Quasi sicuramente si, purtroppo.
Di paesi che avevano perso o stavano perdendo la loro cultura ne ho visti tanti e forse, in realtà, tutti quelli che ho visto erano tali, un po’ perché tutti stiamo costantemente perdendo le nostre radici e un po’ perché mi piace viaggiare in posti che rappresentino un ribaltamento di ciò che conosco nel quotidiano per cui sono quasi sempre culture che soccombono.
Ricordo la Cina dove qualunque turista ne sapeva di più della storia del paese di qualunque cinese incontrato per la strada, il Perù, dove il nostro autista che viveva negli altopiani ai piedi di una natura indicibilmente bella, sognava di vivere a Milano, o a Kabul dove guerre e invasioni avevano già cancellato una qualunque identità che potesse dare vita ad una città ormai fatta di polvere e terra riarsa. E poi Cuba, due anni fa già teatro per i turisti e dove, per ammirare una natura incontaminata, toccava spingersi nell’estremo orientale o sbirciare dentro le case dalle finestre spalancate di Trinidad.
Anche la Mongolia sta scomparendo ed è un problema sociale ed ambientale insieme. Come potrebbe essere diverso? La cultura nomade che ha forgiato uno dei più grandi eserciti invasori della storia (quello dei Khan) sta scomparendo. Quella che abbiamo incontrato è probabilmente l’ultima generazione di nomadi. Molti di loro già si sono ritirati e vivono la maggior parte dell’anno nella capitale o nelle città minerarie. Altri sopravvivono ospitando turisti nelle loro gher e preparando loro un pasto pur sapendo che i loro figli non saranno già più nomadi.
I pozzi, che sono il cuore nevralgico del nomadismo, si stanno prosciugando. Molti sono ormai morti e quindi intere zone della steppa si stanno desertificando anche perché se non ci sono gli animali a fertilizzare il terreno, questo rischia di diventare sterile. E allora ci sono progetti giapponesi e coreani per cercare di strappare la steppa al deserto piantina per piantina. Sì perché la steppa non è arida come uno potrebbe immaginare. A primavera, quando siamo andati noi, il terreno stava ricominciando a vivere, a fiorire con decine di varietà di piccoli fiori, piante e insetti.
In una macrovisione, la steppa è un grande vuoto che a volte – quando sono già 200Km che sobbalzi sul tuo UAZ sovietico tra le piste sterrate e non vedi assolutamente nulla fino all’orizzonte da tutti i lati per ore – può dare la nausea. C’è stato un momento in particolare in cui veramente dopo ore che non si vedeva nulla e dopo aver percorso una collinetta, scendendo dall’altra parte, il nulla a perdita d’occhio è continuato, e allora mi è presa una reazione fisica simile per assurdo alla claustrofobia, ma dovuta agli spazi aperti, al vuoto, al rumore del vento e basta. In quel momento mi sono resa conto che guardando per terra, spostando il focus sul piccolo, la vita riprendeva e io ritrovavo un senso. Guardando la natura che si muoveva, gli insetti, i fiori e quella sottile erba che nasce già bruciata, ritrovavo un senso.
Forse è questo che intendeva Meschiari con Geoanarchia: “all’anarchia dovremmo sostituire la geoanarchia, un’anarchia che apprende tutte le sue libertà, tutti i suoi pensieri, tutte le sue soluzioni pratiche ai problemi sociali dalla terra, la terra sotto ai piedi”. Quella terra dava un senso a quel paesaggio e a quel paese. Anche camminare per la steppa è qualcosa che, mentre ai mongoli moderni di città sembra una stupida inutilità, in realtà restituisce un’esperienza unica di quella natura altrimenti vuota e ostile. Meschiari consiglia di andare a camminare, conoscere i territori e la terra, sentire il vento nei capelli, il sole, la Natura e poi, provare “tutto l’assurdo delle istituzioni umane”, una cacofonia lontana. Proprio la sensazione che si prova tornando nella moderna capitale Ulanbaatar, il simbolo del futuro della Mongolia e un inferno in terra dopo giorni nella steppa.
La vita nella steppa è dura, è vero e non si può biasimare chi decide di abbandonarla, ma credo che per tutti noi come specie, questa sia una grande perdita. E’ la perdita di una cultura, di una connessione con il territorio, di una resistenza alla modernità malata e all’atrofia mentale di una globalizzazione che ferocemente premia i ricchi e punisce con una miseria inumana i poveri mentre sfrutta in maniera indiscriminata le risorse.
Ne è l’emblema la febbre mineraria della Mongolia che possiede alcune delle miniere di oro, rame e terre rare più grandi del pianeta e che già sta subendo le conseguenze sociali, politiche e ambientali di questa corsa agli scavi. E’ un Eldorado a cui nessuno può resistere, la promessa per un paese che, schiacciato tra due vicini ingombranti (Russia e Cina), può di colpo permettersi di fare il prezioso e di vedere davanti a se’ un futuro di modernità e ricchezza. Un futuro però che, se mal cavalcato, diventerà purtroppo una delle storie di umiliazione e distruzione raccontate in “Artico Nero”.
Oggi i bambini delle famiglie nomadi abbandonano prestissimo la famiglia per andare a scuola in città, ospiti di collegi dove oltre a studiare, sperimentano la vita di città con acqua, elettricità, amici ed una vita socialmente intensa. Quando poi tornano in famiglia, in una gher in mezzo alla steppa a confrontarsi con un quotidiano ricco di credenze sciamaniche che sono regole ferree, di doveri e incombenze quotidiane, il loro primo pensiero è andarsene al più presto. E così la nuova generazione abbandona il paese o si trasferisce in una capitale che, oltre ad essere la più inquinata del pianeta (in inverno quando le stufe a carbone spopolano), è anche una città che accoglie la metà della popolazione di tutto il paese, tutta stipata nelle strade ricolme di Prius ferme in coda in mezzo ad un traffico che penso di poter definire come il peggiore al mondo.
Come l’Artico di Meschiari, sicuramente anche la steppa può essere definita uno “spazio tempo inumano” dove però l’uomo ha imparato a vivere, anche grazie ad una solida cultura animista/sciamanica che ha saputo dare un immaginario e una spiegazione agli eventi di una natura dura e appunto inumana.
C’è un passaggio molto bello di Meschiari in cui si parla del passaggio degli inuit dalle tende o dagli iglù alla casa occidentale. Credo sia tutto applicabile all’esperienza dei nomadi in Mongolia che stanno abbandonando le gher per trasferirsi nella capitale in case in stile occidentale. Meschiari scrive: “il movimento nomadico incorporava il paesaggio nello spazio domestico e a sua volta questo si dilatava fino ad incorporare il paesaggio”. La casa diventava il corpo che si muoveva, una forma immateriale che viaggiava, come l’anima. La casa prefabbricata invece o l’appartamento in città non è più corpo e comunicazione con il fuori, “è un dispositivo di chiusura ed esclusione che produce celle fisiche, mentali, economiche ed ideologiche”.
La gher, la tenda dei nomadi in Mongolia, è una struttura di legno, corde e pelli o pelo di cammello che si monta e si smonta con l’aiuto di 5 uomini in circa mezz’ora. Ha una porta che i nomadi lasciano praticamente sempre aperta perché il vento della steppa possa entrare. Sul tetto ha un’apertura tonda dalla quale sbuca la canna della stufa che si trova al centro della gher tra due colonne portanti che rappresentano il focolare e la famiglia e non possono mai essere attraversate da estranei. Il buco in cima, in estate, rimane aperto e svegliandosi si può subito vedere il cielo azzurro (una divinità per il popolo mongolo, Tengri) e si sentono gli uccellini che giocano sul telo della gher e il vento che si fa strada attraverso gli strati della tenda e poi entra prepotentemente dalla porta tutta dipinta a mano su fondo arancione con motivi azzurri, rossi, bianchi e verdi. E con un passo fuori, si è nella natura e la natura entra nella gher. Fuori i cavalli galoppano, i cammelli cantano e le marmotte e i topini del deserto scorrazzano. Ci sono i cammelli e le cavalle da mungere, le mucche o le capre, gli animali da tosare, l’airag (bevanda fatta con latte di giumenta fermentato) o lo yogurt da preparare, l’acqua da portare per le bestie e la vita quotidiana.
Cosa accade quando tutto questo viene cancellato di colpo per una vita in città, in un misero appartamento in mezzo ad una capitale mostruosa che sta crescendo senza alcun progetto? Succede che i nomadi, colmo dell’ironia, finiscano nelle fogne, al buio, dove le tubature d’acqua calda li preservano da inverni che possono arrivare a -50 gradi. E’ lo scandalo scoperto alcuni anni fa. Quasi cinquemila orfani e ex-nomadi sradicati dalla steppe vivano nelle fogne di UlanBataar perché attirati dalla città erano caduti nel tranello della povertà innanzitutto, dell’alcol e della miseria.
Dagli spazi infiniti della steppa alle fogne di una capitale della modernità. Ironico e terribile considerato che, anche nella morte, ad ogni mongolo dovrebbe essere riservato di poter riposare il sonno eterno in una bara con il fondo verde come l’erba della steppa, il coperchio azzurro come il cielo e un pezzo di sterco a simboleggiare il gregge e la prosperità.
Tra i libri che ho letto, ci sono anche stati i due della saga di Yeruldegger di Ian Manook, entrambi ambientati in Mongolia. Il personaggio principale è un poliziotto grosso, duro e puro che segue e cerca di preservare le tradizioni nomadi ed è sempre molto scettico della modernità. Ad un certo punto dice: “Avevamo spazi immensi, costumi e leggende secolari, e guarda quello che siamo diventati!”.
Non so cosa sarà della Mongolia nel futuro. Finora, rispetto ad altri paesi, è riuscita a mantenere un certo equilibrio, dato anche dal fatto che era un territorio che molti avevano dimenticato. Ora la modernità bussa alla sua porta con un biglietto della lotteria in oro e terre rare. Chissà come saprà rispondere e se ricorderà che la forza dell’esercito di Gengis Khan – che nessun altro esercito aveva allora – risiedeva proprio nel nomadismo, nella capacità di spostarsi con bestie e case andando a conquistare uno degli imperi più grandi dell’antichità.
Come dice Meschiari, serve un’utopia alternativa, un “come se” che funzioni come storia diversa, un immaginario che dovrà nascere dal territorio, dalla Natura, dalla geografia unica di questo paese che a me ha ispirato tanta forza ed equilibrio.
Samara
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Ogni volta che uno spazio vuoto si offre da qualche parte nella nostra civiltà, anzichè vedere in esso un’occasione per approfondire il senso della vita, ci sforziamo di riempirlo di rumore, di giocattoli, e di “cultura”. Ecco perchè abbiamo bisogno di luoghi come il lago delle Capanne Selvagge. Luoghi in cui possiamo ascoltare il mondo.
Kenneth White in La route bleue (citato da Matteo Meschiari in Geoanarchia).
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